Al Museo Alto Garda di Riva del Garda la mostra ‘‘Ultimate Landscapes’ di Claudio Orlandi

da | 28 Nov 2025 | Appuntamenti, Arte e Cultura, Mostre ed Eventi, Persone e Carriere

Un “grido di dolore” che attraversa le Alpi dal Presena alla Marmolada per denunciare la fusione dei ghiacciai

 

Dopo diciassette anni di ricerca tra le vette e le ferite del paesaggio alpino, dal 29 novembre 2025 al 14 giugno 2026, Claudio Orlandi porta al Museo Alto Garda di Riva del Garda il corpus completo di ‘Ultimate Landscapes’, progetto fotografico d’arte che indaga la metamorfosi dei ghiacciai in un tempo di crisi climatica. Un racconto visivo che attraversa le Alpi dal Presena alla Marmolada, trasformando i segni dell’uomo – i teli geotessili stesi a protezione del ghiaccio – in simboli di un gesto ambivalente, sospeso tra cura e accanimento, tra difesa e illusione. Orlandi: “Il mio è un grido di dolore e una denuncia nei confronti di quello che sta accadendo”.

Un viaggio in mostra

In occasione dell’anno internazionale della Preservazione dei Ghiacciai, con la curatela di Matteo Rapanà e Alessia Locatelli, il Museo Alto Garda dedica così all’artista romano la mostra ‘Claudio Orlandi. Ultimate Landscapes. L’illusione del ghiaccio’, accogliendo nella Pinacoteca del museo e per la prima volta in un’istituzione pubblica l’intera produzione del progetto, articolata in tredici serie fotografiche che raccontano un viaggio durato quasi due decenni.

Il ghiaccio negli scatti

Sin dal 2008 Orlandi esplora i ghiacciai delle Alpi. Le sue immagini non si limitano a registrare il ritiro del ghiaccio, ma ne svelano la complessità attraverso dettagli che diventano materia narrativa: pieghe, strappi, cuciture dei teli artificiali si confondono con la trama naturale del ghiaccio, generando forme quasi astratte, ma intrise di significato e di forte impatto. In questi paesaggi estremi, ciò che emerge è la fragilità del rapporto tra uomo e natura.

Una memoria che si scioglie

Il percorso espositivo restituisce la profondità di questa ricerca, in cui ogni serie diventa un capitolo autonomo di un racconto in continua evoluzione. Dal Rhonegletscher svizzero allo Stelvio, fino alla recente salita in Marmolada, ‘Regina delle Dolomiti’, Orlandi cattura la trasformazione del paesaggio alpino. Nei suoi scatti, la luce disegna trame mutevoli, i teli si ripiegano come sudari, la montagna respira e si ritrae, lasciando intravedere la fine di un’era. Come ha scritto Maria Fratelli, “sono sudari” – veli di una memoria che si scioglie.

Un invito a interrogarci

La mostra si inserisce nel percorso di riflessione che il Museo Alto Garda dedica alle trasformazioni ambientali e sociali contemporanee. Affermano i curatori: “I musei oggi sono luoghi di dialogo e di interpretazione del presente, capaci di interrogare la realtà e di immaginare il futuro. Il progetto di Orlandi ci invita a fermarci, a osservare, a interrogarci su quale modello di sviluppo vogliamo per la montagna e per il pianeta che abitiamo”.

L’urgenza ambientale tradotta in emozioni e riflessioni

Con ‘Ultimate Landscapes’ la fotografia si fa linguaggio etico, strumento di conoscenza e di partecipazione, capace di tradurre l’urgenza ambientale in esperienza emotiva. Ogni immagine diventa una soglia, un varco tra la bellezza e la perdita, tra la forza della natura e la vulnerabilità dell’uomo. E in questa sospensione – tra ciò che resta e ciò che si scioglie – si apre lo spazio di una consapevolezza nuova: il paesaggio è anche il primo segno del nostro futuro.

Il ghiacciaio si fa suono

In occasione della mostra, la narrazione fotografica di Claudio Orlandi incontra l’installazione sonora creata dal sound designer Alessio Mosti che si fa ‘voce’ dello stesso ghiacciaio, suono fisico dello sgretolamento registrato, ripetuto e reso musica.  Unveil è una parabola che inizia e termina con il suono concreto del ghiaccio, ripreso tramite idrofoni e microfoni a contatto: il suono ambientale viene elaborato spettralmente fino a diventare elemento primario della composizione musicale sia da un punto di vista armonico, sia ritmico.

La storia del progetto nelle parole di Orlandi

Claudio vive e lavora a Roma. L’amore per la montagna ha sempre caratterizzato la sua vita. Questo è però il progetto più rilevante, “nato quando sono venuto a sapere che sul ghiacciaio Presena, sopra il passo del Tonale, c’era questa sperimentazione di copertura dei ghiacciai per salvaguardarli e per quantomeno rallentarne la fusione. Mi sono interessato al tema e sono partito. Qui è nata la prima serie che ho pubblicato, ma non credevo di farne una serie che poi con il tempo sarebbe diventata importante”. Prosegue Orlandi: “Nel 2017bsono stato sulla cima più alta della Germania, Zugspitze, sopra Garmisch-Partenkirchen. Anche lì ho trovato situazioni analoghe e così è diventato un lavoro che ho deciso di perseguire nel dettaglio”. Orlandi inizia così il suo percorso attraverso i ghiacciai interessati dai tentativi artificiali di arginare la fusione del ghiaccio. Con la Marmolada Claudio Orlandi ha chiuso il cerchio, almeno per il momento.

Tra natura e i segni dell’uomo

Claudio Orlandi non fotografa la parte umana ma i teli di protezione non possono che essere notati: “Ho assistito più volte alle operazioni di montaggio e smontaggio di queste enormi strutture e quindi mi sono soffermato. Il mio non è un lavoro documentario, ma ho ritenuto corretto inserire anche fotografie che documentassero queste operazioni: un giusto corollario per far capire il modo in cui sono montate le strutture”.

Claudio Orlandi: “Il mio è un grido di dolore”

Lo scopo del lavoro di Claudio è chiaro: “Spero che possa essere un documento, realizzato attraverso il linguaggio dell’arte, che induca tutti a pensare, a riflettere”. Su cosa è ovvio: la crisi climatica che stiamo attraversando: “La decarbonizzazione, che sarebbe il primo dei passi più importanti che potremmo fare di fronte alle problematiche relative alla crisi climatica, non è facile da attuare in tutto il mondo. Il mio vuole essere un grido di dolore, una denuncia nei confronti di quello che sta accadendo, sperando che ci sia la possibilità di poter fare qualcosa”. Piccole gocce, attraverso i comportamenti legati alla sostenibilità che possiamo mettere in atto ogni giorno, per cercare di arginare una situazione compromessa gravemente. Prosegue Claudio: “Il mio scopo è lasciare una testimonianza di quello che abbiamo combinato e dei piccoli tentativi che abbiamo fatto, del tutto effimeri: non è certo con i teli che i ghiacciai si salveranno dalla fusione. Il mio è un tentativo di far riflettere questa disgraziata razza umana su quello che ha fatto e che cercare di fare in modo che si possano avere risposte, anche se al momento ancora non sono arrivate, al tema della crisi climatica”.

Un viaggio per riflettere

Orlandi precisa che non si parla di cambiamenti climatici, “che ci sono sempre stati e sempre ci saranno” nelle ere geologiche, ma di crisi climatica, cioè “il modo esponenziale con cui questi cambiamenti nell’epoca dell’antropocene” si sono verificati a una “velocità pazzesca”. Perché? “Perché le emissioni di anidride carbonica sono diventate intollerabili e hanno causato ciò che adesso vediamo”. La progressiva sparizione dei ghiacciai è una prospettiva devastante quanto reale. La responsabilità è allora “solo nostra. Possiamo prendercela solo con noi stessi e con le politiche miopi di chi governa: basti vedere gli Stati Uniti, che sono usciti dall’accordo per contrastare il cambiamento climatico”. E alla domanda su cosa poter dire ai negazionisti, Orlandi non ha dubbi: “Di camminare sui ghiacciai”, per notare l’impatto in termini ambientali di ciò che l’uomo ha messo in atto.

Immagini che sono urla 

Le fotografie allora colpiscono nel profondo, per certi versi sono un vero e proprio pugno nello stomaco, che esortano con forza a riflettere, che arrivano a “confondere il senso comune della percezione”, pur con l’inserimento di riferimenti che supportino nella comprensione”. Tredici serie di immagini che sono “urla” e che lasciano “una traccia, qualcosa che possa ricordare quando non ci saremo più quella che era la nostra realtà e di come l’abbiamo ignorata per troppo tempo, facendo finta di niente”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Clicca sul Banner per leggere Territori della Cultura n° 61