Intervista a Carlo Barbieri: 5 domande sul Turismo delle radici culturali e sul perché dobbiamo raccontarlo bene

da | 26 Ago 2022 | Arte e Cultura, Interviste, Soft Power italico

Per sapere chi è Carlo Barbieri è sufficiente fare una breve ricerca su Google: l’economia e la finanza sono gli ambiti in cui, lavorativamente parlando, è cresciuto e in cui ha avuto la possibilità di ricoprire ruoli che gli hanno consentito di entrare in contatto con realtà non soltanto nostrane, ma anche e soprattutto internazionali. Attualmente è docente di geo-economia presso l’Università Internazionale di Roma (UNINT). Scopre il pensiero di Piero Bassetti negli anni Novanta e, da quel momento, sposa quel progetto lungimirante che lo porterà ad essere uno dei fondatori dell’Associazione Svegliamoci Italici e della Italics Global Community. “Le chiavi dello sviluppo della comunità italica sono tutte nel pensiero di Bassetti”, mi racconta, “Io mi trovo qui in veste di interprete delle sue intuizioni, cercando di declinarle rispetto a quelle che sono sempre state le mie principali aree di competenza”. Una delle declinazioni sta proprio nel Turismo delle radici culturali: in questo ambito Carlo ha avviato, grazie anche alla conoscenza e alla collaborazione con un’altra italica, Letizia Sinisi – fondatrice di Italy Rooting – un percorso di approfondimento volto a valorizzare l’aspetto culturale del concetto di “radici”.

Esiste una differenza concreta tra il turismo che consideriamo classico e quello che viene da lei definito “Turismo delle radici culturali”?

Ho aggiunto la parola “culturali” per un motivo semplice: fermarsi a “radici” implica una ricerca che è meramente nazionale; penso, per esempio, a tutti coloro che visitano i luoghi di nascita dei propri nonni o bisnonni. “Culturali”, invece, ha in sé un respiro molto più ampio, che non necessariamente passa per lo spostamento fisico delle persone: il tipo di turismo a cui noi italici auspichiamo nasce anche dallo studio di una determinata cultura in cui ci si riconosce e della quale, consapevolmente, si decide di abbracciare valori e modi di approcciarsi alla vita. Pensi, per esempio, al Grand Tour e alla riscoperta della classicità nel Settecento: quel che si voleva ricercare era la storia appresa dai libri, le radici di una determinata civiltà. Il turismo delle radici culturali è un turismo preparato o che, comunque, deve essere preparato a monte, è un modo di fareturismo che è attivo e passivo allo stesso tempo: attivo perché, appunto, alla base c’è una ricerca, una presa di consapevolezza; passivo perché, allo stesso tempo, è necessario essere guidati nella soddisfazione della propria esigenza rispetto al voler fare determinate esperienza culturali unconventional. L’Italia è un Paese ricco di diversità: in ogni diversità, che porta con sé un’intrinseca varietà di elementi, c’è bellezza e questo tipo di bellezza è considerabile come una percezione, la si sente, ci si rende conto che c’è, ma non la si sa descrivere con chiarezza. Questo è il fine ultimo del turismo delle radici culturali.

Quali sono gli strumenti che possiamo utilizzare per creare, alla base, un turismo delle radici? Penso per esempio ad applicazioni che modellano itinerari ad hoc o anche a principi di gamification che portino il turista ad avere un atteggiamento attivo rispetto al viaggio che sta compiendo.

Abbiamo già dei percorsi pre-confezionati, come ad esempio gli itinerari Eno-gastronomici che si propongono in Toscana, nelle Langhe e anche in altre zone d’Italia. È importante coadiuvare il turismo delle radici culturali con strumenti tecnologici, ma dobbiamo tenere presente una cosa: in Italia la standardizzazione è pressoché impossibile; tutti, infatti, nel consumare un prodotto, ci aspettiamo un minimo di personalizzazione dell’esperienza che facciamo. Bisogna tenere presente che abbiamo una pluri-identità: apparteniamo al luogo in cui viviamo, ma siamo anche europei, sia a livello comunitario che a livello di radici, e da questo deriva una grande varietà di punti di vista e di modi di fare esperienza. Per questo ritengo che sia importante il modo in cui si raccontano le cose, bisogna creare una storia che, nell’essere confezionata, tenga conto di più elementi: il genere, l’età ma, anche e soprattutto, l’area di provenienza. Volendo essere concisi: il turismo delle radici culturali è un tipo di turismo che “si fa da sé” ed il suo principale motore è la curiosità. Curiosità che, riprendendo il pensiero “bassettiano”, deve essere intesa come un superamento delle frontiere (soprattutto mentali!), come un andare oltre, come un perseguire la capacità di “vedere” e comprendere, non soltanto di “guardare”. Ma non mi limito ad affermare questo, dico anche di più: il turismo delle radici è la nostra occasione per rilanciare il glocal, concetto carissimo a Bassetti! Abbiamo detto che l’Italia è una ma, in realtà, è come se fosse tante; all’interno di queste isole culturali dobbiamo agire, sottolineando quello che le differenzia le une dalle altre e cercando, contemporaneamente, di mantenere un filo logico che le leghi tutte quante: dobbiamo, per esempio, offrire un servizio differente a seconda del luogo in cui siamo, nonostante ci troviamo sempre in Italia.

A che punto siamo arrivati con il glocal a livello di servizi nel contesto turistico?

Siamo a buon punto, ma possiamo e dobbiamo certamente migliorare. Oggi, nel 2022, non siamo ancora riusciti ad adeguarci a questo tipo di schema a causa degli ultimi due anni, che hanno visto il Covid quale protagonista indiscusso. Sappiamo che quest’anno i numeri del turismo sono elevatissimi, sono addirittura superiori a quelli pre pandemia, ma il passaggio è stato eccessivamente repentino e non si è riusciti a stare al passo con il cambiamento che si è verificato. Un modello da adottare per questo genere di turismo, che può avere un ampio margine di miglioramento, è per esempio la formula dell’agriturismo, come degli “alberghi diffusi” o degli “hotel de charme”: partire dal particolare per arrivare al generale, influenzando anche la gestione di strutture più grandi. Si tratta di un approccio bottom-up che, necessariamente, deve procedere di pari passo con un interventi top-down di politica nazionali e anche regionali a sostegno di questa tipologia di turismo culturale.

Storytelling nel turismo delle radici culturali: come possiamo spiegare agli italici che vengono da fuori le diversità del nostro Paese? Allo stesso tempo, come possiamo raccontare agli italiani da generazioni le multi-identità della nostra Nazione?

Ritengo che l’arma più potente che possiamo utilizzare è l’ironia, ma avremo modo di approfondire questo concetto un po’ particolare. Parlando di storytelling, però, siamo arrivati a quello che considero il cuore della strategia per far conoscere e spiegare il turismo delle radici culturali: lo storytellingè importante, perché importante è il modo in cui si raccontano e si descrivono determinate realtà e anche determinati prodotti. Faccio un esempio pratico: se si va a mangiare in un determinato luogo, oltre a parlare dei prodotti e della loro qualità (cosa importantissima!), sarebbe interessante anche conoscere la storia di quel luogo. Come nasce, quali sono le sue origini. Così facendo, si avrebbe la chance di entrare in empatia con il cliente/turista, e questo perché alcune storie sono universali: l’obiettivo che va costantemente perseguito è quello di far sì che chi ci ascolta si senta parte di quella determinata storia e, per ottenere questo effetto, c’è certamente bisogno di persone preparate! Questo particolare, che sembra insignificante, innesca un meccanismo che porta alla scoperta del proprio io, perché alcune storie sono di tutti e tutti possiamo riconoscerci in esse. Se dovessimo raccontare tutte queste cose agli italici italiani di nascita? Senza ombra di dubbio chiederei di farlo agli stranieri. Questo per un fatto di sensibilità: noi siamo abituati a un certo tipo di logiche e anche a un certo tipo di bellezza e questo è il nostro limite. Non ci rendiamo minimamente conto di cosa abbiamo intorno!

La sua risposta è davvero illuminante e restituisce molto del pensiero di Bassetti, ma vorrei tornare un momento sull’ironia: come la declinerebbe nel contesto del soft power italico? E come arginerebbe il pericolo di non cadere nell’italiano-macchietta?

Attraverso l’evidenziazione di paradossi divertenti (che magari paradossi non sono), ma anche del sentimento, dell’empatia (che è anche questa una cosa tipica italiana!). Un esempio iconico è la scena di Lilly e il Vagabondo, quella in cui, da coppia innamorata, mangiano la pasta al sugo con le polpette: avviene nel contesto di una trattoria italiana, con cibo (non proprio) italiano, con un oste che ha atteggiamenti tipicamente italiani (gli fa la serenata!). Ecco, non lo considererei uno stereotipo vero e proprio, lo considererei maggiormente un aggancio cognitivo che riporta a veri e propri simboli della cultura italica. Torniamo allo storytelling di cui abbiamo già parlato: deve trattarsi di un informare in modo interessante (questo per scongiurare il nefasto sopraggiungere della macchietta italiana!), che deve saper sorprendere. Il modo che preferisco per comunicare e informare passa proprio attraverso l’allegria, la leggerezza, l’empatia. L’ironia non deve essere una presa in giro di se stessi o degli altri ma, come ho già detto, di un raccontare in modo interessato e interessante. Ecco, non parlerei di ironia: parlerei, piuttosto, di creatività. E anche di quella, in quanto italici, ne abbiamo tanta! Le faccio un esempio concreto: il video promosso nel 2015 dall’Italian Trade Agency, intitolato Italy: the extraordinary commonplace. È un video che, partendo da immagini di stereotipi e luoghi comuni (appassionati di calcio, amanti della Dolce Vita, ecc…), capovolge completamente il punto di vista e racconta tutt’altra realtà. Quella dei virtuosismi italiani, dei settori trainanti della nostra economia e del nostro progresso a livello sociale. Ecco, quello è un informare sorprendente, che ha saputo sfruttare simboli culturali dell’italianità conosciuti nel mondo e usarli come base per raccontare realtà diametralmente opposte.

Cosa può fare l’Associazione Svegliamoci Italici e cosa il nostro giornale QA per gli italici sparsi nel mondo?

Contribuire a spiegare tutte queste cose. Quello della comunità italica non è un concetto particolarmente semplice da raccontare e non lo è nemmeno da capire; QA è uno strumento che consente di parlare del “soft power” che ne fa parte e anche di italicità in senso lato. Questo giornale è uno degli strumenti più importanti che abbiamo a disposizione; sarebbe interessante capire che ruolo avrà nel futuro, soprattutto nel futuro sempre più digitale che si prospetta all’orizzonte. Bisogna investire in tanti ambiti per renderlo davvero parte della nostra pacatissima rivoluzione: nell’organizzazione certamente, ma soprattutto nei giovani, perché attualmente il nostro progetto non è molto conosciuto tra i Millennials e i Centennials. Anche per il giornale, direi che la domanda che ha fatto da fil rouge della nostra chiacchierata è sempre la stessa: come standardizzare senza rinunciare alle diversità che fanno parte anche di questo campo?