I dati ATAC raccontano un successo senza precedenti: un milione di visitatori in un mese. Celebrate nel mondo per architettura e archeologia, attirano romani e turisti andando ben oltre la funzione di trasporto. Tra ingressi, uscite e visite “museali”, l’afflusso sfiora il milione di presenze in appena trenta giorni.
Per i romani, le nuove stazioni Porta Metronia e Colosseo, si sono trasformate in dei veri e propri luoghi visitabili: il 50% delle presenze, infatti, è arrivato da abbonati con carta Metrebus. Anche i turisti, di cui la Capitale è gremita ogni giorno, vengono attratti da quello che di fatto è un museo gratuito, composto dai resti emersi durante gli scavi della stazione ai piedi dell’Anfiteatro Flavio.
Le validazioni ai tornelli in ingresso sono state 427.748: 363.851 concentrate nella stazione Fori Imperiali/Colosseo e 63.897 a Porta Metronia (fonte Atac/Dire). Dati già di per sé rilevanti, ma che forniscono solo una fotografia parziale del fenomeno. Il conteggio non comprende infatti le uscite di chi è salito in altre fermate della linea né, soprattutto, le presenze di chi accede alle stazioni senza raggiungere le banchine, limitandosi a visitare gli spazi architettonici e i beni archeologici esposti. Considerando anche queste componenti, il numero reale di persone transitate nelle due stazioni supera ampiamente il milione.
Uno spazio pubblico di qualità
I dati raccolti dall’ATAC sulle singole giornate restituiscono con chiarezza la portata dell’evento. Il picco massimo si è registrato domenica 28 dicembre alla stazione Fori Imperiali/Colosseo, con 22.565 validazioni, un dato persino superiore ai circa 21 mila accessi del 26 e 27 dicembre. Anche il primo gennaio ha superato quota 17 mila ingressi, mentre le prime due domeniche di gennaio si sono attestate su valori compresi tra gli 11 e 13 mila accessi. La grande partecipazione dei cittadini romani e degli abitanti del Lazio dimostra che le nuove stazioni della Metro C non sono solo infrastrutture per spostarsi in città, ma veri spazi di qualità, dove trasporto pubblico, storia millenaria e vita quotidiana si incontrano. L’immagine che emerge è dunque quella di una metropolitana in grado di far fronte ai grandi afflussi turistici e al contempo offrire ai cittadini una motivazione in più per scegliere il trasporto pubblico.
Dialogo fra archeologia e progettazione
All’interno delle due stazioni, i viaggiatori possono scoprire autentici tesori archeologici che raccontano la storia millenaria della Capitale. Tra i reperti più significativi spiccano i resti di una domus repubblicana, un’abitazione romana distrutta durante il grande incendio di Nerone nel 64 d.C., e le fondazioni della Domus Aurea, la monumentale residenza imperiale. Non mancano esempi di ingegneria idraulica, con fontane monumentali e strutture per la gestione dell’acqua, e i resti di un balneum, una piccola area termale privata che offre uno spaccato della vita quotidiana e delle abitudini sociali degli antichi romani. Affiorano infine anche strutture medievali, che testimoniano come questi luoghi siano stati abitati e trasformati nei secoli successivi.
Un elemento che ha ricevuto grande apprezzamento è il raro dialogo tra archeologia e architettura contemporanea. Le stazioni della Metro C mostrano come a Roma sia possibile integrare il passato nella modernità, fondendo reperti antichi con spazi progettati per la vita urbana quotidiana, creando ambienti funzionali e al tempo stesso di grande valore culturale.
Il modello delle “archeostazioni”
«Un’opera mirabile, tra le migliori stazioni della metropolitana a livello internazionale». Così Walter Tocci, assessore della giunta Rutelli negli anni Novanta e oggi delegato del sindaco per il Progetto, ha definito la nuova stazione durante una visita insieme agli architetti Andrea Grimaldi e Filippo Lambertucci, autori dell’intervento. Un giudizio significativo che inserisce l’opera all’interno del macro contesto delle “archeostazioni”, avviato qualche anno fa con la stazione San Giovanni, apripista e progettata anch’essa dal Dipartimento di Architettura e Progetto della Sapienza.
«L’obiettivo – spiega Grimaldi – era restituire alla città uno spazio pubblico tradizionalmente concepito come puramente funzionale, trasformandolo in un vero luogo urbano di qualità». Un’operazione che mette al centro l’archeologia come parte integrante della vita quotidiana, valorizzando la straordinaria stratificazione storica del sito e utilizzando i reperti come strumenti narranti.
«Questa esperienza – osserva Lambertucci – dimostra che interventi ambiziosi sono possibili quando si riescono a coordinare in modo efficace progettazione, realizzazione, autorizzazioni e finanziamenti. Opere come questa non dovrebbero essere considerate eccezioni, ma modelli da mettere a sistema».
«L’ostacolo più complesso – concludono i due architetti – è stato superare il pregiudizio diffuso nei confronti del progetto di architettura contemporanea, spesso guardato con sospetto o considerato un esercizio di pura forma. Qui, invece, convergono contenuti tecnici e ingegneristici di altissimo livello, insieme a competenze scientifiche, archeologiche e storiche. Il progetto di architettura ha il compito di tenere insieme tutto questo: sarebbe auspicabile che una maggiore fiducia nel progetto contemporaneo entrasse nel sentire comune, riconoscendo anche il ruolo degli autori che stanno contribuendo in modo significativo alla trasformazione della città».
La progettazione, curata dagli architetti del Dipartimento della Sapienza, si è sviluppata dalla fine del 2019 fino all’inaugurazione.







