A un anno esatto dal primo ritrovamento, gli archeologi della Baylor University hanno aperto un secondo tumulo sigillato del VII secolo a.C. nella necropoli di San Giuliano. Dentro, i resti di due individui e un corredo intatto. La domanda che si pone ora è quante altre camere simili possano ancora attendere sotto terra.
La scoperta
C’è qualcosa di quasi inverosimile nel fatto che accada due volte. Il 9 giugno 2026, nella necropoli di San Giuliano a Barbarano Romano, nel Viterbese, gli archeologi della Baylor University hanno individuato un secondo tumulo etrusco completamente inviolato, adiacente a quello portato alla luce il 27 giugno 2025 e già pubblicato da Quotidiano Arte (https://www.quotidianoarte.com/2025/07/12/tomba-etrusca-ancora-inviolata-scoperta-a-barbarano-romano-vt/). La camera sepolcrale era sigillata da una grande lastra di tufo che nessuno aveva mai spostato, né in epoca romana né in età moderna. Nessun foro, nessuna frattura, nessuna traccia di scasso: il sigillo reggeva da oltre 2.600 anni.
Come ha spiegato il professor Davide Zori, direttore degli scavi e docente alla Baylor University, l’accesso alla tomba avveniva tramite un profondo dromos, il corridoio d’ingresso tipico delle sepolture etrusche di rango, al termine del quale il team ha trovato la lastra intatta. «Il fatto che la tomba non sia mai stata violata, né in epoca romana né moderna, è straordinario», ha dichiarato Zori. «Rimosso il portale, la tomba ha rivelato un eccezionale corredo funerario e i resti di quattro individui adagiati su letti scolpiti nel nenfro».
Dentro la camera
Il corredo, ancora in fase di catalogazione, comprende finora circa 75 vasi ceramici finemente decorati, un bacile in bronzo, dieci fibule in bronzo e due in ferro, due punte di lancia in ferro, due fermatrecce in argento, un copricapo in cuoio, una fuseruola e perle in pasta vitrea. Tra i vasi si riconoscono olle, calici in bucchero e almeno un aryballos, il caratteristico contenitore di unguenti e profumi di origine greca, che testimonia i contatti commerciali e culturali tra il mondo etrusco e il Mediterraneo orientale in quel periodo. Il numero dei reperti è in costante aggiornamento man mano che proseguono le operazioni di scavo. «La tomba è ora completamente portata alla luce», ha precisato Zori, «ma lo studio e l’analisi dei materiali sono appena iniziati».
Il progetto e i suoi protagonisti
Gli scavi nella necropoli di San Giuliano si inseriscono in un percorso avviato ben prima delle recenti scoperte. Alla base dei risultati c’è il lavoro della Virgil Academy, ente filantropico fondato da Gianni Profita, rettore dell’Università UniCamillus, titolare dal 2016 della concessione ministeriale per le attività di ricerca sull’altopiano di San Giuliano. Da questa struttura è nato nel 2016 lo Sgarp, il San Giuliano Archaeological Research Project, progetto scientifico internazionale che realizza gli scavi in sinergia con la Baylor University.
Le origini della collaborazione risalgono, secondo quanto riferito dallo stesso Profita ad AdnKronos, a un incontro casuale avvenuto a Las Vegas nel dicembre 2006 con il professor Alden Smith, classicista della Baylor, da cui si è sviluppato nel tempo un rapporto culturale strutturato. Le indagini sul campo si svolgono su concessione del Ministero della Cultura, sotto la direzione del professor Zori e in stretto raccordo con la Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio per la provincia di Viterbo e l’Etruria meridionale, diretta dall’architetto Margherita Eichberg.
La necropoli e il suo contesto
La necropoli di San Giuliano, situata nel Parco Regionale Marturanum, conta oltre seicento tombe distribuite lungo le pareti tufacee e gli altopiani che dominano le forre naturali del territorio. Pur meno celebre delle grandi necropoli di Tarquinia o Cerveteri, custodisce una varietà notevole di architetture funerarie e documenta l’esistenza di un importante centro etrusco sviluppatosi lungo le vie di collegamento tra l’interno della penisola e la costa tirrenica. Prima del 2025, tutte le sepolture note risultavano violate almeno una volta: l’Etruria meridionale ha subito secoli di saccheggi, dall’antichità fino all’attività clandestina dei tombaroli nel corso del Novecento.
L’interrogativo aperto
È proprio questo contesto a rendere il doppio ritrovamento così difficile da inquadrare. Che una tomba inviolata possa emergere in un’area così sistematicamente depredаtа è già di per sé raro; che accada due volte nello stesso settore, a distanza di un anno, spinge gli studiosi a chiedersi se il sottosuolo del Caiolo possa nascondere altre camere finora sfuggite a qualsiasi ricognizione. «Il team stava scavando in quest’area dopo un censimento sistematico delle tombe della necropoli, e un’analisi georadar aveva suggerito la presenza di una via funeraria, successivamente confermata dallo scavo», ha spiegato Zori. La strada tracciata dal georadar potrebbe dunque non essere ancora terminata. Le campagne di scavo proseguiranno almeno per il prossimo triennio: quanto il Caiolo abbia ancora da restituire è, per ora, una domanda aperta.






