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L’imponente Colosso di Costantino torna in Villa Caffarelli ai Musei Capitolini

da | 8 Feb 2024 | Archeologia

Dal 6 febbraio, nel giardino di Villa Caffarelli, ai Musei Capitolini di Roma, torna l’imponente statua del Colosso di Costantino.

Il Colosso di Costantino è uno degli esempi più significativi della scultura romana tardo-antica e la più colossale opera a noi arrivata (i Dioscuri capitolini sono 5,80 metri, per intendersi); la statua originale venne riscoperta nel XV secolo presso la Basilica di Massenzio lungo la via sacra. Ne rimangono solo nove frammenti marmorei, custoditi nel cortile di Palazzo dei Conservatori, più uno ora riemerso dal “passato”. Proprio da questi si è partiti per impostare questo progetto, esito della collaborazione tra la Sovrintendenza capitolina, la Fondazione Prada e Factum Foundation for Digital Technology in Preservation, con la supervisione scientifica del sovrintendente Claudio Parisi Presicce. Con i suoi 13 metri di altezza, il Colosso è la fedele ricostruzione della colossale statua dell’imperatore del IV sec. d. C., che aprì definitivamente le porte al Cristianesimo, e che oggi accoglie, gratuitamente, i visitatori del giardino di Villa Caffarelli, quasi una porta d’accesso a quello scrigno di tesori che sono i Musei Capitolini. Il Giardino di Villa Caffarelli, dove è stata collocata la riproduzione, si estende in parte sull’area occupata dal Tempio di Giove Ottimo Massimo, che un tempo ospitava la statua di Giove, la stessa forse da cui il Colosso fu ricavato o che comunque ne costituisce il modello di derivazione. I resti del tempio sono oggi visibili all’interno dell’Esedra di Marco Aurelio. La statua si erge in tutta la sua compostezza: la mano dell’imperatore stringe lo scettro, lo sguardo è fiero e deciso, il drappo dorato scende con eleganza e il ginocchio scoperto incarna il segno della devozione, come nella tradizione omerica.

Presentata per la prima volta a Milano, dal 17 novembre 2022 al 27 febbraio 2023, in occasione della mostra Recycling beauty curata da Salvatore Settis e Anna Anguissola, con Denise La Monica, la ricostruzione in scala 1:1 unisce analisi archeologiche, studi letterari sulle fonti, 3D e nuovissime tecnologie della Factum Foundation, che in Italia ha già lavorato, ad esempio, con Peter Greenaway sul cenacolo vinciano o sul San Lorenzo di Caravaggio a Palermo. Il sovrintendente Claudio Parisi Presicce spiega che sono stati fondamentali “i frammenti ritrovati nel 1486”, che solo nell’Ottocento furono identificati come appartenenti alla statua di Costantino e non di Commodo, ma anche un ultimo pezzo, “parte del torace, rinvenuto nel 1951 e dimenticato per anni nei depositi del Parco archeologico del Colosseo, che sarà presto trasferito al Campidoglio. Nessuno finora aveva studiato la relazione tra tutti i pezzi. Noi ci siamo concentrati sulle tracce visibili, ma soprattutto su quelle invisibili”. L’opera è realizzata in resina e poliuretano, insieme a polvere di marmo, foglia d’oro e gesso, e riapre anche la strada a interrogativi come l’origine della statua, in quanto, spiega il sovrintendente, “se alla base ci fosse la statua di Giove Capitolino che si trovava proprio in quest’area” nel tempio di Giove Ottimo Massimo “o se invece l’opera si ispirasse a modelli classici che risalivano fino allo Zeus di Fidia. E aggiunge: “Il Colosso rimarrà qui tutto l’anno giubilare. Poi si vedrà se spostarlo al Museo della Civiltà Romana, che verrà riaperto” con i fondi del Pnrr”.

Il sindaco di Roma Roberto Gualtieri si è espresso, invece in questo modo: “Un lavoro straordinario e un vero colosso che rappresenta il potere dell’imperatore che ha trionfato a Ponte Milvio. Stiamo lavorando per cercare di recuperare le dimensioni dell’antichità. Ad esempio, anche con il museo della Forma Urbis, dove abbiamo collocato i frammenti sopra una mappa famosissima del ‘700 per renderli intellegibili, e sulla quale si può camminare”. Continua anche citando “gli scavi dell’Argentina e i negozi di via Flaminia” e “l’anastilosi della Basilica Ulpia”. L’Assessore alla cultura Miguel Gotor aggiunge: “Ora il Colosso di Costantino dimostra come non solo la vita, ma anche la storia e l’archeologia sono fatte di frammenti e ricomposizioni”.

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