Cinema. Abolita la censura sulle opere, nasce la Commissione per la classificazione delle opere cinematografiche

da | 7 Apr 2021 | Arte e Cultura, Promozione e valorizzazione

“Abolita la censura cinematografica, definitivamente superato quel sistema di controlli e interventi che consentiva ancora allo Stato di intervenire sulla libertà degli artisti”. In questo modo si è espresso il ministro della Cultura Dario Franceschini, che ha firmato il decreto che stabilisce la creazione di una Commissione per la classificazione delle opere cinematografiche presso la Direzione Generale Cinema del Ministero della Cultura con l’obiettivo di controllare la corretta classificazione dei lavori cinematografici da parte degli operatori.

Un’azione ai sensi della Legge Cinema che inserisce il sistema di classificazione e abbandona in maniera definitiva la possibilità di censurare le opere cinematografiche; non si prevede più il divieto assoluto di uscita in sala né di uscita possibile previ tagli o modifiche, si legge in una nota del Mic. La Commissione è guidata dal Presidente emerito del Consiglio di Stato, Alessandro Pajno, ed è costituita da quarantanove membri, selezionati tra esperti nel settore cinematografico e nelle aree pedagogico-educative legate alla tutela dei minori o nella comunicazione sociale, oltre ad essere stati scelti dalle associazioni dei genitori e dalle associazioni per la tutela degli animali.

Su www.cinecensura.com è possibile trovare la mostra permanente promossa dalla Direzione Generale Cinema del ministero della Cultura, svolta dalla Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia e dalla Cineteca Nazionale che unisce i materiali di 300 lungometraggi e 80 cinegiornali, oltre che 100 tra pubblicità e lungometraggi, 28 manifesti censurati e video di tagli.

Dalle denunce di tutti i lavori di Pier Paolo Pasolini fino alla condanna con disfacimento delle bobine di “Ultimo tango a Parigi” di Bernardo Bertolucci, ai tagli di “Rocco e i suoi fratelli” di Luchino Visconti al sequestro di “Il pap’occhio” di Renzo Arbore: dopo la seconda guerra mondiale la censura cinematografica in Italia, a causa di una legislazione potenziata dal fascismo, prese di mira ogni lavoro non convenzionale, ponendo sullo stesso piano opere d’arte e film di qualità mediocre. Tagli e modifiche forzate non furono evitate, inoltre, neanche a “Gioventù perduta” (1948) e “Il cammino della speranza” (1950) di Pietro Germi, “Fuga in Francia” (1948) di Mario Soldati, “Adamo ed Eva” (1950) di Mario Mattoli, “Totò e i re di Roma” (1952) di Steno e Mario Monicelli, “Anni facili” (1953) di Luigi Zampa, “Senso” (1954) di Luchino Visconti, “Totò e Carolina” (1955) di Mario Monicelli, “Le avventure di Giacomo Casanova” (1955) di Steno, “I vinti” (1953) e “Il grido” (1957) di Michelangelo Antonioni, “L’assassino” (1961) di Elio Petri. Per ottenere il visto subirono tagli e modifiche film come “Rocco e i suoi Fratelli” (1960) di Visconti, “I dolci inganni” (1960) di Alberto Lattuada, “L’avventura” (1960) di Antonioni, “La giornata balorda” (1960) di Mauro Bolognini.

Nel 1962, anno di inizio dei governi di centro-sinistra, fu varata una riforma che limitò l’azione di censura alle pellicole in cui vi fosse una comprovata offesa al buon costume. La prudenza dei censori diede vita, tuttavia, ad un nuovo fenomeno. Contro i lavori approvati dalla specifica commissione del Ministero del Turismo e dello Spettacolo protestarono procuratori, cittadini e associazioni che, in riferimento al codice penale, pretesero il sequestro dei film considerati indecorosi. La condanna ingiunse di eliminare tutte le copie di “Ultimo tango a Parigi” (1972): l’opera di Bernardo Bertolucci fu scagionata da una sentenza riparatrice nel 1987. A “Salò e le 120 giornate di Sodoma” di Pasolini venne negata la nazionalità italiana, mentre il film “Il pap’occhio” (1980) di Arbore venne sequestrato per “vilipendio della religione di stato”; nel 1998 la stessa sorte toccò all’opera “Totò che visse due volte” di Daniele Ciprì e Francesco Maresco.