Dal 30 marzo, la Pinacoteca Vaticana ospita due capolavori dell’Arazzeria Barberini: la Resurrezione di Cristo e l’arazzo con la cerimonia di dedicazione voluta da Urbano VIII. Una mostra che intreccia arte, fede e memoria storica nel cuore di un anno di celebrazioni.
Un cantiere lungo un secolo
Il 18 novembre 1626, dopo più di centoventi anni di lavori e un susseguirsi di papi, architetti e visioni spesso contrastanti, Roma assistette finalmente alla consacrazione della nuova Basilica di San Pietro. Dalla posa della prima pietra voluta da Giulio II nel 1506, passando per i progetti di Bramante, Michelangelo, Raffaello e Carlo Maderno, fino alla facciata ultimata nel 1612, quell’edificio aveva rappresentato per oltre un secolo il cantiere più ambizioso della cristianità.
A portarlo a compimento, con la cerimonia solenne del 18 novembre, fu papa Urbano VIII Barberini, al secolo Maffeo Barberini, il pontefice che avrebbe impresso sulla Roma barocca un’impronta indelebile. Di quel momento fondativo restò però un’unica testimonianza visiva: non una serie di dipinti o di incisioni, ma un solo arazzo monumentale, capace di fissare l’evento e di renderlo leggibile alle generazioni future. È proprio quell’opera a essere oggi al centro della mostra inaugurata il 30 marzo alla Pinacoteca Vaticana.
La mostra e il suo contesto
Inserita nel programma Museums at Work dei Musei Vaticani e visitabile fino a settembre, la mostra “L’Arazzeria Barberini. La Resurrezione e la Dedicazione della Basilica Vaticana” si apre in un anno di celebrazioni di grande respiro. Il Vaticano ha predisposto per il 2026 un articolato programma di iniziative liturgiche e culturali che culmineranno il 18 novembre, nel giorno esatto del quarto centenario, con una Messa solenne presieduta da Leone XIV.
In questo quadro, l’esposizione allestita nelle Sale XVII e XVIII della Pinacoteca rappresenta uno dei contributi più raffinati: curata da Alessandra Rodolfo, responsabile del Reparto per l’Arte dei secoli XVII-XVIII e del Reparto Arazzi e Tessuti dei Musei Vaticani, nasce dalla collaborazione tra tre istituzioni vaticane, i Musei, la Fabbrica di San Pietro e la Biblioteca Apostolica Vaticana. “Avendo noi l’unica testimonianza visiva di quel momento, di quell’episodio, abbiamo voluto raccontare questa bella storia”, ha spiegato la direttrice Barbara Jatta, sottolineando come l’obiettivo dell’esposizione non sia un tema astratto, ma un fatto storico preciso, restituito nelle sue diverse dimensioni liturgiche, artistiche e documentarie.
L’Arazzeria Barberini: una manifattura al servizio del potere
Per comprendere la portata delle opere esposte occorre fare un passo indietro, fino alle origini di una manifattura che fu, nel suo tempo, tra le più ambiziose d’Europa. L’Arazzeria Barberini nacque a Roma nel 1627 per volere del cardinale Francesco Barberini, nipote del papa, in parte grazie a un dono diplomatico: l’anno precedente, Luigi XIII aveva fatto recapitare al cardinale, quale compensazione per una difficile missione a Parigi, sette grandi arazzi tessuti su disegni di Rubens e dedicati alle Storie di Costantino.
Da quel regalo prese forma l’ambizione di dotare Roma di una fabbrica propria, capace di rivaleggiare con le celebri officine fiamminghe e francesi. Il primo direttore fu il tessitore fiammingo Jacob van den Vliete, naturalizzato come Giacomo della Riviera, affiancato da maestranze specializzate chiamate dal Nord Europa. La manifattura rimase attiva fino al 1679, producendo sette grandi cicli di arazzi tra cui le Storie di Costantino ideate da Pietro da Cortona, la Vita di Cristo su cartoni di Giovan Francesco Romanelli e, infine, il ciclo più ambizioso, la Vita di Urbano VIII.
Un dettaglio merita una menzione particolare: la direzione della manifattura passò nel tempo a figure femminili, Caterina e Maria Maddalena della Riviera prima, Anna Zampieri poi. “L’Arazzeria Barberini rappresentò un esempio di eccellenza artistica capace di unire qualità e innovazione”, ha sottolineato la curatrice Rodolfo, ricordando come questi manufatti abbiano contribuito a rafforzare la visibilità politica e culturale di Roma nel Seicento europeo. Una sequenza di gestione al femminile che Rodolfo stessa definisce un unicum nel panorama delle manifatture europee dell’epoca.
Le opere in mostra: un percorso in due sale
Il percorso si articola in due ambienti, concepiti secondo una logica volutamente raccolta. La presidente del Governatorato, suor Raffaella Petrini, ha spiegato che questa scelta mira a favorire la concentrazione del visitatore, sottraendo le opere alla dispersione delle grandi gallerie per restituirle in tutta la loro complessità.
Nella prima sala è esposto l’arazzo con la Resurrezione di Cristo, appartenente alla serie della Vita di Cristo realizzata tra il 1642 e il 1656. Tessuta da Gaspare Rocci su cartone di Giovan Francesco Romanelli, collaboratore di Pietro da Cortona, l’opera si distingue per il suo carattere dinamico e teatrale, in contrasto con la solennità ieratica del secondo arazzo. Accanto è esposta la riproduzione del cartone preparatorio, oggi conservato a Palazzo Barberini.
La seconda sala è dominata dal grande arazzo con la Dedicazione della Basilica di San Pietro, parte della serie Vita di Urbano VIII realizzata tra il 1663 e il 1679. Urbano VIII vi è raffigurato nell’atto di tracciare sulla cenere, con il pastorale, simboliche lettere in greco e latino, circondato da prelati, dalla nobiltà romana e dalle allegorie della Fede e della Religione. “È una cronaca a tutti gli effetti”, ha precisato la curatrice Rodolfo, sottolineando come la precisione dell’arazzo riguardi i gesti rituali, la disposizione dei presenti e la riconoscibilità dei protagonisti.
A fare da contrappunto è il busto bronzeo di Urbano VIII di Gian Lorenzo Bernini, eccezionale prestito della Biblioteca Apostolica Vaticana, in cui il volto del pontefice, costruito con raffinati giochi di luce e ombra, restituisce non la rappresentazione pubblica del potere ma la concentrazione intima di un uomo. Completa il percorso il Diarium Vaticanum Anni Iubilaei MDCXXV, concesso dalla Fabbrica di San Pietro: il parallelo scritto del figurativo dell’arazzo, per usare le parole di Rodolfo, due registri diversi che alla fine coincidono.
Una mostra piccola per scelta, grande per significato
C’è una misura precisa in questa esposizione, e non è casuale. Opere che normalmente i visitatori attraversano in fretta lungo la Galleria degli Arazzi, qui sono isolate, illuminate e messe a fuoco, per restituire in modo nitido un episodio storico, una tecnica complessa e un sistema produttivo che nel Seicento romano non conosceva separazioni tra arte, liturgia e rappresentazione del potere.







