Relitto di Monasterace del V-IV secolo a.C., presentato il progetto di recupero

da | 8 Set 2026 | Archeologia, Arte e Cultura

Il ritrovamento è fondamentale per l’archeologia subacquea italiana

 

Sabato 5 settembre al Porto delle Grazie di Roccella Ionica, la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Reggio Calabria e la provincia di Vibo Valentia ha presentato, nel corso dell’evento pubblico ‘Altofondale: tutela, conoscenza, ricerca e nuove prospettive’, il progetto di recupero del relitto del V-IV secolo a.C., ritrovato nel 2023 al largo di Monasterace, a circa 500 metri di profondità. In campo anche l’Università della Calabria. Il progetto è un esempio di una sana collaborazione tra istituzioni, mentre il relitto è di fondamentale importanza per l’archeologia subacquea italiana.

Un relitto con oltre trecento anfore

Un relitto sommerso risalente al V-IV secolo a.C., individuato nel 2023 al largo di Monasterace (RC) – a circa 500 metri di profondità – e contenente un carico di oltre trecento anfore. Si è parlato del progetto di recupero di questa scoperta sabato 5 settembre al Porto delle Grazie di Roccella Ionica, grazie alla presentazione della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Reggio Calabria e la provincia di Vibo Valentia nel corso dell’evento pubblico ‘Altofondale: tutela, conoscenza, ricerca e nuove prospettive’.

Il ritrovamento

Il rinvenimento è avvenuto a seguito di attività di archeologia preventiva nell’ambito degli studi di fattibilità per la realizzazione di un impianto eolico offshore. La relazione tecnica elaborata a seguito delle indagini preventive è stata trasmessa alla Soprintendenza che, informato il Nucleo Carabinieri per la tutela del Patrimonio Culturale competente per il territorio, ha attivato le procedure di tutela previste con uno specifico progetto denominato ‘Patrimonio culturale subacqueo su alto fondale. Tutela-recupero-conservazione e valorizzazione’. Oltre trecento le anfore ritrovate, databili al V-IV sec. a.C.

Fonte di informazione sulle rotte commerciali

Il contesto archeologico sta offrendo nuovi elementi per la ricostruzione delle rotte commerciali e dei traffici marittimi del Mediterraneo antico con particolare riguardo alla produzione e diffusione dei vini della costa ionica della Magna Grecia, oltre a contribuire all’individuazione dei centri produttivi delle anfore che sembrerebbero richiamare forme prodotte in centri della Magna Grecia e della Sicilia.

Le indagini

Le indagini hanno individuato la presenza di due nuclei distinti di anfore, distanziati circa dieci metri tra loro, avvalorando l’ipotesi della separazione del carico, probabilmente causata da attività antropiche legate alla pesca a strascico. Le operazioni del progetto riguardano l’indagine puntuale del sito, la realizzazione del rilievo fotogrammetrico, l’analisi del carico e il recupero di campioni archeologici destinati ad analisi scientifiche, archeometriche e conservative, fondamentali per comprendere lo stato di degrado dei materiali.

All’insegna della tecnologia

Il relitto è stato individuato grazie all’impiego di tecnologie avanzate di prospezione e caratterizzazione morfologica dei fondali condotte da un gruppo di lavoro multidisciplinare composto da archeologi marini, geologi, fisici, chimici e biologi marini. Le indagini in mare sono state condotte con l’utilizzo di speciali robot sottomarini, i ROV. Il ROV o Remotely Operated Vehicle è un veicolo sottomarino filoguidato operato da remoto, con un cavo di lunghezza variabile da centinaia a migliaia di metri che lo collega a una postazione di comando. È dotato di bracci antropomorfi sensibili per toccare e prelevare i reperti senza frantumarli.

Università della Calabria in campo

Il progetto è stato inserito nel Piano Strategico ‘Grandi Progetti Beni Culturali’ del Ministero della Cultura, che sostiene gli interventi finalizzati al recupero, al restauro e alla valorizzazione del relitto. Il MiC ha previsto un secondo finanziamento di oltre 1,3 milioni di euro. Un ruolo significativo nel progetto assume l’Università della Calabria, impegnata attraverso il gruppo di ricerca di beni culturali, coordinato dal Prof. Mauro La Russa, direttore del Dipartimento di Biologia, Ecologia e Scienze della Terra (DiBEST). Il Dipartimento contribuirà in particolare all’analisi dei reperti ceramici, attraverso indagini finalizzate a ricostruirne l’origine e a comprendere le modalità con cui furono realizzati. Le attività scientifiche permetteranno inoltre di raccogliere informazioni sulle condizioni dei materiali dopo la lunga permanenza nell’ambiente marino e di fornire elementi utili alla definizione degli interventi di conservazione. “Il nostro compito – sottolinea Mauro Francesco La Russa – sarà quello di studiare e caratterizzare i reperti ceramici per ricostruirne la provenienza e individuare i contesti produttivi, analizzando al tempo stesso le tecniche utilizzate per la loro realizzazione”.

Un tesoro restituito ai cittadini

La presentazione al Porto delle Grazie di Roccella Ionica ha rappresentato un momento informativo ma ha rappresentato anche una sorta di consegna simbolica ai cittadini di un tesoro sommerso di un valore inestimabile e rilevante per l’archeologia subacquea italiana. Durante la presentazione è stata mostrata anche la parte superiore di un’anfora, primo reperto recuperato dal fondale. L’incontro è stato arricchito dalle immagini documentaristiche realizzate da Living Camera. Come sottolinea Citynow.it, hanno preso parola vari rappresentanti delle istituzioni. L’architetto Roberta Filocamo, funzionario della Soprintendenza e RUP del progetto, ha evidenziato come si sia “attivata una macchina istituzionale impeccabile. Intervenire su un alto fondale è una sfida tecnica complessa, che ha richiesto l’impiego di tecnologie all’avanguardia come i robot sottomarini, i ROV, capaci di operare sui due nuclei di dispersione del relitto.Questo progetto è la dimostrazione che l’attività della Soprintendenza non è solo burocrazia o vincolo, ma ricerca, innovazione e capacità di costruire futuro sulle basi del nostro passato”.

La dottoressa Alessandra Ghelli – funzionario Archeologo Subacqueo della Soprintendenza e direttrice dei lavori – ha sottolineato che di solito si applica la conservazione in situ del patrimonio culturale subacqueo, ma “il relitto era stato danneggiato dall’attività di pesca a strascico e per evitare che subisca ulteriori danneggiamenti abbiamo deciso di applicare un protocollo diverso che porterà al completo recupero del carico”.

Il dottor Francesco Tiboni di ASPS Servizi archeologici, la società che ha condotto in mare le attività di archeologia preventiva, ha spiegato che “questo progetto è l’esempio di come dall’archeologia preventiva possano nascere occasioni per restituire alla gente frammenti di storia del proprio territorio. La sfida è proprio quella di coniugare le esigenze della modernità e del progresso con la conoscenza e la salvaguardia della memoria collettiva”.

Francesco Lia, funzionario restauratore della Soprintendenza, ha commentato: “Il ruolo del restauratore è fondamentale fin dalle prime fasi del recupero perché le modalità di estrazione e di prima conservazione possono condizionare in modo determinante la salvaguardia del reperto. Attraverso un approccio interdisciplinare, definiamo procedure e protocolli conservativi finalizzati a stabilizzare i materiali, prevenire ulteriori fenomeni di degrado e garantire la corretta conservazione e valorizzazione del patrimonio archeologico sommerso”.