Il Cristo di Sant’Agnese fuori le Mura è di Michelangelo

da | 6 Mar 2026 | Arte e Cultura, Conservazione e Tutela

Un busto scultoreo raffigurante Cristo, presente nella Basilica di Sant’Agnese fuori le Mura a Roma, ora è attribuito a Michelangelo grazie allo studio della ricercatrice Valentina Salerno.

Grande notizia per gli amanti di Michelangelo. La notizia è stata anticipata dall’Ordine dei Canonici Regolari Lateranensi del Santissimo Salvatore, nell’invito alla conferenza stampa nella quale si parlerà dell’importante scoperta. Un busto scultoreo da secoli presente all’interno della Basilica di Sant’Agnese fuori le mura a Roma verrà ufficialmente attribuito a Michelangelo Buonarroti. Alla base della nuova ricostruzione vi è un’approfondita indagine documentale sull’eredità di Michelangelo, fondata su testamenti, carteggi, diari, libri storici e di viaggio, relazioni, inventari notarili e atti confraternali dal 1564 fino ai giorni nostri.

Il busto marmoreo

L’opera è un busto marmoreo raffigurante Cristo Salvatore e mostra Cristo a mezzo busto, con il capo leggermente inclinato e un’espressione intensa e meditativa. Lo stile è sobrio e concentrato sulla resa del volto, con forte espressività e modellato potente, caratteristiche che hanno fatto pensare alla mano di Michelangelo o al suo ambiente. L’opera si trova da secoli nella basilica, ma era catalogata semplicemente come scultura di autore ignoto della scuola romana del Cinquecento. Oggi invece il busto è considerato una delle opere di Michelangelo, fra le 20 finora poco note o di autenticità incerta, ricollegate all’artista rinascimentale, come risultato del lavoro della ricercatrice indipendente romana Valentina Salerno, che nello studio “Michelangelo gli ultimi giorni” ha ricostruito l’ultimo periodo di vita di Buonarroti confrontando decine e decine di documenti provenienti da diversi archivi italiani e stranieri per arrivare a scoprire che Michelangelo non avrebbe distrutto le centinaia di bozzetti, disegni, sculture e disegni che aveva nella sua casa romana, come a lungo si è creduto. Piuttosto, l’artista affidò ad allievi e amici il compito di mettere in salvo le sue opere in un luogo segreto. “Uno dei documenti ritrovati descrive l’esistenza di una stanza in cui vennero nascosti dei beni”, ha spiegato nei giorni scorsi la ricercatrice a Il Messaggero “che conteneva materiale tanto prezioso da prevedere un sistema di chiavi multiple per la sua apertura”. Ma che comunque “è vuota da oltre 400 anni”.

La ricerca di Salerno

La ricerca di Salerno è stata sostenuta dai Canonici Regolari Lateranensi del Santissimo Salvatore e dal professore Michele Rak e intercettata dal cardinale arciprete della basilica di San Pietro, Mauro Gambetti, il quale ha dato vita a un comitato scientifico composto da grandi esperti provenienti dai maggiori musei del mondo e che ha lavorato persino durante il Conclave. A differenza di altre ipotesi speculative, ha spiegato la ricercatrice, la ricerca si fonda esclusivamente su fonti documentali coerenti e verificabili, ricostruendo una linea continua tra l’eredità materiale di Michelangelo e il busto oggi custodito nella Basilica. La studiosa ha ricostruito l’itinerario storico dell’opera, dalla morte dell’artista fino alla collocazione attuale, seguendo spostamenti, nascondimenti e ricollocazioni attraverso documenti notarili, inventari e cronache di confraternite. Questo percorso permette di chiarire il contesto storico e sociale dell’opera, inserendola in un sistema di relazioni con committenze, devoti e ambienti religiosi romani dell’epoca. Il busto era rimasto per secoli nell’oblio a causa di errori attributivi e cancellazioni documentali che ne avevano disperso la memoria. Secondo la ricostruzione di Valentina Salerno, la sua classificazione come opera anonima della scuola romana del XVI secolo non riflette la realtà storica e stilistica. L’analisi comparativa con le griglie stilistiche dei maggiori studiosi mondiali di Michelangelo consente di collocare l’opera entro un contesto coerente, sottolineandone qualità formale e caratteristiche distintive della mano del genio del Rinascimento. Un aspetto rilevante riguarda la trasformazione iconografica del volto: da ritratto fisico a volto sublimato del Salvatore, in linea con le pratiche devozionali e confraternali dell’epoca.