fbpx

Armi e potere nell’Europa del Rinascimento

da | 20 Ago 2018 | Arte e Cultura, Mostre ed Eventi

“Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese io canto…” Il celebre attacco dell’”Orlando Furioso” di Ludovico Ariosto andato in stampa nel 1516 potrebbe costituire il motivo guida della grande mostra “Armi e potere nell’Europa del Rinascimento” ospitata fino all’11 novembre 2018 nella doppia sede di Palazzo Venezia e Castel Sant’Angelo. Ideata e prodotta dal Polo Museale del Lazio diretto Da Edith Gabrielli in collaborazione con il Polo Museale dell’Emilia e Romagna si avvale della cura di uno dei massimi esperti del settore, Mario Scalini, curatore anche del ponderoso catalogo Silvana Editoriale che presenta il contributo di Massimo Carlo Giannini.
Esposti 160 pezzi, restaurati e riordinati per l’occasione, fra armature intere, armi da difesa e da offesa, da caccia e da torneo, armi bianche e da fuoco, elmetti, spade, corsaletti, balestre, mazzapicchi, schiniere, archibugi, pistole provenienti in gran parte dall’Armeria Odescalchi conservata a Palazzo Venezia e dall’Armeria di Castel Sant’Angelo, a cui si aggiungono prestiti da molti musei e fondazioni italiani e stranieri, dal Museo Stibbert di Firenze, alle Gallerie Estensi di Ferrara, all’Historisches Verein Neuburg.
“Aut Caesar aut Nullus” titolo di una delle dodici sezioni in cui si suddivide la mostra (che ricalca il più famoso “Aut Caesar, aut nihil”, il motto di Ladislao I d’Angiò Durazzo), adottato da Cesare Borgia, detto il “Valentino”, uomo di potere e sfrenata ambizione, potrebbe, scrive il professor Scalini, essere preso a epigrafe di una rassegna che legge la grande stagione del Rinascimento come “momento apicale della congiunzione tra ricerca formale e funzionale nell’ambito delle armi”. Come a dire che in certi periodi della storia dell’umanità l’estetica ha quasi prevalso sul fine meccanicistico, la funzionalità ha dovuto cedere il passo alla “magnificnza” in modo da rendere manifesto il potere del principe. Le armi, strumento di difesa e offesa, diventano espressione visibile della potenza di chi governa, opera come sono di veri e propri artisti, oggetto di invidia e desiderio a un tempo. Una lezione ben presente a Ferdinando de’ Medici, già cardinale romano, gran giostratore e fortunato amante di Giulia Farnese, cui si deve la prima galleria d’armi che la storia ricordi, andata purtroppo quasi perduta con gli Asburgo al governo di Firenze.
Fra i pezzi più rari e famosi l’elmetto da campo chiuso, forse di Ferdinando I d’Asburgo, la Borgognotta di Stefano Corsini e soprattutto la splendida spada alla cinquedea appartenuta a Cesare Borgia avuta per il matrimonio con Carlotta d’Albret. Venne realizzata da Salomone da Sesso alias Ercole de’ Fedeli, ebreo di nascita convertito al cattolicesimo, che lavorò per gli Este e i Bentivoglio. Oggi è conservata presso la Fondazione Caetani di Roma, ma il fodero si trova a Londra al Victoria and Albert Museum.
Altri pezzi da non perdere la Schiniera sana con scarpa per un’armatura di Massimiliano I d’Asburgo incisa da Dürer, l’armatura da “a cavallo” appartenuta a Ercole d’Este, l’armatura da barriera di Odoardo Farnese, la spada con elso a nastri e anello paramano, già di Carlo V d’Asburgo. Autentici oggetti di oreficeria gli archibugi, le pistole, le fiasche per la polvere dorate, decorate, finemente cesellate con intarsi in osso con stemmi, scene mitologiche e di caccia. Come la carabina a doppio fuoco con lo stemma della famiglia Von Strumm dono della sposa allo sposo datata 1576.
Un’esposizione in luoghi così fortemente connotati ha richiesto un allestimento particolare (curato da Sonia Martone, direttrice di Palazzo Venezia e dal Dipartimento di Architettura de La Sapienza), in sintonia con gli spazi, che esalta il ruolo simbolico e rituale che le armi hanno avuto nel Rinascimento. Castello è noto anche per le collezioni d’arme e in particolare Palazzo Venezia che conserva l’Armeria Odescalchi che nasce dalla passione del principe Ladislao (1846 – 1922) che ha contatti con diversi antiquari italiani ed europei, riordinata dal nipote Innocenzo nel palazzo romano di Piazza SS. Apostoli. Forte di circa duemila pezzi, nel 1959 venne donata al Museo Nazionale di Palazzo Venezia.
Dopo una sosta nella stanzetta del video per entrare in atmosfera a Palazzo Venezia è un susseguirsi di armature, elmetti, spade lucenti e finemente decorate, archibugi intarsiati e incisi. In una vetrina spiccano quattro sculture in legno di pino cembro intagliato, policromo e dorato, che rappresentano i mercenari di fanteria tedesca, i lanzichenecchi con le loro armature e nel loro particolare abbigliamento. Come si vedono nelle incisioni di Dürer. Tristemente noti per il Sacco di Roma del 1527. Al centro le vetrine con le armi, sulle pareti la serie dei Cesari, olio su tavola opera di Ludovico Dondi che si rifà a Tiziano, in prestito dalla Pinacoteca Nazionale di Siena, e tre grandi arazzi cinquecenteschi con il “Banchetto nuziale di Peleo e Teti”, le “Storie di Giuditta e Oloferne” e la “Nascita e giovinezza di Paride”. E i ritratti dei protagonisti, Emanuele Filiberto di Savoia di Giacomo Vighi detto Argenta, dalla Galleria Sabauda, il Valentino di ignoto.
La mostra si snoda lungo le sala dell’Appartamento Barbo, la Sala del pappagallo, la Sala delle fatiche di Ercole e nei grandi saloni monumentali, in un crescendo di spettacolarità. Nella Sala del Mappamondo, dominata dal grandioso camino e dallo stemma di Papa Cybo, viene simulata una scena di guerra, mentre nella Sala delle Battaglie si assiste a una autentica scena di teatro in cui a guidare è il colore. Dame, cavalieri e prelati in abiti di scena bianchi, rosso sangue, nero, cremisi interpretano la loro storia. In mezzo testi preziosi in piccoli spazi protetti.
Non meno scenografica l’esposizione di Castel Sant’Angelo che inizia dal Cortile di Alessandro VI (detto anche Cortile del teatro per aver ospitato al tempo di Leone X Medici rappresentazioni teatrali), e termina nel Cortile d’onore o Cortile dell’Angelo dominato dalla statua di San Michele Arcangelo realizzata da Raffaelo di Montelupo alla metà del ‘500 per la terrazza più alta del castello, qui trasferita nel ‘700. Spettacolare il colpo d’occhio della Sala dell’Apollo affrescata da Perin del Vaga in cui spicca l’imponente camino di Paolo III opera di Raffaello di Montelupo, a seguire la Sala della Giustizia ricavata dal nucleo del Mausoleo di Adriano e la Sala di Clemente VIII Aldobrandini. Fra i pezzi esposti il “Guardiano del sepolcro” in legno intagliato e dipinto del Museo Stibbert di Firenze. In mostra accanto alle armi e alle armature ci sono anche altri oggetti legati al mondo della caccia, della guerra e della sua dimensione cortigiana, come i dipinti e le rotelle da pompa. Ecco la “Rotella da pompa” realizzata da Filippo e Francesco Negroli per Carlo V nel 1541 che ha al centro un mascherone sbalzato e cesellato e la “Rotella di Cosimo I de’ Medici”, dipinta con scene di battaglia e firmata da Stradano. La battaglia è quella combattuta a Marciano in Val di Chiana il 2 agosto 1544 che segnò la fine della libertà di Siena. Alle armi della mostra si aggiungono quelle dell’Armeria di Castello. Fra i dipinti il “Ritratto del granduca Ferdinando I de’ Medici” in veste di Gran Maestro dell’Ordine di Santo Stefano di Tiberio Titi (l’armatura che indossa è del principale armaiolo granducale Mariano Gambacurta), il “Ritratto di Francesco Maria II della Rovere in corsaletto” di Francesco Barocci e il “ Ritratto di Francesco Colonna” dalla brillante carriera militare, dipinto da Girolamo Sciolante da Sermoneta.
Un discorso a parte meritano i libri, preziosissimi prestiti della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Si va da quelli che s’inseriscono nel filone del cantare cavalleresco in rima come “Febus el forte”, di anonimo che in sei cantari in ottava rima narra le gesta di Febus, prode cavaliere errante alla corte di Re Artù, al prezioso manoscritto riccamente illustrato e decorato “Historia di Lancillotto del lago”, ai “Disegni di macchine e di architettura” di Francesco di Giorgio Martini, al “Bellifortis” che presenta carri, macchine d’assedio, macchine idrauliche e la “più antica raffigurazione della cintura di castità”. Fra i “Trattati diversi di mascalcia” si segnala uno dei primi trattati dell’arte veterinaria nel Medio Evo, composto in latino alla metà del duecento da Giordano Ruffo maniscalco dell’imperatore Federico II di Svevia. E veri e propri classici dell’arte della guerra come il “De re militari” (in italiano) dell’umanista Roberto Valturio, consigliere di Sigismondo Pandolfo Malatesta, a cui lo dedica, pubblicato nel 1483 a Verona, considerato una sorta di enciclopedia della guerra praticata e teorizzata dagli “antiqui”. Un’opera che ebbe amplissima fortuna e diffusione. Una delle copie più sontuose appartenne a Federico da Montefeltro probabilmente il primo studioso della guerra. E il più celebre di tutti l’”Arte della guerra” di Machiavelli, steso nel periodo di ozio forzato seguito alla caduta della Repubblica fiorentina. Dedicato a Lorenzo di Filippo Strozzi, ambientato nella cerchia degli amici di casa Rucellai, condanna le armi mercenarie e teorizza la creazione di una milizia cittadina in grado di difendere il territorio dagli attacchi nemici.
Orario: Castel Sant’Angelo, Lungotevere Castello 50, tutti i giorni ore 9.00 – 19.00.
Palazzo Venezia, Piazza di San Marco 49, dal martedì alla domenica 8.30 -19.30. Fino all’11 novembre 2018. Informazioni: 06-32810410 e www.art-city.it

Clicca sul banner per leggere la rivista