Al MiC scambiano il 3 per un 8: l’Italia perde un dipinto da mezzo milione di euro

da | 9 Giu 2026 | Arte e Cultura, Istituzioni, Leggi e regolamenti

L’opera del Trecento è stata esportata in Svizzera e il Consiglio di Stato ha bocciato il dietrofront del Ministero

Scambiano il 3 per un 8 e non riconoscono il dipinto, autorizzandone l’esportazione in Svizzera. Poi si cerca di fare dietro fronte ma il Consiglio di Stato boccia il tentativo dello Stato di revocare l’autorizzazione per decorrenza dei termini legali. L’Italia perde così un ‘opera del Trecento del valore di mezzo milione di euro.

L’errore
La sentenza numero 4527 è del 21 maggio 2026 ma è stata pubblicata sul sito apposito il 5 giugno. Il dipinto è ‘Una Madonna con bambino’, una tempera su tavola. Inizialmente il quadro è stato datato XIX secolo e attribuito alla ‘Scuola italiana – stile bizantino’. L’opera controversa è acquistata dalla proprietà per il prezzo di 38.558,00 euro durante un’asta nel febbraio 2019.

Il via libera all’esportazione
Siamo a marzo 2020 quando una società svizzera presenta all’Ufficio Esportazione di Genova istanza per il rilascio dell’attestato di libera circolazione. La Direzione Generale archeologia, belle arti e paesaggio – Servizio IV – Circolazione del Ministero della Cultura, recependo il parere della Commissione Tecnica interna all’ufficio esportazione del 3 luglio 2020 e il concorde parere della Commissione consultiva del Codice del 13 luglio successivo, rilascia il titolo con atto del 10 agosto successivo.

La motivazione dei tecnici
Questa la motivazione, riportata nella sentenza: “Il dipinto a tempera su tavola raffigurante una Madonna col Bambino reca in denuncia l’attribuzione a scuola italiana in stile bizantino, ma sul retro ha vergata la seguente iscrizione: dipinta da Alfonso Martorelli Fiori Bologna anno 1850. Non si è riusciti a risalire all’identità di questo artista il quale sembra aver preso a modello per questa pittura l’immagine miracolosa della Madonna di San Luca, opera della metà del XIII secolo, che si conserva nell’omonimo santuario di Bologna. Si tratta di un’opera di qualche interesse in rapporto alla devozione locale a questa venerata immagine; dal punto di vista della qualità è un lavoro modesto che può ottenere l’attestato di libera circolazione”.

Il restauro svela il dipinto
Avviene così il trasferimento in Svizzera dell’opera. Dopo il restauro, avvenuto nell’ottobre 2022, ecco che sul retro del dipinto compare la scritta “Dipinto da Alfonso Martorelli Fiori Bologna anno 1350”. Si legge: “elemento che conferiva all’opera un differente pregio artistico tanto da costituire oggetto di un contratto sottoscritto con la Casa d’aste Christie’s di Londra per una vendita programmata l’8 dicembre 2022”. Dunque, il 3 è stato scambiato per un 8! Questo comporta anche un netto cambiamento al valore dell’opera: attribuita al Maestro del Battistero di Parma, pittore attivo in Emilia nella prima metà del Trecento, è inserita da Christie’s per la vendita nell’evento Old Masters Evening Sale, con una stima compresa tra 400mila e 500mila sterline: oltre il mezzo milione di euro.

Il Ministero cerca di riprendersi il quadro
La Direzione Generale cerca di correre ai ripari, avanzando la richiesta di sospensione della vendita. Il 13 dicembre 2022 viene avviato il procedimento di revoca dell’attestato, definito con provvedimento del 16 marzo 2023. La motivazione? Il pensiero del MiC è riportato dalla sentenza: “considerando le false e non veritiere indicazioni contenute nella denuncia che consentivano l’accoglimento dell’istanza”. Via all’annullamento in autotutela dell’attestato di libera circolazione, il diniego dello stesso e la dichiarazione di importante interesse storico culturale dell’opera.

La battaglia legale
La revoca è impugnata dalla proprietà davanti al Tar per il Lazio. Il 31 ottobre 2025, il TAR accoglie il ricorso per tardivo esercizio dell’intervento in autotutela. Il Ministero impugna la sentenza con appello depositato il 9 gennaio 2026. Fra le motivazioni “Travisamento dei fatti e illogicità manifesta della pronuncia”.

La società si è costituita in giudizio il 13 gennaio 2026 e precisa l’inammissibilità dell’appello “in quanto incentrato sul solo profilo dell’errata applicazione del comma 2 bis dell’art. 21 nonies della L. n. 241/1990 laddove prevede una deroga al limite temporale imposto per il riesercizio del potere da parte dell’amministrazione, non contestando la sentenza nella parte in cui riconosceva la violazione del legittimo affidamento e del principio di buon andamento nei rapporti tra cittadino e amministrazione; la novità della ipotizzata nullità dell’attestato per avere la proprietà sottoposto all’attenzione dell’amministrazione un’opera diversa da quella in relazione alla quale l’Attestato veniva richiesto”.

La decisione
La decisione è appunto del 21 maggio 2026. Il Ministero contesta che, l’applicazione della deroga richieda il dolo o la colpa grave del privato “poiché, sostiene l’amministrazione, sarebbero sufficienti l’oggettiva difformità dei fatti rappresentati ogni qualvolta detta difformità, a prescindere da un intento fraudolento del dichiarante, rilevi causalmente sull’errore commesso nell’adozione del provvedimento”. Ma il Consiglio di Stato è netto: non c’è alcuna prova fornita dall’amministrazione a supporto del fatto che il privato abbia ‘imbrogliato’ sui tempi del restauro. La scritta è comparsa a opera esportata, solo dopo il restauro. Poiché il privato non ha agito con l’intenzione di ingannare e non ha dichiarato il falso, l’errore iniziale resta interamente colpa dei tecnici dello Stato. Di conseguenza, il Ministero non può più annullare il permesso oltre i termini di legge, dodici mesi. Si legge nella sentenza: “Il mancato rilievo della corretta qualificazione del dipinto non può quindi che essere ricondotto a un mancato approfondimento istruttorio dell’amministrazione”. Conclusione: appello da parte del Ministero della Cultura respinto.