Durante l’ampliamento dello stabilimento Garofalo sono state individuate 85 sepolture del VI secolo a.C. Gli studiosi parlano di una delle scoperte più significative degli ultimi anni per l’area dell’Ager Stabianus, mentre resta aperto il tema su dove esporre i corredi funebri.
Doveva essere un cantiere come tanti, destinato ad ampliare uno degli stabilimenti produttivi più noti della Campania. Si è trasformato invece in uno dei ritrovamenti archeologici più rilevanti degli ultimi anni nel Meridione. Nel corso dei lavori di espansione del Pastificio Garofalo di Gragnano, in provincia di Napoli, è emersa una necropoli risalente al VI secolo a.C., portata alla luce grazie alle attività di archeologia preventiva condotte sotto la direzione scientifica della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Napoli, con il supporto operativo della società Geomed. Il sito, in via dei Pastai, è stato inevitabilmente ribattezzato Necropoli di Via dei Pastai.
Ottantacinque sepolture, uno stato di conservazione raro
Lo scavo, condotto tra l’inizio del 2025 e i primi mesi di quest’anno, ha restituito 85 sepolture distribuite su un’area di circa duemila metri quadrati. Finora sono stati identificati 16 adulti, 4 bambini e 15 infanti, mentre le indagini sui restanti individui sono ancora in corso. A colpire gli studiosi non è solo il numero delle tombe, ma il loro stato di conservazione. “Non erano mai stati ritrovati questo tipo di materiali in una necropoli campana di questo periodo”, ha spiegato Paola Ricciardi, soprintendente Archeologia Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Napoli, sottolineando come in alcune casse funerarie in tufo si sia creata nel tempo un’atmosfera priva di ossigeno che ha permesso la sopravvivenza di materiali organici normalmente perduti, compreso un piatto in legno.
Cosa raccontano i corredi funebri
Le tombe hanno restituito vasellame decorato, gioielli tra cui collane e pendenti in avorio con figure umane, una spada in ferro e fibule in bronzo, elementi che secondo la Soprintendenza rimandano alle strategie di autorappresentazione sociale di un’elite di rango elevato dell’Ager Stabianus. Tra i reperti figurano inoltre graffiti alfabetici che riportano i nomi dei possessori, testimonianza delle reti commerciali che nel VI secolo a.C. collegavano quest’area della Campania alla Grecia, all’Egitto e al Mediterraneo orientale. Parallelamente, lo studio dei materiali biologici, illustrato dalla funzionaria Francesca Mermati, ha permesso di ricostruire aspetti legati all’alimentazione, alla mobilità e alle condizioni di vita delle comunità dell’epoca, dal rachitismo infantile alle deformazioni scheletriche legate alle attività lavorative.
Un tassello per la storia dell’Ager Stabianus
Al di sotto della necropoli sono emerse anche strutture più antiche, riferibili all’età del rame e del bronzo, che secondo Teresa Elena Cinquantaquattro, delegata del ministero della Cultura, creerebbero una continuità con le popolazioni di Longola e, in prospettiva, con Pompei, riaprendo l’interrogativo sulla localizzazione dell’antica città di Stabia, questione su cui gli studiosi non si dicono ancora in grado di offrire una risposta definitiva. Per il capo dipartimento del ministero della Cultura, Luigi La Rocca, la scoperta colma “un vuoto” storico: si riteneva infatti che gli insediamenti indigeni fossero scomparsi con la fondazione italica di Nocera e di Pompei, mentre i nuovi dati suggeriscono una fase più avanzata di quella presenza nel VI secolo a.C.
Un precedente degli anni Cinquanta
Il ritrovamento non è isolato. La nuova area funeraria si inserisce infatti in una necropoli più ampia, individuata già a metà degli anni Cinquanta dall’archeologo Libero D’Orsi in località Madonna delle Grazie. In quell’occasione furono recuperati i corredi di circa 300 tombe, sottratti alle incursioni dei tombaroli e alla speculazione edilizia degli anni successivi. Quei reperti sono oggi conservati al Museo archeologico di Quisisana.
Dove esporre i reperti: la partita è aperta
Resta ora da stabilire dove troveranno collocazione i materiali appena rinvenuti. Il sindaco di Gragnano, Aniello D’Auria, ha proposto di includerli nel futuro Museo della Pasta di Gragnano, che sorgerà a breve distanza dal luogo del ritrovamento. Sulla questione si registra anche l’interesse del Parco Archeologico di Pompei, che rivendica un ruolo nella gestione dei reperti in quanto la scoperta è avvenuta nell’area dell’Ager Stabianus. Massimo Menna, amministratore delegato del Pastificio Garofalo, ha confermato la disponibilità dell’azienda a proseguire la collaborazione con la Soprintendenza, definendo la scoperta un motivo di orgoglio per un’impresa legata al territorio di Gragnano da oltre due secoli. Per La Rocca, il caso dimostra come l’archeologia preventiva e la cooperazione tra pubblico e privato possano trasformare un cantiere industriale in un’occasione di conoscenza del passato.







