Un’indagine storico-scientifica restituisce la vera identità di un mosaico con scena erotica: non è pompeiano, ma proviene da una villa romana di Rocca di Morro, nel comune di Folignano. La scoperta, pubblicata sull’E-Journal di Pompei, è il frutto di un lavoro di squadra tra Carabinieri, Ministero della Cultura, università e archeologi.
C’è una storia che inizia tra le rovine dell’Italia del 1943, attraversa decenni di silenzio in una casa in Germania, e si conclude – per ora – nei depositi del Parco Archeologico di Pompei, in attesa di tornare definitivamente a casa. È l’epopea di un mosaico romano con scena erotica, trafugato durante la Seconda Guerra Mondiale da un capitano della Wehrmacht e restituito allo Stato italiano nel luglio del 2025. La vera sorpresa, però, è arrivata dopo: il mosaico non ha mai avuto nulla a che fare con la città campana.
Un bottino di guerra, poi un dono, poi una restituzione
Secondo la ricostruzione del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale dell’Arma dei Carabinieri, il reperto fu sottratto da un ufficiale tedesco impegnato nella catena dei rifornimenti militari in Italia tra il 1943 e il 1944. Il capitano lo donò a un amico civile, che lo portò in Germania. Decenni dopo, gli eredi di quell’uomo hanno deciso di fare la cosa giusta: restituirlo allo Stato italiano. Un gesto non scontato, che ha dato il via a una vicenda investigativa e scientifica di rara complessità.
In mancanza di documentazione certa sulla provenienza, il Ministero della Cultura aveva assegnato il mosaico al Parco Archeologico di Pompei, ritenendo plausibile un’origine vesuviana per via delle affinità stilistiche e tecniche con altri esemplari dell’area. Era una scelta logica, ma si è rivelata sbagliata.
La scienza smonta il mito pompeiano
Le analisi archeometriche, condotte in collaborazione con il Dipartimento di Scienze e Tecnologie dell’Università del Sannio, hanno rivelato che il mosaico è il prodotto di una bottega laziale specializzata, attiva in epoca romana nella produzione e distribuzione di manufatti di pregio su scala sovraregionale. Pezzi simili, realizzati presumibilmente in serie, raggiungevano mercati lontani: dalle Marche alla Campania, fino alla Puglia. Una scoperta che, come sottolinea il Direttore del Parco di Pompei Gabriel Zuchtriegel, «ha grande interesse non solo per la storia dell’arte romana, ma anche per la storia economica del mondo antico».
L’incontro fortunato che ha cambiato tutto
La svolta decisiva arriva quasi per caso. In occasione della presentazione del mosaico nel 2025, l’archeologa Giulia D’Angelo – originaria delle Marche e ricercatrice alla Sapienza di Roma – riconosce nel reperto qualcosa di familiare. I suoi studi l’hanno dunque condotta a identificare la provenienza con certezza: il mosaico viene da una villa romana situata a Rocca di Morro, frazione del Comune di Folignano, in provincia di Ascoli Piceno.
Una memoria confermata anche dalla storia locale: il pittore e archeologo ascolano Giulio Gabrielli (1832-1910) aveva già riprodotto il mosaico in un taccuino manoscritto datato intorno al 1868, oggi conservato nella Biblioteca Comunale di Ascoli Piceno. Gabrielli lo descriveva come un uomo che offre una borsa di denaro a una donna «mezza ignuda», titolando la scena “Il congedo di un’etera“, e annotava che il reperto fu «trovato in un podere della famiglia Malaspina a Rocca di Morro».
Folignano vuole il suo mosaico
La scoperta ha naturalmente riacceso l’attenzione delle comunità locali. Il sindaco di Folignano, Matteo Terrani, ha dichiarato che l’opera «restituisce alla comunità un frammento prezioso della propria memoria», annunciando una visita imminente al Parco di Pompei per incontrare il direttore Zuchtriegel e avviare un dialogo sulla possibile valorizzazione – e magari futuro rimpatrio – del reperto. Anche il sindaco di Ascoli Piceno, Marco Fioravanti, ha espresso soddisfazione per il risultato, ipotizzando iniziative come una mostra temporanea che racconti al pubblico l’intera vicenda.
Il Ministro della Cultura Alessandro Giuli ha colto l’occasione per ribadire il valore della tutela del patrimonio culturale: «Ogni bene trafugato e riportato in Italia rappresenta un frammento della nostra identità che torna alla collettività». Ma questa storia insegna anche altro: che il recupero fisico di un’opera è solo il primo passo. La vera restituzione è quella della verità storica e in questo caso ci sono voluti ottant’anni, un taccuino dell’Ottocento e una giovane archeologa marchigiana per arrivarci.







