Nella necropoli di Porta Stabia, gli scavi hanno portato alla luce i resti di due uomini morti nel 79 d.C. mentre cercavano di salvarsi. Per la prima volta il Parco Archeologico di Pompei e l’Università di Padova, hanno usato l’intelligenza artificiale per ricostruire digitalmente una delle vittime, aprendo una nuova frontiera nella ricerca e nella divulgazione archeologica.
Un uomo di trent’anni, rannicchiato su un fianco, il braccio destro alzato a reggere un mortaio di terracotta sulla testa. Accanto a lui, una lucerna, un anello al mignolo sinistro, dieci monete di bronzo in quello che doveva essere un sacchetto ormai dissolto. A pochi passi, i resti di un giovane di diciotto o vent’anni, con i sandali chiodati ancora ai piedi. Sono le ultime due istantanee della vita pompeiana del 24 e 25 agosto del 79 d.C., emerse dagli scavi condotti nella necropoli di Porta Stabia nell’ambito dell’indagine sulla tomba a schola di Numerius Agrestinus Equitius Pulcher. Duemila anni dopo, l’intelligenza artificiale ha provato a restituire un volto, e una storia, all’uomo con il mortaio.
Due morti, due fasi dell’eruzione
I due individui giacevano a non più di un metro e mezzo di distanza orizzontale l’uno dall’altro, ma a quote stratigrafiche diverse, segno che raggiunsero quell’area in momenti distinti del disastro. Secondo le analisi riportate nell’e-journal degli Scavi di Pompei, pubblicato dal Parco Archeologico insieme all’Università degli Studi di Padova, la vittima più adulta morì verso le cinque o le sei del mattino del secondo giorno dell’eruzione, mentre la pioggia di lapilli era ancora in corso.
Il deposito di pomici che la ricopriva, spesso appena venti centimetri, indica la fine della cosiddetta fase pliniana. L’uomo si era accucciato sotto il peso dei lapilli, il braccio teso a sorreggere il mortaio come scudo, in un gesto che ricorda le parole di Plinio il Giovane: nelle sue lettere il testimone oculare descrive i fuggitivi che si legavano cuscini in testa per proteggersi dai frammenti vulcanici in caduta. Sul bordo del mortaio, gli archeologi hanno letto un bollo ceramico: CN(aei) DOMITI / SALUTARIS, un marchio di fabbrica documentato anche in altri contesti pompeiani.
Il compagno di sventura, il giovane dai sandali chiodati, si trovava due ore dopo in quello stesso tratto di strada. Aveva probabilmente approfittato di una breve pausa nell’eruzione per tentare la fuga, ma la corrente piroclastica più energetica dell’intera sequenza eruttiva, quella che raggiunse Pompei tra le sette e le otto del mattino, lo travolse in campo aperto. Non c’era riparo. Le analisi antropologiche indicano un’età tra i diciotto e i vent’anni, una statura di circa cento sessantasei centimetri e una costituzione robusta.
La scelta di quella strada non fu casuale. La necropoli di Porta Stabia, appena fuori le mura meridionali della città , era un luogo conosciuto: i monumenti sepolcrali emergevano dal terreno anche nella totale oscurità che l’eruzione aveva calato su Pompei, e i percorsi che costeggiavano le tombe erano orientamenti certi per chiunque tentasse di raggiungere la costa. Quell’area, secondo l’e-journal, era diventata un nodo topografico di riferimento nell’emergenza, per questo anche altre vittime sono state trovate nelle vicinanze delle porte urbiche.
L’intelligenza artificiale entra negli scavi
Per la prima volta nella storia del Parco Archeologico di Pompei, la ricerca di campo si è conclusa con un tentativo di ricostruzione digitale attraverso l’intelligenza artificiale. Il modello è stato realizzato in collaborazione con il Laboratorio Digital Cultural Heritage dell’Università di Padova, coordinato dal professor Jacopo Bonetto, con la supervisione scientifica degli stessi autori dell’e-journal. I software utilizzati comprendono ChatGPT Pro per l’elaborazione di base, Adobe Photoshop per il fotoritocco e l’inserimento del reperto ceramico, e LM Nano Banana Pro per la resa ambientale, su piattaforma LM Runaway.
Il risultato è dichiaratamente sperimentale. “Il progetto apre una riflessione più ampia sull’impiego dell’IA in archeologia”, sottolinea Bonetto, “una tecnologia che può contribuire alla produzione di modelli interpretativi e al miglioramento degli strumenti di comunicazione, ma che richiede un uso controllato e metodologicamente fondato, sempre in integrazione con il lavoro degli specialisti”. Il punto è importante: la ricostruzione nasce dai dati di scavo, dalla posizione del corpo, dalla stratigrafia, dagli oggetti rinvenuti. La sequenza, stratigrafia e antropologia prima, immagine poi, è quella che separa una visualizzazione scientificamente utile da una suggestione.
Il direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel, inquadra la questione in termini più ampi. “La vastità dei dati archeologici a Pompei è ormai tale che solo con l’aiuto dell’intelligenza artificiale saremo in grado di tutelarli e valorizzarli adeguatamente”, afferma. “Ed è importante che noi archeologi ce ne occupiamo in prima persona, perché altrimenti lo faranno altri al posto nostro che non hanno le basi umanistiche e scientifiche necessarie. Se usata bene, l’IA può contribuire a un rinnovamento degli studi classici, raccontando il mondo classico in maniera più immersiva.”
Il laboratorio che istruisce
La stima complessiva delle vittime pompeiane si aggira intorno ai duemila individui all’interno delle mura, su una popolazione che gli studiosi calcolano di almeno ventimila persone. I ritrovamenti fuori Porta Stabia ricordano che molti altri potrebbero aver perso la vita tentando di raggiungere il mare, come Plinio il Vecchio, morto sulla spiaggia di Stabia nello stesso mattino in cui il giovane dai sandali chiodati tentava la sua fuga. I due uomini di San Paolino si aggiungono a questo conto incompleto.
Sul tema dell’intelligenza artificiale e delle sue implicazioni etiche, a luglio il Parco ospiterà l’edizione 2026 di “Orbits – Dialogues with Intelligence. Habitat -Disegnare la società post-AI”. Tra i protagonisti, il professor Luciano Floridi, founding director del Digital Ethics Center a Yale, che ha commentato la scoperta con una sintesi efficace: “L’IA produce ipotesi, non verità . Le ipotesi vanno riviste, discusse, corrette, integrate, approvate. La responsabilità scientifica non si delega. Ma il rischio non è che l’IA sbagli: è che smettiamo di pensare usandola.” Pompei, come sempre, offre il caso concreto su cui verificare la teoria.






