L’Italicità tra libri, parole e immagini: intervista a Giovanni Bocco

da | 23 Set 2022 | Arte e Cultura, Interviste, Soft Power italico

Giovanni Bocco, che di professione ha sempre fatto il giornalista, vanta una certa confidenza con le parole: le ha usate per descrivere quello che, da inviato del TG1 per tanti anni, è riuscito a cogliere non solo con i suoi occhi, ma anche con le suggestioni che il suo bagaglio culturale, specialmente da un punto di vista filosofico, gli ha permesso di elaborare e di fare proprie. È stato inviato permanente del TG1 dal 1994 al 2001 in Medio Oriente, da cui ha seguito le principali evoluzioni del conflitto israelo-palestinese e anche le varie crisi tra Iraq e Stati Uniti; nel biennio 2004/2005 è stato corrispondente da Bruxelles; nel 2006 è stato nominato corrispondente Rai dalla Francia. Dal 2011 è rientrato in Italia stabilmente e, da quel momento, si è dedicato principalmente a due tematiche: la crisi in Venezuela e l’emigrazione italiana nel mondo. L’incontro con le idee di Piero Bassetti rispetto alla civilizzazione italica lo rendono, oggi, tra i principali divulgatori e promotori attivi di questa consapevolezza che, per dare qualche numero concreto, coinvolge circa 300 milioni di persone, di italici, in tutto il mondo. Giovanni è autore del libro Il manoscritto di Italicus, edito da Rubettino nel 2021, considerato vero e proprio manifesto della civilizzazione italica e dei principi che la permeano.

Perché ha scelto di scrivere un libro per parlare della civilizzazione italica? E perché, volendo essere ancora più specifici, ha scelto proprio la forma del romanzo per il suo racconto?

Sono stato per tanti anni e sono ancora un giornalista: ho trascorso la mia vita a raccontare tutto quello di cui ero protagonista utilizzando le immagini. Questa mia caratteristica, nello scrivere il libro, mi è stata molto utile: ho unito le mie suggestioni, le immagini che avevo in testa, alla scrittura, e ne è scaturito un connubio davvero potente. Quello che ho scritto è un romanzo, che ricalca un po’ il filone del “manoscritto ritrovato”, volendo prendere in prestito una certa eredità manzoniana. Ho scelto questa forma di racconto perché il romanzo è semplice, ed è altresì una forma di espressione che consente di divulgare meglio le idee e, in questo caso particolare, i principi della civilizzazione italica. Possiamo considerare Il manoscritto di Italicus un romanzo storico-filosofico, in cui cerco di lanciare delle provocazioni intellettuali e attraverso il quale, al contempo, cerco di offrire dei validi spunti di riflessione. Insomma, è come una mappa per il tesoro: è tutto lì, bisogna solo lasciarsi ispirare dalle parole (e dalle immagini figurate!) che vi si trovano dentro.

Oltre a quegli italici che sono già consapevoli della loro italicità, a chi è rivolto questo libro?

A tutti coloro che ancora non hanno la consapevolezza di appartenere alla civiltà italica. Vede, io penso (e non solo io, in realtà!) che l’Italia sia il primo influencer culturale del mondo e, proprio per questo motivo, godiamo di grande credito e considerazione all’estero. Quello che sono riusciti a creare gli italici nel mondo è qualcosa di straordinario, è un vero e proprio micro mondo nel mondo esteso, un ecosistema interamente italico. Basti pensare che molti di loro ricoprono posizioni di un certo rilievo: De Blasio, per esempio, sindaco di New York; la classe dirigente dell’Argentina, quasi interamente composta da discendenti di emigrati italiani. Intra nos, nel nostro Paese, non abbiamo minimamente idea della considerazione di cui godiamo all’estero. Il mio libro serve anche a questo, si rivolge anche a tutti coloro che ignorano questo fatto così importante; serve, in un certo senso, a far maturare in loro una certa consapevolezza della grande fortuna di cui godono in quanto italici.

Secondo lei, al di là dei principi che ha dettato e sancito (sempre in modo gentile!) il pensiero bassettiano, qual è la filosofia che permea la comunità italica? E quali i principi etici e filosofici che dovrebbero guidare la diffusione di questa civilizzazione?

Stiamo vivendo un periodo di intense trasformazioni geopolitiche: i confini si stemperano e si afferma sempre di più una realtà transnazionale. Noi, italiani di nascita, abbiamo bisogno dell’idea della civilazzione italica perché è un qualcosa che, al di fuori dei nostri confini, ci consente di essere un punto di riferimento internazionale, anche per tanti altri cittadini di altre nazioni nel mondo. Insomma, la nostra italicità ci porta ad avere una maggiore influenza e, come italici, potremmo fare ulteriori passi avanti e arrivare laddove la nostra italianità, che ci rende già influencer culturali, non è ancora arrivata. Quali sono i valori italici? Sono parecchi e non sono solo astratti: abbiamo il gusto, l’universalismo, la sapienza manifatturiera, l’arte (il 40% del patrimonio artistico del mondo si trova in Italia, per dire!), il made in Italy, la moda, la capacità industriale. I principi che dovrebbero guidarci nella civilizzazione italica sono gli stessi già insiti nella civilizzazione italica stessa: un modello di integrazione assolutamente pacifico, l’idea dell’ibridazione, l’onestà, il lavoro, l’hora et labora. Tutti valori e principi che non apprendiamo sui libri di scuola ma che, in un certo modo, troviamo già incisi nel nostro DNA.

Facciamo riferimento all’affermazione fatta precedentemente, rispetto all’Italia come influencer. Se l’Italia avesse un social a disposizione, quale sarebbe quello che ci farebbe emergere maggiormente in questo ruolo? E volendo approfondire da un punto di vista della divulgazione della nostra civilizzazione: se aprissimo un canale social non troppo istituzionale rispetto alla civiltà italica, quanto funzionerebbe? 

Partendo da quanto ci siamo detti inizialmente rispetto al connubio immagini-parole, direi che il massimo a cui potremmo aspirare sia un social che consenta un enorme racconto articolato con immagini e didascalie! Le immagini aiuterebbero molto a parlare dell’Italia, delle suggestioni che la animano e che provoca, ma anche a rendere chiara la grandezza e la complessità del nostro Paese. Penserei a qualcosa di simile a Instagram, ma magari anche un po’ più aggiornato. Penso, allo stesso tempo, che aprire un canale dedicato alla civilizzazione italica funzionerebbe tantissimo: potremmo coadiuvare digitale e analogico, partendo da un canale tv per arrivare alle sue diramazioni social. L’obiettivo non sarebbe raccontare solo le bellezze artistiche e paesaggistiche, ma anche di far conoscere le storie degli italici all’estero, di come si sono integrati. Potremmo parlare di creatività nelle sue varie declinazioni, come per esempio il cinema italo-americano. Questo canale servirebbe a unificare e anche a mettere in contatto tutti gli italici che ci sono sparsi per il mondo; aiuterebbe ad estender il soft power italico, che in questo momento utilizziamo in modo molto ridotto rispetto alle sue reali potenzialità.

Qual è, secondo lei, la ragione per cui siamo influencer/leader per natura, ma non ce ne rendiamo conto? 

I motivi sono tanti, a partire dal processo con cui è nata ed è stata condotta la nostra unità statuale e nazionale: è stato un qualcosa di traumatico per tutta la parte del Centro e del Sud del Paese che, al momento dell’unificazione, era il motore propulsivo sul piano economico e che godeva, inoltre, di un’industria piuttosto importante e sviluppata. Queste informazioni, da un punto di vista dei numeri, possono essere facilmente reperite all’interno del censimento del 1861. Il processo è andato avanti come una sorta di colonizzazione, che ha portato anche alla perdita (e in alcuni casi al sequestro) di notevoli ricchezze. È così che al sud è nato il fenomeno dell’emigrazione, che fino a quel momento non era un problema che aveva mai toccato quella parte di Italia. Questo ha creato una disaffezione rispetto allo stato unitario italiano ed è anche uno dei motivi della nostra instabilità psicologica nei confronti del concetto di Patria e di quello di italianità. Quella che ho offerto è una delle chiavi di lettura, ma è solo uno dei tanti elementi che compone un puzzle più ampio. È a tutti gli effetti, però, un trauma irrisolto della nostra Nazione… che prima o poi supereremo!

In conclusione, le pongo una domanda che fa un po’ da fil rouge di questa serie di interviste che sto conducendo. Cosa può fare di più il giornale Q&A per diffondere la consapevolezza della civiltà italica?

Diffondere queste tematiche quanto più possibile. Parlarne, dare voce anche alle comunità all’estero. Divulgare questi concetti e queste idee, soprattutto seminare positività sull’avvenire del nostro Paese e della civilizzazione italica. Rendere tutti gli italici più consapevoli ed orgogliosi di tutto quello che sono e che hanno la possibilità di essere nel futuro. Siamo sulla buona strada: in molti casi, il segreto del successo, al li dà delle idee brillanti che stanno alla base, è proprio la perseveranza accompagnata da un atteggiamento positivo!