Vulci, riemerge la «Tomba della Camera di pietra»: un sepolcro racconta l’aristocrazia etrusca

da | 29 Set 2026 | Archeologia, Arte e Cultura

Nella necropoli della Polledrara il progetto internazionale «Ritorno a Vulci» ha esplorato per la prima volta integralmente il Tumulo Gsell, individuato nel 1889. Nonostante i saccheggi del Novecento, il crollo delle coperture ha protetto un corredo eccezionale: servizio da banchetto, armi, ceramiche greche, oro e una rara calzatura femminile.

Il Tumulo Gsell aspettava dal 1889. In quell’anno gli studiosi dell’École française de Rome ne avevano individuato il recinto circolare nella necropoli della Polledrara, a Vulci, senza però arrivare a scavarlo per intero. Ci è voluta la campagna del 2026 per completare il lavoro e scoprire che al suo interno si conservava un grande complesso funerario di età orientalizzante, la «Tomba della Camera di pietra», costruita alla fine del VII secolo a.C., circa 2.600 anni fa. Il sito si trova tra i comuni di Canino e Montalto di Castro, in provincia di Viterbo, e il ritrovamento aggiunge informazioni importanti su chi guidava all’epoca una delle città più ricche dell’Etruria.

«Ritorno a Vulci», una ricerca a più voci

Dietro lo scavo c’è «Ritorno a Vulci», progetto internazionale partito nel 2023 con una concessione del Ministero della Cultura e diretto da Laura Maria Michetti, Alessandro Conti e Christian Mazet. Come riporta Finestre sull’Arte, alla ricerca lavorano insieme l’École française de Rome, il Dipartimento di Scienze dell’Antichità della Sapienza e il Department of Greece and Rome del British Museum. Sul fronte della tutela partecipano la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la provincia di Viterbo e per l’Etruria meridionale, la Direzione regionale Musei nazionali Lazio e la Fondazione Vulci.

Il campo d’indagine sono le necropoli del settore sud-orientale della città antica. Lo scavo, però, è solo una parte del lavoro: l’équipe studia anche gli archivi e i reperti finiti nelle collezioni italiane e straniere, per ricostruire la storia delle grandi scoperte ottocentesche e ricollegare gli oggetti ai loro contesti. Carlo Casi, direttore del Parco naturalistico archeologico di Vulci, ha definito la tomba «un nuovo importante tassello nella ricostruzione della storia archeologica di Vulci».

Blocchi di nenfro sulle rive del Fiora

Le camere funerarie sono tre e gli archeologi le hanno esplorate tutte. Quella principale ha pareti di contenimento in grandi blocchi di nenfro, la pietra vulcanica molto usata nell’architettura etrusca, inseriti nei depositi di sabbia, ghiaia e argilla lasciati dall’antico corso del Fiora. Nel Novecento i clandestini sono entrati più volte. Le strutture interne sono comunque arrivate fino a noi in buone condizioni e buona parte del corredo si è salvata per una ragione curiosa: a un certo punto coperture e strutture portanti sono crollate, e le macerie hanno finito per sigillare i depositi, nascondendoli ai tombaroli.

Dal banchetto al carro: il corredo di un’élite

Il corredo parla di una famiglia che poteva permettersi il meglio, anche da molto lontano. Ci sono ceramiche greche di produzione attica e corinzia e, accanto, vasi locali in impasto decorato e in bucchero. Armi, parti di un carro e obeloi, gli spiedi di metallo per cuocere la carne, erano segni di rango, così come le lamine d’oro e di bronzo e gli oggetti in osso e avorio lavorato. Fra gli accessori di abbigliamento è emersa anche una calzatura femminile, un reperto raro.

Nelle camere laterali molti oggetti erano ancora al loro posto. Qui sono stati trovati un tripode in bronzo e, vicino, una lucerna in gesso alabastrino che sarebbe arrivata dal Mediterraneo orientale, probabilmente dall’area tra Naucrati e Rodi. Nello stesso ambiente c’era un servizio da banchetto in «Polledrara Ware», classe ceramica locale piuttosto rara: phialai, olpai, hydriai e dinoi con decorazioni policrome, una grattugia usata per preparare il vino speziato e una coppa policroma in stile ionico «Wild Goat».

Vulci nel VII secolo, una città aperta al Mediterraneo

Alla fine del VII secolo a.C. Vulci stava vivendo uno dei suoi momenti migliori. Commerciava con tutto il Mediterraneo e manteneva una piena autonomia, che avrebbe perso solo con la conquista romana del 280 a.C. Le importazioni greche e orientali trovate nella tomba, mescolate alla produzione locale, ne sono una testimonianza diretta.

C’è poi una questione che riguarda la storia stessa degli scavi. Nell’Ottocento le necropoli di Vulci hanno restituito corredi eccezionali, oggi sparsi nei grandi musei internazionali ma spesso privi di qualsiasi documentazione su come e dove furono trovati. Casi insiste proprio su questo punto: il fatto che parte delle deposizioni sia rimasta in situ, insieme alla varietà e alla qualità dei materiali, permette di confrontare la tomba con quei contesti già noti e di studiare meglio la società vulcente, i suoi riti funerari e i legami con il Mediterraneo.

I prossimi passi

Finite le indagini, tomba e recinto del tumulo sono stati ricoperti per proteggerli. Intanto prosegue al Museo archeologico di Vulci lo studio dei materiali frutto di recuperi e sequestri, utile a completare il quadro della necropoli della Polledrara. Il progetto è collegato anche a «Vulci nel Mondo», database online consultabile liberamente che raccoglie in un museo virtuale i reperti vulcenti conservati nei musei di tutto il mondo.