Utilizzo delle immagini di Beni Culturali. Chi paga? La replica di Antonio Tarasco Capo dell’ufficio legislativo del MiC

da | 21 Mag 2023 | Arte e Cultura, Leggi e regolamenti

Il Ministero della Cultura con il decreto n. 161 dell’11 aprile 2023 sull’utilizzo delle immagini di beni culturali, ha definito gli importi minimi dei canoni per la riproduzione dei beni culturali presenti in archivi, biblioteche e musei statali. Contestualmente, il Tribunale di Firenze, in una pronuncia di merito, ha riconosciuto, per la prima volta, l’esistenza del diritto all’immagine dei beni culturali. Immediate le reazioni di studiosi, rappresentanti di associazioni, docenti e ricercatori che hanno generato un acceso dibattito fino a qualche protesta e la recente petizione dalla FCdA (Federazione Consulte Universitarie di Archeologia) con l’appello in favore della libera circolazione delle immagini del patrimonio culturale pubblico.
“Il tariffario non solo punisce la ricerca – si legge nella petizione – la quale è a tutti gli effetti la prima forma di valorizzazione del patrimonio culturale, ma contraddice i contenuti del Piano Nazionale di Digitalizzazione (PND), con il quale lo stesso Ministero della Cultura aveva reso gratuito l’uso di riproduzioni di beni culturali statali in qualunque prodotto editoriale a prescindere dalla tipologia di pubblicazione, dal prezzo di copertina e dalla tiratura. Questo decreto è emanato proprio nel momento in cui si sta progressivamente affermando in musei, archivi e biblioteche di tutto il mondo l’adozione di licenze Open Access, che prevedono il rilascio gratuito di immagini di beni culturali per qualunque finalità allo scopo di incentivare lo sviluppo culturale, sociale ed economico della collettività.”
Così, il Capo dell’Ufficio legislativo del MiC Antonio Tarasco interviene per fare chiarezza nel dibattito con la replica all’articolo “Il (caro) prezzo da pagare per le immagini dei beni culturali” pubblicato nella rivista “Atlante” del 15 maggio 2023. Riceviamo anche noi la replica e pubblichiamo.

La replica del Capo dell’Ufficio legislativo del MiC Antonio Tarasco

Gentile Direttore,
sono false e faziose le notizie contenute nell’articolo “Il (caro) prezzo da pagare per le immagini dei beni culturali” pubblicato da Marco Brando nella rivista “Atlante” del 15 maggio 2023.
È anzitutto falso che “studiosi, accademici, studenti, ricercatori” debbano pagare “per la semplice divulgazione su riviste scientifiche di immagini da musei, biblioteche e archivi statali”, mentre prima ne sarebbero stati esentati. La legge, infatti, non è mai cambiata.
L’uso delle immagini dei beni culturali resta sempre libero quando è effettuato “per finalità di studio, ricerca, libera manifestazione del pensiero o espressione creativa, promozione della conoscenza del patrimonio culturale”. È quanto è scritto sia nel Codice dei beni culturali e del paesaggio che nelle Linee guida del Ministero della cultura dell’11 aprile 2023.
La stessa legge (il Codice risale a 19 anni fa) prescrive, invece, il pagamento del canone ove le stesse attività siano svolte per “scopo di lucro”. E in tal caso, come sempre, a pagare sono le case editrici che, probabilmente, da un’abrogazione degli articoli 107 e 108 del Codice dei beni culturali e del paesaggio, avrebbero tutto da guadagnare. Un tesista nulla deve all’Amministrazione statale e allo stesso modo una rivista o un volume già pubblicato in modalità “open access”, cioè senza distribuzione commerciale, resta libero di essere diffuso. E ciò proprio per agevolare lo studio e la ricerca scientifica.
Il c.d. Tariffario non fa altro che applicare la legge; non è una scelta libera e discrezionale del Ministero della cultura, ma un preciso adempimento prescritto dalla normativa che impone ad ogni Amministrazione pubblica di fissare “gli importi minimi dei canoni e dei corrispettivi per l’uso e la riproduzione dei beni culturali”. Non è un caso che ad adottare il tariffario sia stato non solo il Ministero della cultura ma anche il Fondo edifici del culto del Ministero dell’interno.
Come dovrebbe essere noto al giornalista, l’Amministrazione non può violare la legge ma limitarsi ad applicarla. Per questo stupisce come si possa sostenere che un documento pubblicato, sotto il precedente Governo, da un Ufficio ministeriale (Digital Library), avesse “reso gratuita la pubblicazione delle immagini di beni culturali statali in qualsiasi pubblicazione editoriale, anche non scientifica”. Come può il documento di un ufficio ministeriale violare la legge, che mai è cambiata? Il Piano nazionale per la digitalizzazione ha espresso meri auspici che, in molti punti, contraddicono gli articoli 107 e 108 del nostro Codice dei beni culturali e del paesaggio. E non c’è proprio nulla di scandaloso se l’Amministrazione abbia razionalizzato e messo ordine all’interno di prassi disomogenee e confuse.
Sbagliati sono anche i calcoli eseguiti dal giornalista. I canoni individuati sono bassissimi rispetto al panorama internazionale. Si pensi, ad esempio, che mentre nel c.d. tariffario ministeriale 2023 l’immagine digitale costa dai 5 ai 12 euro, la stessa immagine ai Musei vaticani viene venduta dai 10 ai 50 euro mentre al British museum dai 50 ai 75 euro. Analogamente, una stampa fotografica 13×18 costa, al minimo, presso il Ministero della cultura, € 2 mentre la stessa  viene venduta € 7 dai Musei vaticani. Si tratta di tariffari pubblici contro i quali  non si assiste da parte di studiosi e associazioni ad analoghe critiche e proteste rispetto a quelle riservate al provvedimento dell’11 aprile 2023. Il che conferma che si tratta di prassi consolidate. Mentre invece si pretenderebbe la gratuità solo da parte dello Stato, con ripercussioni negative, ignorate dal giornalista, non solo sulla finanza pubblica ma anche sulle risorse necessarie a sostenere il nostro patrimonio culturale.