La Commissione europea conferma la revoca del finanziamento triennale destinato al Settore Cinema della Fondazione, dopo mesi di scontro sulla riapertura del padiglione della Russia. Buttafuoco annuncia ricorso e rivendica l’autonomia dell’istituzione, mentre la vicenda divide il governo.
Il 21 luglio arriva la comunicazione che a Ca’ Giustinian si aspettavano da settimane. L’Agenzia esecutiva europea per l’istruzione e la cultura, l’Eacea, interrompe il finanziamento di due milioni di euro destinato alla Fondazione La Biennale di Venezia. “Visto il parere giuridico e la raccomandazione della Commissione europea, l’agenzia per la cultura e l’educazione ha deciso di revocare la sovvenzione in corso”, fa sapere un portavoce dell’esecutivo comunitario, che motiva la scelta richiamando i valori democratici, il dialogo, la diversità e la libertà di espressione che Bruxelles ritiene oggi compromessi in Russia.
I due milioni riguardano il triennio 2025-2028 e non toccano, in realtà, la Biennale Arte: sono legati al Settore Cinema, in particolare a Biennale College e al Venice Production Bridge. La Fondazione lo sottolinea subito, insistendo sul fatto che il provvedimento non avrebbe alcun peso reale su bilancio e attività in corso.
Le origini del caso
Tutto comincia a marzo 2026. La Russia, che possiede il padiglione ai Giardini dal 1914, annuncia di voler tornare a esporre dopo due edizioni di assenza, quelle del 2022 e del 2024, decise all’indomani dell’invasione dell’Ucraina. Quando la Biennale conferma l’apertura, insieme a quella del padiglione israeliano, la reazione non si fa attendere: ventidue ministri della Cultura europei, tra cui i rappresentanti di Francia, Germania, Spagna e Ucraina, firmano una lettera comune per chiedere che la partecipazione russa venga ritirata. Nelle settimane seguenti si dimette la giuria internazionale, la premiazione viene rinviata, e il 9 maggio il padiglione apre comunque, anche se solo a metà: mancherebbero i permessi per organizzare eventi pubblici.
La linea della Biennale
Buttafuoco non ha mai fatto mistero di considerare quella scelta una prerogativa dell’istituzione, sostenendo che la Biennale debba restare uno spazio di confronto anche fra paesi in guerra. Dopo il taglio dei fondi, la Fondazione annuncia ricorso, parlando di “una decisione da tempo preannunciata” che impone ora di procedere con i passi già comunicati. Le strade legali percorribili sarebbero due: un’azione di annullamento basata sull’articolo 263 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, oppure un’azione contrattuale ai sensi dell’articolo 272, trattandosi in fondo di un accordo di finanziamento. Resta sul tavolo anche l’ipotesi di una richiesta cautelare, per congelare gli effetti del provvedimento fino al pronunciamento del Tribunale dell’Unione europea.
Un governo diviso
Dentro la maggioranza italiana la frattura è evidente da mesi. Il ministro della Cultura Alessandro Giuli mantiene una linea critica fin dall’inizio: l’arte di un’autocrazia, ha spiegato, sarebbe libera solo quando dissidente rispetto a quella stessa autocrazia. Diserta, successivamente, l’inaugurazione di maggio, per poi ricucire i rapporti visitando il Padiglione Italia. Su posizioni opposte si schierano Lega e Movimento 5 Stelle: la prima parla di una cultura italiana che non si piega a Bruxelles, il secondo definisce la decisione europea un ricatto politico. Con la Fondazione si allinea anche la sottosegretaria al Mic Lucia Borgonzoni, mentre dai banchi dell’opposizione arriva l’accusa opposta, quella di un governo che non avrebbe difeso a sufficienza la Biennale davanti a Bruxelles.
La replica di Buttafuoco
Il 23 luglio, alla presentazione dell’83esima Mostra internazionale d’arte cinematografica (al Lido dal 2 al 12 settembre), Buttafuoco torna sull’argomento davanti alle telecamere. Descrive l’Unione europea come “un compagno di strada” che si sarebbe sfilato “senza creare un impatto economico significativo”, e per raccontare lo squilibrio che percepisce nel confronto con Bruxelles scomoda Fedro, la favola del lupo e dell’agnello. Il punto, ripete, non è mai stato economico ma di metodo: tre lettere della Commissione, tre risposte puntuali della Biennale, e le stesse domande tornate identiche come se quelle risposte non fossero mai arrivate. “Troveremo un giudice a Berlino”, dice, lasciando intendere che la partita si sposterà ora davanti alla giustizia europea.
La Mostra del Cinema aprirà comunque il 2 settembre. La via del ricorso, intanto, prende forma, e la vicenda del padiglione russo continua a intrecciarsi con gli equilibri politici di Bruxelles e di Roma.




