Lettera di Raffaello a Leone X

da | 24 Apr 2020 | Arte e Cultura, Promozione e valorizzazione

Foto: 1) Copertina, anonimo, noto come Maestro di Oxford, Interno del Colosseo con dotti (Taccuino del maestro di Oxford) 1515 circa. Penna e inchiostro, pennello e inchiostro diluito, taccuino in folio Oxford, Ashmolean Museum; 2), 3) e 4) Lettera a Papa Leone X.

“Non debe, adonque, Padre Santissimo, esser tra li ultimi pensieri di Vostra Santitate , lo haver cura che quello poco che resta di questa anticha madre de la gloria e grandezza italiana…” La “Lettera di Raffaello a Leone X “ è esposta all’inizio del percorso di visita della mostra alle Scuderie del Quirinale che celebra l’artista a cinquecento anni esatti dalla morte avvenuta alle tre di notte di venerdì santo, 6 aprile 1520. “Dolse la morte sua precipue alli litterati p(er) non haver potuto fornire la descrittione , et pittura di Roma antiqua ch(el) faceva, ch(e) era bellissima…”, annotava nel suo diario il nobile veneziano Marcantonio Michiel. Un progetto grandioso, “mettere in disegno Roma anticha”, che solo Raffaello, definito da Vasari un “Dio mortale”, avrebbe potuto portare a compimento. In quei giorni di aprile i crolli e i dissesti nel Palazzo Pontificio, tanto da costringere il Papa a lasciare frettolosamente il proprio appartamento per trasferirsi in quello del cardinale Cibo, vennero intesi come un presagio della scomparsa di Raffaello.

A rintracciare i fili della storia affascinante della “Lettera” dedicatoria su cui si fonda il moderno concetto di tutela, messo oggi in rapporto con l’art. 9 della Costituzione, è uno dei curatori della mostra delle Scuderie, il professor Francesco Paolo di Teodoro (ordinario di storia dell’architettura al Politecnico di Torino), che ne ha fatto oggetto della tesi del proprio dottorato di ricerca nel 1993, pubblicata l’anno dopo. Un amore di antica data, sempre coltivato e rinverdito con la pubblicazione presso l’editore Olschki di un testo specifico “Lettera a Leone X” a cui seguirà presso lo stesso editore nell’anno in corso un volume più ampio “Scritti di e per Raffaello” con la versione in volgare del “De architectura” di Vitruvio nella traduzione di Flavio Calvo (che Raffaello che non conosceva il latino, ospitò a casa sua), la “Lettera a Leone X”, la Lettera su Villa Madama, alcune lettere private autografe, fra le pochissime conservate, scritte allo zio Simone Ciarla (in una riferisce come era diventato successore di Bramante alla Fabbrica di San Pietro), e cinque sonetti in rima di soggetto amoroso scritti appena giunto a Roma, due completi e due abbozzati. Più fogli sparsi fra Oxford Londra Vienna e Montpellier con dei disegni che ci aiutano a datare i sonetti. I disegni si riferiscono al Parnaso e alla Disputa del Sacramento, quindi non vanno oltre il 1509-1510.

La “Lettera a Leone X” è una lettera dedicatoria e il prologo di una sorta di trattato di nuova concezione in cui la pianta di Roma sarebbe stata accompagnata da disegni architettonici di edifici esemplari in pianta, prospetto e sezione realizzati con il metodo noto ne XIX secolo come proiezioni ortogonali. E’ conosciuta in quattro testimoni, tre manoscritti e uno a stampa. Quello esposto a Roma è un manoscritto di sei fogli sciolti, piegati in modo da formare 24 pagine, dell’Archivio di Stato di Mantova dove si trova dal 2016, quando viene acquistato dallo Stato presso i conti Castiglioni che lo conservavano nel loro archivio privato. Le idee sono solo di Raffaelo? “Sono di ambedue”, precisa il professor Di Teodoro, ma il testo autografo è di Castiglione che mette l’opera in bella lingua, la seconda parte più tecnica è propria dell’architetto Raffaello. E questo si scopre osservando la minuta conservata, i ripensamenti molto numerosi nella prima parte si fanno più radi nella seconda.

Ciò che impressiona entrando nelle prime sale della mostra sono proprio le copie in grande formato in cui le cancellature non si contano. “E’ la brutta copia del documento che ho rintracciato nel 2015 dall’edizione del 1733”, ricorda il professore che nel prossimo libro renderà ragione di queste note. Perché è riuscito a leggere tutto quello che è scritto sotto le cancellature “Ci dicono come è stato costruito il testo. Forse è la cosa più interessante per uno studioso, come se uno spiasse Castiglione da dietro e vedesse quello che stava facendo”.

Il secondo testimone, che si trova in un archivio privato della città dei Gonzaga, fa parte di una raccolta di 163 lettere di Castiglione fatta compilare dal figlio Camillo per scagionare il padre dall’accusa di Papa Clemente VII che lo incolpava di non essere riuscito a evitare il sacco di Roma di Carlo V . La Lettera è la prima della raccolta. Vi è poi il manoscritto di Monaco conservato in una raccolta miscellanea, visto probabilmente da Vasari e Palladio, quindi il testo pubblicato a Padova nel 1733, edizioni Comino, fra le “Opere volgari e latine del Conte Baldassar Castiglione” che leggevano però solo i letterati.

Nel 1799 l’abate Daniele Francesconi presentava alla Reale Accademia Fiorentina, siamo in periodo neoclassico e Raffaello è la voce dell’antichità, la “Congettura che una lettera creduta di Baldessar Castiglione sia di Raffaello d’Urbino”, restituendo la paternità dell’opera a Raffaello, scritta in lingua letteraria dall’amico Castiglione. Un’attribuzione che ha una forte ricaduta non solo a livello culturale. Quelle parole, quell’incitamento, quelle critiche ricevono finalmente l’attenzione che meritano e assumono tutt’altro peso se dette da un letterato o da Raffaello “emolo […] degli Apelli, e dei Zeusi”. E’ Raffaello che scrive a un pontefice e gli illustra il progetto di una grande pianta della Roma antica così com’era al vertice della sua potenza. La prima parte molto bella, raffinata è una sorta di riassunto di tutto quello che era successo dal Petrarca in poi. C’è il lamento, il pianto sulle rovine di Roma per colpa dei “Gotti, dei Vandali e d’altri perfidi inimici del nome latino”, ma anche di coloro che “come padri e tuttori dovevano diffendere queste povere reliquie di Roma”. “Quanta calcina si è fatta di statue et d’altri ornamenti antichi che ardirei dire che tutta questa nova Roma , che hor si vede, quanto grande ch’ella si sia, quanto bella , quanto ornata di palazzi, di chiese et de altri edifici, sia fabricata di calcina fatta di marmi antichi?”

La Lettera ebbe una grande risonanza al suo apparire per poi essere dimenticata e venire riscoperta solo a distanza di secoli. Nel 1802 Pio VII Chiaramonti firmava un Chirografo che avrebbe fatto storia “Sulle antichità e belle arti in Roma e nello stato ecclesiastico” che si apriva con le parole “La conservazione dei monumenti…” Seguiva l’esempio di pontefici come Pio II Piccolomini, Sisto IV della Rovere, Leone X de’ Medici, Paolo III Farnese, Gregorio XIII Boncompagni, recepiva i contenuti della Lettera di Raffaello e nominava Canova ispettore Generale delle Belle Arti, titolo che Raffaello non ha mai avuto, infatti nel 1515 fu nominato “praefectus marmorum et lapidum omnium” perché non venissero distrutte le epigrafi scritte in bella lingua latina. La stesura del testo era opera di Carlo Fea, che In quello stesso anno aveva pubblicato la” Relazione di un viaggio a Ostia e alla Villa di Plinio”, un volumetto rintracciato recentemente dal professo Di Todaro, con richiami ai classici, come “La lettera a Cola di Rienzo” (detta “Hortatoria”) di Petrarca e alla Lettera di Raffaello. Fea affrontava il problema della tutela delle antichità, scagliandosi contro barbari e ignoranti che hanno spogliato chiese e monasteri e contro “la cupidigia di compratori Oltramontani”. Un chiaro riferimento per la legislazione pontificia in un periodo in cui lo stato aveva subito gravi danni a causa delle campagne napoleoniche.

La “Lettera a Leone X” di Raffaello e Baldassarre Castiglione è uno dei documenti più preziosi fra i tanti esposti nella mostra alle Scuderie del Quirinale. Una mostra bellissima e invisibile, a meno di una qualche proroga, a causa del flagello del coronavirus. Un documento importantissimo, considerato unanimemente a fondamento del moderno concetto di tutela dei beni culturali, posto accanto al ritratto dell’amico Baldassarre Castiglione, del Papa Medici affiancato dai due cardinali di famiglia Luigi de’ Rossi e Giulio de’ Medici futuro papa Clemente VII, dei codici epigrafici di Fra Giocondo, dei disegni dall’antico di monumenti citati nella lettera.

Di Teodoro Lettera a Leone X, Pagg. 71 € 23. Leo S. Olschki Editore