New York, non solo Eataly

da | 22 Dic 2022 | Arte e Cultura, Soft Power italico

La grande ragnatela del cibo che si muove

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La cultura del cibo innerva New York in tutte le sue espressioni tumultuose, nel business alto come in quello raso terra, nell’abbondanza delle tradizioni etniche come nella ricerca sofisticata dei sapori. E l’Italia c’è con una capacità attrattiva senza eguali. C’è con gli italo-americani ai fornelli, con gli chef dei ristoranti stellati, con lo street food dei furgoni e dei mercatini, con i turisti al supermercato. E c’è con gli italici, gente che di sangue italiano nemmeno una goccia, ma con una passione sfrenata per le nostre ricette, gente capace per questo di offrirle più accurate e gustose di noi. Ormai una buona pizza può nascere migliore tra le mani di un giovane coreano che dall’impasto di un oriundo napoletano. Così è la vita, ci dobbiamo stare, e anzi farne vanto: la nostra cultura del food, di più: la nostra civiltà, imbeve e contamina beneficamente il mondo.

Ma questa non è occasione per mettere in fila concetti sociologici ampiamente noti, qui è un taccuino di appunti, situazioni osservate da vicino durante la vigilia delle prime feste natalizie tornate completamente a colori dopo le costrizioni della pandemia. New York è di nuovo umanità in movimento, crocevia di folla e di traffico, negozi illuminatissimi, aperti, senza più il lugubre effetto-serrata dei pannelli di compensato, e con la fila sul marciapiede per poter entrare, a temperatura sottozero.

Colpisce una novità in tutto questo, il movimento non è tanto nello spostarsi delle persone, non sono tanto i fiumi di taxi gialli, disordinatamente veloci e indisciplinati visti al semaforo, e invece magicamente muti, al rallenti, se osservati a distanza dalla terrazza di qualche torre. Il movimento più grande, in realtà, è quello del cibo. A New York, la frenesia maggiore è data dallo spostamento del cibo. Lo si capisce dall’invasione senza precedenti di bici elettriche, che disegnano la ragnatela ingarbugliata del delivery da e per ogni angolo della metropoli.

La municipalità ha costruito nastri di piste ciclabili in quantità, colorate di verde, che alla fine servono per lo più alla consegna di pranzi e cene. Avvertenza per il turista occasionale: il dettaglio dell’asfalto colorato non va scambiato per un decoro di gentilezza. Se non si vuole finire dritti al pronto soccorso e terminare in anticipo la vacanza, occorre sapere che i portatori di cibo sono un pericolo pubblico, sfrecciano noncuranti dei semafori, in entrambe le direzioni anche se il senso è unico. Il rischio di essere investiti, perché in quel momento ci si sta preoccupando delle automobili provenienti dalla parte opposta, è molto, molto alto. Per di più i mezzi elettrici a due ruote replicano ormai il gigantismo aggressivo della vita in città.

Protesi in ferro, rimorchi, carenature, le bici non sono più solo bici. Sono il pick-up della bicicletta, corrono più del consentito, suonano clacson violenti come quelli di auto e camion. Di sera aumenta l’anarchia: questi mezzi contundenti, e sibilanti (la trazione elettrica alterna allo sferragliare pericolosi silenzi) viaggiano come missili inghiottiti dal buio, oppure sono addobbati come alberi di natale, con led accecanti e musica a tutto volume. La bici o la vedi all’improvviso o la riconosci da lontano per quell’allegria pacchianissima che ti fa sembrare a Mumbay. Si sa, la misura non abita qui, non ha mai abitato qui, a New York.

Torniamo all’oggetto di trasporto, il cibo, e al fatto che sia così strategico recapitarlo sempre a ogni ora del giorno e della notte. Così è la realtà, a dispetto di quanto possa far credere, ad esempio, il rito del cercar casa. Quando si trasloca, si compra o si va in affitto – vale a dire spesso, a New York risiedere un anno da qualche parte è considerato “long term” – il gran richiamo dei broker che organizzano le visite degli appartamenti sono le cucine. Frigoriferi giganti a due, tre ante, dal valore di cinquemila dollari e passa, sono importanti come il prestigio dell’indirizzo o la vista dalle finestre. A ciò si aggiunga il minuzioso elenco dei negozi del circondario, e relativa distanza per raggiungerli a piedi, con cui vengono arricchiti i depliant. Ma le pagelle del mercato immobiliare non sempre intercettano la vita reale. Gli indicatori che accrescono il valore sono quelli, e servono a condurre in porto l’affare, ma poi il quotidiano è un’altra cosa.

E’ piena New York di abitazioni con cucine splendide e però intonse, mai usate, dove il meglio della domotica non serve a nulla perché, semplicemente, gli abitanti di Manhattan raramente preparano da mangiare a casa. Ordinano online e si fanno portare a domicilio primo, secondo, dolce, tutto, nei contenitori di cartone o polistirolo, come una volta solo la pizza. Anche a metà giornata, anzi a maggior ragione, casa mia non ti conosco: la pausa pranzo è trascorsa metà in coda per un sandwich ai chioschi cromati dell’Halal food, trasportati come rimorchi agli incroci, a inizio e fine giornata. Oppure negli infiniti locali fast food di nuova generazione, che declinano in modalità personalizzata le diverse cucine del pianeta, come Barilla che ha vetrine sue per offrire piatti di pasta al pomodoro a ciclo continuo, solo in una cornice dal design più accattivante di McDonald’s.

L’emblema della qualità lo rivendica naturalmente Eataly, un grande spazio in zona Flatiron e poi un secondo a Ground Zero. L’intuzione di Oscar Farinetti di puntare su prodotti e marchi originali tira ancora molto all’estero, perché fa la differenza tra le imitazioni infinite del made in Italy, ed è per questo che l’azienda ha trovato un compratore in Investindustrial, società finanziaria europea di recente molto interessata al settore alimentare. Non tutto è perfetto, nemmeno a Eataly, nemmeno la sua cioccolata calda, che è cattiva come dappertutto a New York, bianca (sì, bianca!), stracolma di latte schiumato, l’eccesso di dolce a neutralizzare il gusto di cacao, la polvere della miscela depositata sul fondo. Ne prenda nota Andrea Bonomi, il top manager di Investindustrial, che ha visto comunque l’affare in una catena che in Italia è declinante, causa il combinato di inflazione e stipendi fermi.

Ma occorre spogliarsi degli stereotipi per capire e apprezzare sino in fondo l’intraprendenza italica. Serve tutto, servono le associazioni, le scuole, servono gli appuntamenti organizzati, i concorsi e le premiazioni, le settimane del gusto, i gala e le cene identitarie, come quella organizzata pochi giorni fa dall’Accademia italiana della cucina nel rinomato Gattopardo di Midtown. Perché solo organizzati si vince. Ma dire che serve tutto significa prestare attenzione anche alle esperienze dal basso. Si va verso i tre miliardi di persone nel mondo per le quali mangiare e spostarsi sono la stessa cosa. Lo dicono i numeri, sono le dimensioni dello street food secondo la FAO. Sicché è impossibile, travolti da questo mare planetario di gente che si muove consumando cibo, non imbattersi da qualche parte nel banco artigianale che ti propone la pasta cresciuta napoletana come finger food, o ti scola gli spaghetti nelle vaschette con cui da sempre i cinesi vendono i loro ravioli e involtini primavera. Non c’è solo Eataly, dove tutto è pettinato e logato e impreziosito ben oltre il bio. E non ci sono soltanto i ristoranti graduati ad assicurare la qualità migliore, e a ‘fare cultura’.

Guardiamo anche a cosa accade per la strada, e a chi si incontra, a New York, in questo finale d’anno di resurrezione. Cesare è un ballerino, studi ed esperienze importanti nel campo, ha una scuola di danza in Italia. Della sua passione si parla alla tv, la Vita in diretta, i Soliti ignoti, i Fatti vostri. Un bel giorno tenta il grande salto, ottiene il visto e si prepara ad aprire a New York, dove si è già allenato, in missione coi suoi studenti, in spericolati flash-mob a Times Square o sulle pensiline della Subway. Ma un brutto inverno arriva la pandemia, nera con la falce come in Bergman, e addio progetti. Mettere insieme persone a ballare si capisce subito che è l’attività più proibita del mondo, contatto fisico e sudore sono un rischio mortale per la salute. Cesare si reinventa film maker e si mette a raccontare vita e bizzarrie degli italo-americani per la televisione, con una serie di servizi che gira e monta in proprio, sino a documentare l’apocalisse delle vie di New York nei mesi peggiori del 2020. Ma poi le cose cambiano ancora e Cesare va a lavorare in un ristorante, dove il suo boss, che ha diversi locali, lo vorrebbe trattenere e promuovere capo cuoco. Il nostro, che di indole è essenzialmente un artista, malgrado il buon introito preferisce far tesoro dell’esperienza e scegliere il rischio.

Con il compagno Kevin, della Repubblica domenicana, fanno domanda, impegnano quello che hanno nell’affitto (salato, dodicimila dollari) e si assicurano un piccolo stand all’Holiday Market di Columbus Circus. Noleggiano o comprano usate le attrezzature. Tutto il necessario per cucinare. Perché l’ultima scommessa è offrire il buon mangiare italiano agli intirizziti visitatori del mercatino natalizio più famoso della grande mela. Un mese nemmeno di apertura, 29 novembre – 24 dicembre, una lunga corsa per non perderci, anzi uscirne con un po’ di utile che ripaghi la fatica immensa sette giorni su sette. Titolo dell’impresa: “Foodance Italian Cousine by Cesare Vangeli”. Riecheggia quello di un appuntamento di musica, danza e piatti italiani organizzato qualche mese fa sempre da lui in un loft affacciato su Bryant Park, per festeggiare la fine della pandemia.

Il finale di questa storia è cronaca on the road, di sentimento italico in transito tra la gente. E’ bastato appostarsi a lato dello stand, e osservare con un po’ di pazienza il succedersi degli eventi. La minuscola ‘company’ all’inizio non ingrana, Cesare e Kevin si svegliano alle quattro del mattino per preparare i piatti, perché alle nove si apre, ma l’affluenza del pubblico è debole, anche con il corredo di icone pop a incorniciare il banco e la bassa concorrenza dei vicini turchi e belgi. La svolta arriva all’improvviso, quando si mette a fuoco che il problema, più della qualità del cibo, è di esperienza dal vivo e di comunicazione. Cesare posiziona gli strumenti bene in vista, non più dietro il banco ma davanti, pentole fumanti per l’olio e l’acqua che bolle, aggiunge una forma grande di pecorino scavata al centro dove condisce la pasta, mette sotto i piedi una pedana che lo fa stare più alto, alleviando l’inizio di tendinite al braccio destro, che usa per mescolare. E improvvisa lo show della buona cucina italiana, vera e inimitabile perché in diretta, davanti a tutti: “Cacio e pepe is ready! Look at this!”, il richiamo arriva dovunque ad alta voce. La semplicità del messaggio è la sua forza, l’Italia il suo punto d’onore, la genuinità il suo appello ad avere fiducia. Il risultato è che allo stand “Foodance Italian Cousine” da quel momento c’è la coda, e il cronista – che si è ripromesso di osservare con metodo, alcuni minuti ogni giorno, cosa accade proprio lì – scopre che all’intuizione creativa tutta italiana, per la precisione calabrese di Cosenza, di Cesare finalmente felice, si aggiunge il potenziale immenso degli sguardi e dei commenti del pubblico che si avvicina e parla di noi, degli italiani, dell’Italia, della nostra lingua, della nostra musica, delle nostre geografie, con un grado di ammirazione senza paragoni. Il sociologo, lo storico, l’economista, l’ingengere, il medico, il professore, chiunque, qualunque cosa faccia nella vita, provi a confondersi dieci minuti tra la gente in fila in questo punto qualsiasi della terra – Holiday Market 2022, New York City – e scoprirà con l’emozione più che con le statistiche, la solidarietà umana che lo spirito italico sa infondere, senza costi materiali, per il progresso del vivere civile nel mondo.

  • Giornalista e autore tv, già direttore di Rai Italia
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    Cesare Vangeli, dalla danza allo street food, Holiday Market 2022, Columbus Circus, New York