Relitto greco nello Ionio: recuperate oltre 300 anfore della Magna Grecia

da | 1 Giu 2026 | Arte e Cultura, Conservazione e Tutela

Il relitto del V-IV secolo a.C. è stato presentato il 29 maggio all’VIII Convegno Nazionale di Archeologia Subacquea. Il Ministero della Cultura ha avviato il recupero completo del carico, derogando alla Convenzione UNESCO per i danni causati dalla pesca a strascico.

Una scoperta per caso

Nel 2023, i tecnici incaricati di studiare la fattibilità di un impianto eolico offshore al largo di Monasterace, sulla costa ionica della Calabria, stavano mappando i fondali dello Ionio con tecnologie di prospezione avanzata. Quello che cercavano erano dati geologici e morfologici. Quello che trovarono fu qualcosa di molto più antico: un relitto sommerso con un carico di oltre trecento anfore, rimasto indisturbato per più di duemila quattrocento anni.

La scoperta è stata presentata ufficialmente il 29 maggio 2026, nell’ambito dell’VIII Convegno Nazionale di Archeologia Subacquea ospitato al Parco Archeologico dei Campi Flegrei. Il ritrovamento è il frutto di un’attività di archeologia preventiva condotta da un gruppo multidisciplinare composto da archeologi marini, geologi, fisici, chimici e biologi marini, il cui compito era produrre una relazione tecnica preliminare all’avvio dei lavori infrastrutturali. La relazione fu trasmessa alla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Reggio Calabria e la provincia di Vibo Valentia, che avviò immediatamente le procedure di tutela previste dalla normativa vigente, informando contestualmente il Nucleo Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale competente per il territorio.

Trecento voci dal fondo del mare

Il relitto è databile tra il V e il IV secolo a.C. e conserva al suo interno un carico eccezionale per quantità e varietà. Le anfore, secondo le prime valutazioni scientifiche, sembrano riconducibili a produzioni sviluppate in diversi centri della Magna Grecia e della Sicilia, il che potrebbe consentire, attraverso l’analisi delle caratteristiche morfologiche e dei residui organici eventualmente conservati all’interno, di risalire ai luoghi di fabbricazione dei contenitori e alle rotte lungo le quali venivano distribuiti.

L’interesse degli archeologi si concentra in particolare sulla produzione e sulla commercializzazione del vino proveniente dalla costa ionica: un tema sul quale le fonti materiali sono ancora relativamente scarse. Ogni anfora è potenzialmente un documento, capace di restituire informazioni sulle dinamiche economiche delle colonie greche dell’Italia meridionale e sui loro rapporti con gli altri porti del Mediterraneo tra la fine dell’età classica e l’inizio del periodo ellenistico.

Kaulon, la città che guarda il mare

Non è casuale che questa scoperta avvenga proprio al largo di Monasterace. Il piccolo comune della costa ionica calabrese sorge sull’area dell’antica Kaulonía, conosciuta anche come Kaulon, colonia achea fondata intorno alla seconda metà del VII secolo a.C. da coloni provenienti, secondo le fonti storiche, dalla vicina Crotone. La città occupava una posizione strategica su un promontorio che offriva facile accesso al mare e controllo su una vasta area circostante, diventando presto un importante centro commerciale e culturale. A terra, il Parco Archeologico dell’Antica Kaulon custodisce già testimonianze di grande valore, tra cui il celebre mosaico del drago e i resti di un tempio dorico periptero del V secolo a.C.

Nel 389 a.C., dopo la sconfitta della Lega Italica a opera delle truppe lucane e siracusane, i cittadini di Kaulon furono deportati in Sicilia e il territorio ceduto a Locri Epizefiri. Il relitto giace in mare proprio nell’arco temporale in cui la città era al culmine della sua attività: il V-IV secolo a.C. corrisponde alla fase classica e proto-ellenistica di Kaulonía, quando i commerci marittimi erano vitali per l’economia della polis. La scoperta subacquea si inserisce così in un contesto già straordinariamente ricco, aggiungendo una dimensione portuale e mercantile alla storia della colonia.

La ferita della rete

Le campagne di rilievo fotogrammetrico avviate nel 2025 hanno rivelato una situazione critica. Il carico non giace compatto sul fondale come ci si aspetterebbe da un naufragio antico: le indagini hanno confermato la presenza di due nuclei distinti di anfore, separati da una distanza di circa dieci metri. Gli studiosi ritengono che questa separazione non sia originaria, ma il risultato di decenni di pesca a strascico, che ha progressivamente alterato la disposizione dei reperti.

Questa circostanza ha avuto un peso decisivo nelle scelte progettuali. La Convenzione UNESCO del 2001 sulla protezione del patrimonio culturale subacqueo indica come soluzione generalmente preferibile lasciare i reperti sommersi dove si trovano, sul fondale, per preservare l’integrità del contesto archeologico ed evitare i rischi connessi al recupero. Nel caso del relitto di Monasterace, tuttavia, la particolare configurazione del sito e il concreto pericolo di ulteriori danneggiamenti hanno portato a una soluzione diversa: il recupero completo dell’intero carico, con l’obiettivo di garantire la massima tutela del patrimonio e di prepararne la futura esposizione pubblica.

Un progetto ministeriale

L’iniziativa è interamente finanziata dal Ministero della Cultura attraverso un programma denominato “Patrimonio culturale subacqueo su alto fondale. Tutela-recupero-conservazione e valorizzazione”. Il coordinamento è affidato all’architetta Roberta Filocamo in qualità di responsabile unico del procedimento, mentre la progettazione e la direzione dei lavori sono state assegnate ad Alessandra Ghelli, funzionario archeologo subacqueo della Soprintendenza. Al gruppo di lavoro interno si affiancano professionisti esterni: gli archeologi marini Laura Sanna e Francesco Tiboni di ASPS Servizi Archeologici, il restauratore Francesco Lia, incaricato della gestione dei reperti nelle fasi di intervento e di esposizione, e Mauro La Russa, direttore del Dipartimento di Biologia, Ecologia e Scienze della Terra dell’Università della Calabria, il cui contributo è fondamentale per le analisi dei materiali e per la comprensione dei processi di degrado in ambiente subacqueo. A supporto delle operazioni intervengono anche il Nucleo Carabinieri Subacquei di Messina e il Nucleo TPC di Cosenza.

Le attività in corso riguardano il rilievo fotogrammetrico ad alta definizione, l’analisi del carico e il recupero di campioni destinati a indagini scientifiche, archeometriche e conservative. I risultati di questo lavoro definiranno i protocolli di restauro e pianificheranno le fasi successive del recupero sistematico. Quando le anfore saranno finalmente riportate in superficie, restaurate e restituite al pubblico, sapranno raccontare la storia di una rotta che univa il Mediterraneo antico, in un sistema di scambi che fatichiamo a comprendere appieno.