“L’eco di Artemide” al MANN: la dea efesia incontra il biscuit di Tagliolini

da | 14 Mag 2026 | Arte e Cultura, Mostre ed Eventi

Fino all’8 giugno il Museo Archeologico Nazionale di Napoli ospita un dialogo inedito tra l’Artemide Efesia del II secolo d.C. e una preziosa porcellana settecentesca appena acquisita da Capodimonte. È la prima iniziativa concreta di una collaborazione sempre più stretta tra i due grandi musei napoletani, che fino al 1957 custodivano le loro collezioni sotto lo stesso tetto.

Una storia comune

MANN e Capodimonte erano una cosa sola, fino a poco meno di settant’anni fa. Le loro collezioni condividevano la stessa sede, l’attuale Museo Archeologico, prima che nel 1957 la pinacoteca nazionale venisse trasferita nella Reggia di Capodimonte. Da allora i due musei hanno seguito strade separate, pur custodendo un patrimonio che affonda le radici negli stessi luoghi e nelle stesse storie. “L’eco di Artemide”, inaugurato il 13 maggio dai direttori Francesco Sirano e Eike Schmidt, è il primo passo di un percorso che punta a rimettere insieme i pezzi di quella storia comune.

Le due opere

Al centro dell’allestimento, nell’atrio del MANN, ci sono due oggetti che a prima vista sembrano molto diversi. Il primo è la statua dell’Artemide Efesia, in alabastro e bronzo, una replica romana del II secolo d.C. dell’immagine cultuale del santuario di Efeso, da secoli tra i capolavori della Collezione Farnese. Il secondo è Il Sacrificio a Diana d’Efeso, un biscuit realizzato intorno al 1790 dallo scultore Filippo Tagliolini per la Real Fabbrica di Porcellana di Napoli. Quest’ultimo è appena entrato nelle collezioni di Capodimonte grazie a una recente acquisizione del Ministero della Cultura, che ne ha impedito l’uscita dal mercato antiquario italiano. La mostra, visitabile fino all’8 giugno, li mette per la prima volta uno accanto all’altro.

La statua e la sua storia

La storia dell’Artemide Efesia del MANN comincia nel Cinquecento, quando la scultura entra nel nucleo originario della Collezione Farnese. Nel 1788 Ferdinando IV di Borbone ne dispone il trasferimento da Roma a Napoli, e in vista di quello spostamento lo scultore Giuseppe Valadier realizza in bronzo verniciato la testa, i piedi e le mani che mancavano alla figura. Parti che verranno danneggiate durante l’occupazione francese e nuovamente restaurate nel 1805, quando l’intera collezione Farnese viene trasferita al Nuovo Museo dei Vecchi Studi di Napoli, di cui il MANN è l’erede.

L’iconografia della scultura è tra le più complesse dell’antichità. La dea indossa una sopravveste rigida, l’ependytes, decorata con figure di animali, e un collare a disco con personaggi femminili alati e simboli zodiacali. Gli elementi tondeggianti disposti sul busto, tradizionalmente identificati come mammelle e simbolo di fertilità, sono oggi riletti dalla critica come scroti taurini votivi, offerte sacrificali alla dea. L’immagine originaria nel santuario di Efeso era in legno arcaico, uno xoanon che veniva periodicamente rivestito di abiti e gioielli. Le repliche romane, come quella del MANN, ne hanno tramandato la memoria.

Tagliolini e il biscuit

Nel 1796 la statua compare negli inventari del Nuovo Museo e Fabbrica della Porcellana di Napoli, dove diventa subito fonte di ispirazione per gli artisti della manifattura. Filippo Tagliolini, capo modellatore della Real Fabbrica dal 1781, ne ricava il biscuit oggi in mostra, che rielabora la figura della dea aggiungendo tre offerenti ai suoi piedi, tra cui un genio alato. Secondo lo storico dell’arte Alvar González-Palacios, autore di una monografia su Tagliolini, lo studioso Carlo Gastone della Torre di Rezzonico aveva visitato la Real Fabbrica ammirandovi una Diana Efesina, a conferma che il soggetto era già presente nella produzione della manifattura alla fine del Settecento.

Era stato Tagliolini stesso a introdurre il biscuit nella Real Fabbrica napoletana: una porcellana non smaltata, sottoposta a doppia cottura, dall’aspetto opaco e candido simile al marmo, perfetta per tradurre le sculture antiche in piccolo formato. La manifattura borbonica, alimentata dalla Collezione Farnese e dai materiali degli scavi di Ercolano e Pompei, era diventata una delle mete più apprezzate dai viaggiatori del Grand Tour europeo proprio per questa capacità di reinterpretare l’antico senza limitarsi a copiarlo.

Verso giugno

“L’eco di Artemide” è anche un’anteprima. Il 12 giugno Capodimonte aprirà quattordici sale interamente dedicate alla porcellana, per la prima volta accessibili in modo organico: una collezione che Schmidt definisce tra le più grandi e importanti al mondo. La piccola mostra nell’atrio del MANN anticipa quell’appuntamento e indica una direzione: raccontare il patrimonio napoletano non per frammenti separati, ma come una storia che i due musei possono ricostruire insieme, partendo dai pezzi che hanno in comune.