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Lavoro nella cultura, il questionario di Mi riconosci?

da | 20 Gen 2023 | Arte e Cultura, Formazione e Lavoro

Precarizzazione, stipendi inadeguati, inquadramenti professionali nebulosi, problematicità degli ambienti di lavoro. È questa la grave situazione che risulta dall’ultimo questionario sottoposto ai professionisti della cultura dall’associazione Mi riconosci?. Il gruppo, formatosi nel 2015, da quattro anni si occupa di registrare le condizioni lavorative del settore mediante numeri ed esperienza diretta di chi lavora nel campo dei beni culturali e, in parte, dello spettacolo.
I rapporti precedenti avevano puntato sulle conseguenze della pandemia e sul primo periodo di ripresa del settore. Questo nuovo progetto invece, presentato in Sala Stampa della Camera dei Deputati per intercessione dell’onorevole M5S Anna Laura Orrico, analizza più approfonditamente un campo lavorativo che sembra essersi consolidato sulla base di dinamiche umilianti e che avrebbe bisogno di un cambiamento, come afferma Federica Pasini, tra le curatrici dell’indagine.
Il procedimento di raccolta dei dati ha diviso di proposito le risposte dei lavoratori autonomi da quelli dipendenti, per approfondire le problematicità di entrambe le categorie. Hanno partecipato lavoratori di musei, archivi, biblioteche, siti archeologici e fondazioni culturali, con ruoli e competenze diverse.
Tra i lavoratori dipendenti solo il 22% lavora per la pubblica amministrazione. Il 75% lavora per privati, soprattutto cooperative. Il tipo di contratto più diffuso è quello dei multiservizi.
Per quanto riguarda lo stipendio, il 68,93% guadagna meno di 8 euro netti l’ora, il 50% meno di 10mila euro l’anno, il 72% meno di 15mila euro l’anno. Motivo per cui, di fronte a una paga che non permette di vivere dignitosamente – per il 54% degli intervistati – spesso si deve necessariamente svolgere più di un lavoro.
Il 31% delle risposte, invece, è arrivata da lavoratori autonomi, a partita Iva o a ritenuta d’acconto. Il 63,8% dei lavoratori autonomi dichiara di esserlo diventato non per scelta, ma perché obbligato. Il datore di lavoro, infatti, obbliga ad aprire partita Iva come condizione necessaria per lavorare.
A conferma di ciò, risulta che il 73% di chi lavora con partita Iva presenta un committente principale, venendo pagato a ore o a giornata. Il lavoro autonomo, quindi, nasconde un lavoro dipendente. Il 40,3% dei liberi professionisti guadagna meno di 8 € l’ora.
Sono dati in contrasto con la formazione dei lavoratori intervistati, spesso laureati magistrali o molto specializzati.
Ci sono poi i funzionari pubblici,  che registrano una carenza di personale impiegato per il MiC, il 50% del personale necessario.
“Il lavoro in cultura dev’essere qualificato e dunque giustamente retribuito. Si tratta di un ruolo di natura sociale, in ognuna delle sue articolazioni. Ma il primo problema in Italia è che nel settore mancano proprio i numeri: non esistono censimenti specifici e lo stesso lavoratore non si sente parte del sistema. Anche noi, come Federculture, incontriamo difficoltà nel pubblicare il nostro rapporto annuale, basandoci solo di dati statistici, in mancanza di dati amministrativi. Dunque ben vengano queste ricerche, che sono da intendersi come carotaggi. Il rilievo lampante? il livello di istruzione qui è molto più alto che in altri settori, ma il corrispettivo retributivo è assurdo. Da parte nostra vogliamo mettere mano a uno statuto dei lavoratori della cultura come tappa di un percorso che dovrebbe portare a contratto unico, sia pure molto articolato”, afferma Umberto Croppi, direttore di Federculture.

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