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Atleta Vittorioso, il Getty Museum contro la restituzione stabilita dalla Corte UE

da | 10 Mag 2024 | Turismo

Il museo californiano vuole dare battaglia: “Origini greche e pescato in acque internazionali, ne difendiamo il possesso”

L’Atleta Vittorioso di Lisippo deve tornare in Italia, ma il Getty Museum non ci sta e respinge il verdetto della Corte europea dei Diritti umani che giovedì 2 maggio ha stabilito che la statua, ripescata nel 1964 nel Mar Adriatico al largo delle Marche, appartiene al “patrimonio culturale italiano” e pertanto va restituita.
Il museo californiano, che solo qualche giorno fa ha riconsegnato alla Turchia una testa di bronzo rubata, si dice infatti pronto a difenderne strenuamente la permanenza nei suoi locali.

Il Getty: ‘La statua non è italiana’

“Pensiamo che la proprietà da parte del Getty da oltre 50 anni di un’opera d’arte che non è stata creata da un artista italiano, né è stata trovata in territorio italiano, sia giusta, etica e in linea con la legge americana e il diritto internazionale”, ha replicato il museo in un comunicato in cui si dice pronto a “continuare a difendere il possesso in tutte le sedi appropriate”.
A sostegno di questa tesi, il Getty ha citato una sentenza del 1968 della Corte di Cassazione secondo cui non c’erano prove che la statua fosse italiana. Per il Getty, quindi, la statua di Lisippo non è mai stata di proprietà dell’Italia: l’Atleta è di origine greca, è stata ripescata in acque internazionali ed è stata acquisita nel 1977 per quasi 4 milioni di dollari.
Tuttavia, questa tesi è stata respinta già nel 2018 da un’altra sentenza della stessa Corte di Cassazione italiana, secondo cui la statua è stata ripescata e portata a terra da un peschereccio battente bandiera italiana e successivamente esportata illegalmente.
Era stato proprio in seguito al secondo verdetto della Cassazione che la Fondazione Getty si era rivolta al tribunale di Strasburgo.

I rapporti tesi con l’Italia

I rapporti tra Getty e Ministero della Cultura italiano  non sono mai stati facili. Marion True, una curatrice del museo che aveva contribuito a mettere insieme una vasta collezione di antichità, nel 2005 fu messa sotto processo a Roma per traffico di beni culturali rubati. Il caso andò in prescrizione nel 2010, ma servì all’Italia per avviare negoziati con il museo: un primo accordo raggiunto nel 2007 con il ritorno di 40 pezzi non includeva però l’Atleta. Da allora l’Italia ha riportato a casa altri importanti reperti, da ultimo il gruppo Orfeo e le Sirene rientrato l’anno scorso al MArTA di Taranto.
“I giudici sono stati chiari al riguardo della proprietà della statua dell’Atleta Vittorioso. Il Ministero della Cultura è costantemente impegnato nel recupero di opere d’arte trafugate, in piena cooperazione con le autorità giudiziarie e il Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale”, ha dichiarato il Ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano.
In generale, negli ultimi anni, i rapporti tra l’Italia e i musei statunitensi sono abbastanza tesi. Sempre più spesso nelle collezioni americane sono identificati beni trafugati o acquisiti con modalità poco chiare. Una situazione, questa, che ha spinto Sangiuliano ad interrompere “ogni rapporto di collaborazione con quelle istituzioni culturali straniere che non rispettano le disposizioni di confisca emesse dall’autorità giudiziaria italiana per esportazione illegale di beni culturali”. Già nel 2019 il ministro aveva bloccato i prestiti al Minneapolis Institute of Arts che si era rifiutato di restituire una statua di marmo dalla provenienza sospetta.

Tre mesi per chiedere la revisione

Entrambe le parti hanno ora tre mesi di tempo per chiedere che il caso sia riesaminato dalla Grande Camera della Corte Europea per una decisione definitiva, che però è vincolante solo per gli Stati membri della Corte e non per gli Stati Uniti, i cui musei negli ultimi decenni hanno stabilito rapporti di collaborazione con l’Italia in materia di beni culturali, dopo esser stati più volte presi con le mani nel sacco.
Ad ogni modo, se la Corte in sessione plenaria desse di nuovo ragione all’Italia, il dipartimento di Giustizia valuterà se portare la causa di fronte a un tribunale californiano.
Nel 2019 l’Italia aveva chiesto al ministero della Giustizia statunitense di dare seguito all’ordine di confisca. La sentenza di Strasburgo nota che “la procedura è ancora aperta”.

 

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