Dagli scavi al Parco delle Acacie di Pietralata, emersi un edificio di culto per Ercole, due tombe repubblicane e due vasche monumentali.
Scoperte importanti a Roma, più precisamente a Pietralata: due grandi vasche monumentali, un piccolo edificio di culto probabilmente dedicato a Ercole e due tombe di età repubblicana sono emersi nel corso degli scavi di archeologia preventiva condotti al Parco delle Acacie di Pietralata, nell’area orientale di Roma. Le indagini sono state effettuate dalla Soprintendenza Speciale di Roma nell’ambito di un programma urbanistico e rientrano nelle attività istituzionali del Ministero della Cultura a tutela del patrimonio archeologico. Gli scavi, diretti dalla Soprintendenza Speciale di Roma del Ministero della Cultura, proseguiranno nei prossimi mesi e, al termine delle attività sul campo, sarà avviato uno studio finalizzato alla valorizzazione dell’area, con l’obiettivo di restituire questi importanti ritrovamenti alla fruizione e alla conoscenza della collettività.
Il sacello
Al centro, in asse con l’ingresso, è stata rinvenuta una base quadrata in tufo intonacato di bianco da identificare con un altare o parte di esso, ovvero il cosiddetto sacello, piccolo recinto rotondo o quadrangolare a cielo aperto, con un altare consacrato a una divinità. In questo caso il sacello è un piccolo edificio di culto a pianta quadrangolare (4,5 per 5,5 metri), con murature in opera incerta di tufo e tracce di intonaco sulle pareti interne. Un avancorpo in muratura sulla parete di fondo, al centro, doveva essere la base di una statua di culto. Lo scavo ha evidenziato come il sacello sia stato realizzato al di sopra di un deposito votivo dismesso, al suo interno teste, piedi, statuine femminili e due bovini in terracotta. Reperti che portano a pensare che il sacello fosse destinato al culto di Ercole, il dio venerato sulla vicina Via Tiburtina, da Roma fino a Tibur, con vari templi. Alcune monete di bronzo permettono di datarne la realizzazione tra la fine del III e il II secolo avanti Cristo.
Le due tombe
Le due tombe, all’interno dello stesso complesso funerario, dovevano presentare una facciata monumentale in blocchi di tufo, di cui ne rimangono solo alcuni, mentre gli altri dovettero essere asportati e reimpiegati già in età romana. Una simile costruzione fa ipotizzare che l’edificio appartenesse a una gens facoltosa e potente che operava in questo comparto territoriale. La tomba A presenta un ingresso monumentale alla camera interna scavata nella roccia, caratterizzato dalla presenza di un portale in pietra (stipiti e architrave), chiuso internamente da una grossa e pesante lastra monolitica. All’interno della tomba sono stati rinvenuti un grande sarcofago e tre urne tutti in peperino. Tra i materiali rivenuti si segnalano due vasi integri, una coppa a vernice nera, una brocchetta in ceramica depurata, uno specchio e una coppetta a vernice nera. La tomba B, forse realizzata in un momento di poco successivo, ma sempre in età repubblicana (III secolo avanti Cristo), era chiusa con grandi blocchi di tufo. La camera sui lati presenta banchine per la deposizione dei defunti, tra cui un uomo di età adulta di cui è stato per ora recuperato soltanto parte del cranio, sul quale è stato riconosciuto il segno di una trapanazione chirurgica.
Le due vasche
Per quanto riguarda la vasca est, la struttura – circa 28 x 10 metri e profonda 2,10 metri –, venne realizzata nel II secolo avanti Cristo come si può ricavare dalla tecnica muraria utilizzata (opera incerta). La sua funzione rimane incerta: si potrebbe pensare, anche sulla scorta dei rinvenimenti effettuati (terrecotte architettoniche, frammenti ceramici, di cui alcuni con graffiti) a un uso cultuale o, se così non fosse, a qualche tipo di attività produttiva. La vasca era alimentata da un sistema di canalette provenienti sia dal corso d’acqua che dal pendio ancora esistente a lato di via di Pietralata. Per quanto riguarda la vasca sud, dalle dimensioni di 21 × 9,2 metri fino a 4 metri, essa risulta delimitata esternamente da murature in blocchetti squadrati disposti in maniera irregolare, che rivestono direttamente le pareti dell’invaso e che si possono datare nel II secolo avanti Cristo. Un secolo dopo vennero realizzati altri setti murari in opera reticolata e opera quadrata di tufo che delimitano perimetralmente la sommità della vasca. La funzione di questo invaso monumentale non è al momento chiara, anche perché finora non sono stati ancora individuati canali di adduzione o di deflusso delle acque.
Queste le parole di Daniela Porro, Soprintendente Speciale di Roma: “È proprio in contesti come questo apparentemente distanti dai luoghi più noti della metropoli antica, che emergono elementi capaci di arricchire il racconto della Roma archeologica come città diffusa e che hanno contribuito in modo determinante al suo sviluppo. Le periferie moderne si rivelano così depositarie di memorie profonde, ancora tutte da esplorare. Inoltre, questi ritrovamenti confermano l’importanza dell’archeologia preventiva come strumento indispensabile perché lo sviluppo urbano sia associato alla tutela e si accompagni a una maggiore conoscenza e valorizzazione del nostro patrimonio”.







