Con 218 sì e appena 6 contrari, la Camera dà il via libera al testo unico sul cinema e l’audiovisivo, frutto della convergenza tra maggioranza e opposizioni attorno a una proposta di legge della segretaria dem Elly Schlein. Un’intesa rara in una fase politica segnata da forti contrapposizioni, che ora passa al vaglio del Senato.
Un voto raro per la stagione politica
218 voti a favore, 6 contrari. Sono questi i numeri con cui l’Aula di Montecitorio ha approvato in prima lettura il testo unico sul cinema e l’audiovisivo, che ora passerà all’esame del Senato. Contro si sono espressi cinque deputati di Futuro Nazionale e il liberaldemocratico Luigi Marattin: tutto il resto del Parlamento, maggioranza e opposizioni comprese, ha votato sì.
Il dato non va liquidato come una formalità. Arriva in una fase politica piuttosto tesa, con le prossime scadenze elettorali già all’orizzonte, e per giunta nei giorni della Mostra del Cinema di Venezia, che accende puntualmente i riflettori sulle politiche italiane per il settore. In questo scenario, un consenso quasi unanime su un provvedimento che tocca finanziamenti, regole e governance del cinema assume un peso che va oltre il singolo dossier.
L’appello di Avati e la genesi condivisa
Per ricostruire come si sia arrivati a questo risultato conviene tornare indietro di un anno, e a un palco tutt’altro che parlamentare: quello della cerimonia dei David di Donatello. Fu lì che il regista Pupi Avati lanciò un appello diretto alla politica, augurandosi che la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e la segretaria del Pd Elly Schlein “si telefonassero per il cinema italiano”; un invito arrivato circa un mese prima che le polemiche sui finanziamenti legati al tax credit esplodessero apertamente.
Da quell’appello è partito un percorso lungo, fatto di mesi di lavoro parlamentare. A maggio 2025 Schlein aveva depositato una propria proposta di legge; nel frattempo altri gruppi (Fratelli d’Italia, Movimento 5 Stelle, Azione, Lega) ne avevano presentate altre. Il compito di trovare una sintesi tra le cinque proposte è toccato alla Commissione Cultura guidata da Federico Mollicone, che ha portato in Aula un testo unificato dopo oltre un anno di mediazione: il voto finale, inizialmente rinviato lo scorso 6 agosto, si è concluso solo giovedì 10 settembre.
Le voci del fronte bipartisan
È sul carattere trasversale dell’intesa che si sono concentrate le dichiarazioni successive al voto. “L’opposizione ha accolto di lavorare trasversalmente: non era scontato in un momento di forte contrapposizione politica”, ha commentato Schlein, rivendicando la paternità del testo di partenza e parlando di “un grande passo avanti”, pur avvertendo che sulle deleghe attuative il suo partito “farà da pungolo” al governo.
Sul fronte opposto il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha usato parole altrettanto nette: il voto è per lui “un risultato concreto, frutto del contributo di maggioranza e opposizioni”, “un modello di coesione che pone al centro l’interesse del settore”. Il ministro si è spinto a parlare di uno “stilnovo nei rapporti con il cinema, fondato sul dialogo, sulla fiducia e sulla responsabilità reciproca”, ringraziando la Commissione Cultura, Mollicone e il relatore Gimmi Cangiano, entrambi di Fratelli d’Italia.
Il clima di consenso si è esteso ben oltre i due protagonisti principali: M5S, Azione, Italia Viva, Alleanza Verdi e Sinistra, Forza Italia e Lega hanno espresso soddisfazione, ciascuno con accenti propri. Il deputato pentastellato Gaetano Amato ha rivendicato in particolare gli emendamenti che vincolano la nuova Agenzia a criteri di competenza nella scelta di direttore e componenti del cda. Forza Italia, dal canto suo, è stata l’unica forza a ringraziare esplicitamente Pupi Avati, indicato da più parti come il primo promotore dell’idea di un’agenzia indipendente, tanto che qualcuno ha già ribattezzato informalmente il provvedimento “Legge Avati”.
Cosa prevede la riforma
Al di là del clima politico, il testo introduce cambiamenti sostanziali nella governance del settore. La novità principale è la nascita, dal 1° gennaio 2028, dell’Agenzia per il cinema e l’audiovisivo: un ente pubblico non economico che assorbirà le funzioni gestionali oggi in capo alla Direzione generale Cinema e audiovisivo del Ministero della Cultura, il quale manterrà invece indirizzo politico, vigilanza strategica e poteri ispettivi. Accanto all’Agenzia nascerà il Forum del cinema e dell’audiovisivo, sedici componenti tra esperti e rappresentanti di categoria, chiamato a sostituire l’attuale Consiglio superiore del cinema.
Cambia anche il sistema degli incentivi, con una programmazione triennale aggiornata ogni anno, finestre temporali certe per la presentazione delle domande e controlli più stringenti sulla congruità dei costi. Arrivano, inoltre, nuove tutele per i lavoratori dello spettacolo: revisione dell’indennità di discontinuità e degli ammortizzatori sociali, più un fondo di solidarietà per chi si trova in condizioni di fragilità economica.
I distinguo, anche dentro il fronte del sì
Il consenso pressoché unanime non ha cancellato le voci critiche, alcune delle quali arrivate proprio dai banchi che hanno votato a favore. Luigi Marattin ha definito l’Agenzia un possibile “doppione” della Direzione generale Cinema, spiegando che il problema, a suo dire, non è il cinema in sé quanto “un nuovo ente che rischia di aggiungere costi e poltrone”. Anche tra chi ha votato sì, come Roberto Giachetti di Italia Viva e Matteo Orfini del Pd, è tornato più volte il nodo delle risorse: la riforma non prevede stanziamenti aggiuntivi rispetto a quelli già esistenti, un limite che potrebbe condizionare l’efficacia reale del nuovo impianto.
Ora la parola passa al Senato
Il testo approvato dalla Camera passa all’esame di Palazzo Madama, dove dovrà ripetere lo stesso percorso di convergenza registrato a Montecitorio. La maggioranza ha già fatto sapere di non prevedere modifiche sostanziali al provvedimento e di puntare su tempi di approvazione rapidi. Solo con il via libera definitivo del Senato la riforma del cinema e dell’audiovisivo entrerà effettivamente in vigore, chiudendo un percorso partito, non a caso, da un appello lanciato fuori dal Parlamento.







