Fino al 30 giugno il Palazzo Apostolico ospita due piccoli capolavori del maestro cretese che non erano mai stati esposti insieme. Al centro della mostra, la straordinaria scoperta di un palinsesto pittorico celato per decenni sotto le pennellate di un ignoto falsario: tre dipinti in uno, emersi grazie al restauro dei Musei Vaticani.
Un incontro inedito tra due capolavori
Due tavole di piccolo formato, concepite entrambe per la devozione privata, si trovano per la prima volta faccia a faccia nel Salone degli Ambasciatori del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo. Da un lato il volto del Redentore, dall’altro un San Francesco che riceve le stimmate: sono le opere al centro di “El Greco allo specchio. Due dipinti a confronto”, mostra inaugurata il 14 marzo e visitabile fino al 30 giugno, curata da Fabrizio Biferali, responsabile del Reparto per l’Arte dei secoli XV-XVI dei Musei Vaticani.
Si tratta della sesta edizione di una serie di esposizioni promosse dalle Ville Pontificie di Castel Gandolfo, che negli ultimi anni si sono affermate come polo culturale di riferimento per il territorio e per i visitatori internazionali. L’esposizione si inserisce inoltre nel programma delle celebrazioni per l’VIII centenario della morte di san Francesco d’Assisi, ricorrenza che attraversa il 2026 con iniziative in tutta Italia.
El Greco: da Candia a Toledo, un percorso di sintesi
Per comprendere le due opere in mostra occorre ripercorrere, almeno a grandi linee, la traiettoria del loro autore. Dominikos Theotokópoulos, detto El Greco, nasce nel 1541 a Candia, l’odierna Iraklion, nell’isola di Creta, e si forma come pittore di icone nella tradizione bizantina. Ancora giovane si trasferisce a Venezia, dove assorbe la luce e il colore delle botteghe di Tiziano e del Tintoretto, poi a Roma, dove si confronta con i grandi della maniera italiana.
Ultima e decisiva tappa è Toledo, nella Spagna della Controriforma, dove El Greco elabora una cifra stilistica inconfondibile: figure allungate, slanciate verso l’alto, un misticismo visionario che non ha precedenti nella pittura del suo tempo. Una sintesi così personale da renderlo incompreso in vita e straordinariamente amato a partire dall’Ottocento romantico, fino alle avanguardie del Novecento.
Il Redentore: storia di un palinsesto
Il dipinto che più di ogni altro cattura l’attenzione di questa mostra è il Redentore, un olio su tavola di appena 45 x 29 centimetri, realizzato intorno al 1590-1595. Custodito fino ad oggi nella Sala degli Ambasciatori dell’Appartamento Pontificio delle Udienze del Palazzo Apostolico Vaticano, era accessibile a pochissime persone. L’opera apparteneva alla collezione dell’intellettuale e politico cattolico spagnolo José Sánchez de Muniáin, che nel 1967 la donò a Paolo VI. La sua attribuzione a El Greco risale al 1970, quando comparve nel catalogo Dominico Greco di José Camón Aznar.
La scoperta del falsario
Il dipinto, rimasto a lungo incompreso e lasciato deteriorare, fu vittima – presumibilmente negli anni Sessanta del Novecento, stagione di frequenti falsificazioni delle opere dell’artista – dell’intervento di un ignoto falsario. Questi ne occultò le stesure originali ridipingendo sommariamente l’immagine di Cristo, trasfigurandone completamente il volto. Il recente restauro condotto da Alessandra Zarelli nel Laboratorio di Restauro Dipinti e Materiali lignei dei Musei Vaticani, accompagnato dalle analisi scientifiche del Gabinetto di Ricerche Scientifiche diretto da Fabio Morresi, ha però riportato alla luce qualcosa di straordinario.
Tre dipinti in uno
Sotto la superficie è emerso un vero e proprio palinsesto pittorico: tre dipinti sovrapposti, tutti riconducibili alla mano di El Greco. Sotto il volto del Redentore è affiorata la figura di San Domenico in adorazione del Crocifisso, databile intorno al 1590. Nell’angolo in alto a sinistra, la riflettografia ha individuato una Madonna con Bambino, parte di uno studio per l’Apparizione della Vergine a san Lorenzo.
Come spiega il curatore Biferali, il quadro era entrato in Vaticano come un piccolo falso storico e ha rivelato invece un documento eccezionale sul metodo di lavoro della bottega: uno sketchbook su tavola, con tre momenti del processo creativo oggi parzialmente visibili anche a occhio nudo. I quattro piccoli fori sui bordi superiore e inferiore suggeriscono inoltre che la tavola fosse destinata in origine a un uso devozionale pratico, probabilmente come altarolo portatile.
Il San Francesco: Bisanzio e Rinascimento in miniatura
L’altra opera in mostra proviene da Napoli, dalla Fondazione A. e M.A. Pagliara dell’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa, che l’ha concessa in prestito per l’occasione. Si tratta di una tempera su tavola di 28 x 20 centimetri, raffigurante il San Francesco che riceve le stimmate, databile intorno al 1570, quando El Greco era documentato a Roma già reduce dalla formazione veneziana. L’opera è firmata in lettere greche maiuscole – DOMÉNIKOS THEOTOKÓPOULOS EPOÍEI – e porta ancora impressa la doppia eredità del suo autore: la fissità ieratica dell’icona bizantina e la pennellata corposa, appresa nelle botteghe di Tiziano e Tintoretto.
La scena e la figura di frate Leone
Nonostante le dimensioni minuscole, la scena è densa di teatralità. Francesco è ritratto nell’atto di ricevere le stimmate da un piccolo angelo in forma di crocifisso che lo colpisce dal cielo, mentre alle sue spalle la figura di frate Leone assiste alla visione con evidente sgomento.
È proprio la presenza di frate Leone a conferire alla tavoletta un interesse biografico e stilistico peculiare. Questa figura accompagna il santo nelle opere giovanili di El Greco, scompare con l’inizio del soggiorno spagnolo dell’artista per poi riaffiorare negli anni finali della sua produzione. Il paesaggio scabro che avvolge la scena e l’accentuata verticalità delle figure anticipano già quella tensione mistica che El Greco avrebbe portato a piena maturazione a Toledo.
Due specchi, un solo artista
Il titolo della mostra non è casuale. Le due tavole non si limitano a coesistere nello spazio: si rispecchiano, raccontano insieme un percorso. Il San Francesco mostra El Greco agli inizi, quando stava ancora cercando la propria voce tra Bisanzio e il Rinascimento italiano. Il Redentore, opera della maturità spagnola, rivela invece la complessità del suo metodo di bottega e restituisce al pubblico un documento che per decenni era rimasto sepolto sotto la mano di un falsario.






