Dal 28 maggio al 21 giugno 2026, il capolavoro appena acquistato dallo Stato per 30 milioni di euro è visibile gratuitamente nella Sala Capitolare di Palazzo della Minerva. Per il pittore lombardo si tratta di un ritorno nei luoghi della sua giovinezza romana.
Un volto nella penombra
Un uomo giovane, poco più che trentenne, fissa l’osservatore con uno sguardo fermo e già consapevole. È vestito da chierico della Camera Apostolica, la luce radente modella il volto con quella densità che rende immediatamente riconoscibile la mano di Caravaggio. Il personaggio è Maffeo Barberini, destinato a diventare nel 1623 papa Urbano VIII, uno dei più influenti pontefici della Roma barocca, grande mecenate delle arti e committente del giovane Gian Lorenzo Bernini.
Da mercoledì 28 maggio questo capolavoro è visibile al pubblico, gratuitamente e senza prenotazione, nella Sala Capitolare di Palazzo della Minerva, sede della Biblioteca del Senato della Repubblica. La mostra resterà aperta fino al 21 giugno 2026, dal lunedì al venerdì dalle 10:00 alle 20:00, il sabato e la domenica dalle 10:00 alle 18:00. Il 2 giugno, Festa della Repubblica, è prevista un’apertura straordinaria con gli stessi orari del fine settimana.
Trenta milioni per un patrimonio comune
Lo scorso marzo il Ministero della Cultura ha ufficializzato l’acquisto del Ritratto di Monsignor Maffeo Barberini per la cifra di trenta milioni di euro, al termine di una lunga trattativa che ha rappresentato uno degli investimenti più rilevanti mai sostenuti dallo Stato italiano per l’acquisto di un’opera d’arte. Il dipinto apparteneva a una collezione privata e rischiava di essere assorbito definitivamente dai circuiti del collezionismo internazionale. Come ha dichiarato il ministro Alessandro Giuli all’inaugurazione della mostra, l’operazione si inserisce in una strategia precisa: intercettare opere di eccezionale importanza prima che escano dalla disponibilità pubblica. Un approccio già applicato con l’Ecce Homo di Antonello da Messina, acquisito nei mesi precedenti con analoga determinazione.
La comparsa sul mercato di dipinti attribuiti con certezza a Caravaggio è un evento rarissimo, il che rende l’operazione ancora più significativa sul piano della politica culturale. Una volta completate le procedure amministrative, il dipinto sarà assegnato in via definitiva alle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma, a Palazzo Barberini.
Roberto Longhi e la riscoperta di un capolavoro
La storia critica dell’opera ha una data precisa: il 1963, quando lo storico dell’arte Roberto Longhi pubblica sulla rivista Paragone l’articolo Il vero “Maffeo Barberini” del Caravaggio. In quell’occasione Longhi individua nel dipinto uno dei momenti fondativi della ritrattistica moderna, sottolineandone l’inedita intensità psicologica e la capacità di Caravaggio di restituire la presenza viva del personaggio senza ricorrere ad artifici retorici. L’attribuzione è stata poi confermata unanimemente dalla critica italiana e internazionale in occasione delle recenti esposizioni a Palazzo Barberini, avvenute proprio durante la fase di negoziazione per l’acquisto.
A rendere ancora più straordinaria l’acquisizione è la rarità del genere: nel ristretto novero delle opere attribuite con certezza a Caravaggio, circa sessantacinque dipinti in tutto il mondo, i ritratti rappresentano una tipologia estremamente rara, ne sono noti e certi soltanto tre. Il Maffeo Barberini è dunque un unicum, non solo per la qualità pittorica ma per la sua stessa categoria.
Un ritorno a casa, in senso letterale
La scelta di esporre il dipinto al Senato non è casuale né meramente istituzionale. Palazzo Madama, sede della Camera alta, fu anche la casa di Caravaggio. Alla fine del Cinquecento Michelangelo Merisi arrivò a Roma in cerca di fortuna e, dopo un periodo segnato da difficoltà economiche e lavori precari, la svolta arrivò grazie al cardinale Francesco Maria del Monte, raffinato mecenate e grande collezionista d’arte, che gli offrì protezione e ospitalità all’interno di Palazzo Madama. Il cardinale lo ospitò fino al 1601, stimolandolo a realizzare nuove opere e introducendolo agli ambienti artistici e intellettuali della Roma del tempo.
A rendere ancora più vivida questa dimensione biografica contribuisce un elemento inedito della mostra: la Sala Capitolare esporrà per la prima volta al pubblico tre registri giudiziari provenienti dall’Archivio di Stato di Roma che riguardano direttamente l’artista. Tra questi, il verbale di interrogatorio del 4 maggio 1598, redatto nel carcere di Tor di Nona, dove Caravaggio era stato arrestato la notte precedente tra piazza Madama e piazza Navona. L’artista dichiara di essere stato fermato perché armato di spada, ma rivendica di averne licenza in quanto pittore al servizio del cardinal Del Monte, presso il quale abita e dal quale riceve uno stipendio. Un documento che restituisce, in poche righe burocratiche, il ritratto di un uomo irrequieto ma già consapevole del proprio valore.
A Palazzo Barberini, il dialogo con la Giuditta
Dopo la parentesi al Senato, il Ritratto di Maffeo Barberini raggiungerà la sua sede definitiva: le Gallerie Nazionali di Arte Antica di Palazzo Barberini. La scelta non potrebbe essere più appropriata. Qui il dipinto potrà dialogare con la collezione di caravaggeschi tra le più importanti al mondo e, in particolare, con la Giuditta che decapita Oloferne, anch’essa frutto di un acquisto dello Stato italiano. Si ricompone così, a distanza di secoli, il legame storico e artistico con la committenza barberiniana: il ritratto di colui che sarebbe diventato papa torna nella dimora che porta il suo nome.
L’esposizione al Senato, gratuita e aperta a tutti, offre a chiunque la possibilità di stare di fronte a uno dei più grandi ritratti della storia dell’arte. Prima che torni, stavolta per sempre, nel palazzo che porta il nome di quell’uomo giovane e ambizioso che Caravaggio mise su tela quattro secoli fa.







