Sgarbi assolto dalla Corte dei conti: nessun danno erariale

da | 14 Set 2026 | Arte e Cultura

Vittorio Sgarbi è stato assolto dalla Corte dei conti dall’accusa di danno erariale legata ai compensi percepiti per le conferenze e le prestazioni professionali svolte mentre ricopriva l’incarico di sottosegretario alla Cultura. La Procura contabile chiedeva la restituzione al Ministero della Cultura di oltre 200mila euro, contestando la compatibilità delle attività professionali con il ruolo istituzionale ricoperto da Sgarbi tra il 2022 e il 2024. I giudici hanno però respinto la richiesta, escludendo che dalle attività contestate fosse derivato un danno alle casse dello Stato. La Corte ha inoltre disposto che il Ministero della Cultura versi a Sgarbi 3.500 euro per le spese legali sostenute nel giudizio.

La Corte dei conti: nessun danno erariale

Al centro della vicenda ci sono le 121 conferenze e prestazioni professionali svolte da Sgarbi mentre era sottosegretario. La Procura della Corte dei conti riteneva che quegli incarichi fossero incompatibili con la sua funzione pubblica: secondo l’accusa, Sgarbi avrebbe potuto sfruttare il ruolo istituzionale per svolgere attività private, mettendo così in discussione la sua imparzialità. Da qui la richiesta di fargli restituire al Ministero della Cultura oltre 200mila euro, considerati dalla Procura un danno per le casse dello Stato. La Corte dei conti ha però seguito una strada diversa e ha respinto la ricostruzione dell’accusa. I giudici hanno osservato che, nelle conferenze contestate, Sgarbi parlava soprattutto di arte, storia e cultura, temi estranei alle deleghe che aveva ricevuto come sottosegretario. La sua attività professionale, inoltre, si collegava alla notorietà che aveva già costruito negli anni come critico d’arte e non sarebbe quindi derivata dall’incarico di governo. Per la Corte non c’era, dunque, quel conflitto tra attività privata e funzione pubblica necessario per configurare un danno erariale. La sentenza riconosce inoltre che, attraverso quelle iniziative, Sgarbi esercitava «diritti e libertà fondamentali protette dalla Costituzione o dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo», tra cui la libera manifestazione del pensiero, anche nelle sue espressioni culturali e scientifiche, e il diritto d’autore.

«Nessun conflitto di interessi»: la motivazione dei giudici

La decisione dei giudici si fonda anche sulla natura degli argomenti trattati da Sgarbi durante le conferenze. Secondo la sentenza, gli interventi riguardavano in larga parte temi che non rientravano nelle competenze proprie del suo incarico di sottosegretario. La Corte ha inoltre considerato la notorietà acquisita da Sgarbi nel corso della sua carriera di critico d’arte. Un elemento che assume particolare rilievo nel valutare l’origine delle sue attività professionali e dei relativi incarichi. La tesi sostenuta dalla difesa era, in sostanza, che Sgarbi fosse stato chiamato a tenere conferenze e a partecipare a eventi in virtù della sua notorietà e della sua attività professionale precedente all’incarico di governo, e non perché fosse diventato sottosegretario. Lo stesso Sgarbi aveva replicato alle prime contestazioni con una frase molto netta: «Sono Sgarbi e sono diventato sottosegretario per questo, non il contrario. Le conferenze su Caravaggio le ho fatte per una vita». La vicenda politica e giudiziaria era esplosa nell’ottobre del 2023, dopo un’inchiesta pubblicata dal Fatto Quotidiano il 24 ottobre con il titolo «Sgarbi, cachet d’oro in barba alla legge: 300mila euro in 9 mesi». L’articolo aveva ricostruito i compensi percepiti da Sgarbi attraverso due società, una riconducibile a un collaboratore e l’altra alla sua compagna. L’inchiesta elencava inoltre eventi, mostre e altre iniziative alle quali aveva partecipato l’allora sottosegretario, indicando anche le somme corrisposte. La pubblicazione aveva immediatamente aperto una controversia politica sulla compatibilità tra quelle attività e l’incarico istituzionale. Sgarbi aveva contestato le accuse e, tra le altre cose, aveva dichiarato: «Non posso fare una conferenza? Chi mi proibisce di fare il giurato di Miss Italia? Qualcuno vuole vendicarsi di qualcosa che non so».

La legge sul conflitto di interessi e il caso Sgarbi

Il nodo della controversia riguardava la normativa sul conflitto di interessi applicabile a chi ricopre incarichi di governo. La disciplina vieta, in determinate condizioni, di ottenere incarichi professionali in materie connesse alla funzione ricoperta, soprattutto quando l’incarico possa essere ottenuto proprio grazie alla posizione istituzionale. La ratio della normativa è quella di evitare che il ruolo pubblico possa determinare un vantaggio nell’ottenimento di consulenze o incarichi privati e di tutelare, allo stesso tempo, l’imparzialità di chi esercita una funzione di governo. La Corte dei conti, nel caso esaminato, è arrivata però a una conclusione diversa rispetto alle contestazioni formulate all’epoca sul piano politico e amministrativo, ritenendo che le attività oggetto del procedimento non avessero prodotto il danno erariale contestato. Un elemento centrale della valutazione è stato proprio il fatto che Sgarbi fosse già noto nel settore della critica d’arte prima di diventare sottosegretario. La sentenza richiama infatti la sua notorietà «nell’ambito della critica dell’arte». La questione delle consulenze aveva provocato forti tensioni politiche all’interno della maggioranza e del governo. Tre giorni dopo la pubblicazione dell’inchiesta del Fatto Quotidiano, Repubblica titolava «Consulenze vietate, ora Sgarbi è in bilico. Decide Palazzo Chigi». Nei retroscena politici dell’epoca, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni veniva descritta come «furibonda». Il Movimento 5 Stelle presentò una mozione per la revoca dell’incarico di Sgarbi, sostenuta dalle forze di opposizione. Anche l’allora ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano prese le distanze dal critico d’arte. Il Partito Democratico intervenne sulla vicenda attraverso i propri canali social, sostenendo: «Un altro esponente del Governo imbarazzante. Questa volta viene scaricato anche dal Ministro. Per questo abbiamo chiesto a Sangiuliano di chiarire in Aula cosa pensa delle ricche consulenze di Sgarbi (e pure del fatto che evade il fisco) e che cosa aspetta a farlo dimettere». Le polemiche, insieme ad altre vicende che coinvolsero Sgarbi, contribuirono alla sua decisione di lasciare l’incarico. Il 4 febbraio 2024, infatti, arrivò la decisione dell’Antitrust sul caso.

La decisione dell’Antitrust del febbraio 2024

L’Autorità garante della concorrenza e del mercato aveva avviato un’istruttoria dopo una segnalazione dell’allora ministro Sangiuliano, che aveva trasmesso all’Authority due lettere anonime. Secondo la decisione dell’Antitrust, Sgarbi aveva svolto «attività professionali in veste di critico d’arte, in materie connesse con la carica di governo, a favore di soggetti pubblici e privati», in violazione della normativa sul conflitto di interessi. Quel parere sarebbe stato successivamente confermato dal Tar e dal Consiglio di Stato. Proprio il 4 febbraio Sgarbi annunciò le proprie dimissioni da sottosegretario alla Cultura, denunciando quella che definì una «persecuzione mediatica evidente, con ricostruzioni inesistenti su questa supposta incompatibilità». La decisione di lasciare l’incarico arrivò quindi dopo mesi di polemiche sulle sue attività professionali e in un momento nel quale la vicenda aveva assunto un peso politico sempre maggiore.

Le altre polemiche e il caso del quadro di Rutilio Manetti

Mentre infuriava la controversia sulle consulenze, Sgarbi fu coinvolto anche in un’altra vicenda giudiziaria, nata da un’inchiesta congiunta del Fatto Quotidiano e di Report. L’indagine riguardava il noto quadro di Rutilio Manetti e portò a un procedimento nel quale Sgarbi venne accusato di autoriciclaggio di beni culturali dalla Procura di Macerata. Il fascicolo venne successivamente trasferito a Reggio Emilia. Nel processo celebrato a Reggio Emilia, Sgarbi è stato recentemente assolto in primo grado, dopo che la Procura aveva chiesto una condanna a tre anni e quattro mesi di reclusione. Si tratta, tuttavia, di un procedimento distinto rispetto a quello davanti alla Corte dei conti relativo alle prestazioni professionali svolte durante il periodo da sottosegretario.

La sentenza della Corte dei conti e i 3.500 euro a Sgarbi

La decisione della Corte dei conti rappresenta dunque un passaggio importante nella vicenda delle consulenze. I giudici hanno respinto la richiesta della Procura contabile, escludendo che le 121 prestazioni professionali contestate avessero provocato un danno erariale al Ministero della Cultura. Sgarbi non dovrà quindi restituire gli oltre 200mila euro richiesti dall’accusa. Al contrario, la Corte ha disposto che sia il Ministero della Cultura a versargli 3.500 euro per le spese legali sostenute nel giudizio. Nella motivazione viene ribadito che, attraverso le attività contestate, il critico d’arte aveva esercitato diritti e libertà fondamentali tutelati dalla Costituzione e dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, tra cui la libera manifestazione del pensiero, anche in ambito culturale e scientifico, e il diritto d’autore.

La reazione di Sgarbi: «La verità si è affermata»

La notizia dell’assoluzione è stata anticipata dal Giornale, che ha raccolto anche il primo commento di Sgarbi. Il critico d’arte ha accolto con soddisfazione la decisione della Corte dei conti, dichiarando: «Sono felice che la verità si sia affermata. Da qualche parte c’è un giudice che vede le cose come sono». La sentenza chiude così, sul piano contabile, la contestazione relativa ai compensi delle conferenze e delle prestazioni professionali svolte durante il periodo in cui Sgarbi era sottosegretario alla Cultura. Il verdetto arriva a circa due anni e mezzo dalle sue dimissioni e introduce una distinzione importante rispetto alla vicenda amministrativa precedente: mentre l’Antitrust aveva ritenuto violate le norme sul conflitto di interessi, la Corte dei conti ha escluso che le attività contestate abbiano determinato un danno erariale per il Ministero della Cultura.