Alla Centrale Montemartini, al via la prima monografica dell’archeologa Maria Barosso sulla bellezza della Roma di inizio Novecento, tra documenti e acquerelli.
Al via la mostra monografica ‘Maria Barosso, artista e archeologa nella Roma in trasformazione’, che la Centrale Montemartini ospita dal 17 ottobre al 22 febbraio 2026, promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e prodotta con La Sapienza Università di Roma, e l’organizzazione di Zètema. Nel percorso espositivo, la prima mostra interamente dedicata al suo lavoro di disegnatrice tra il 1900 e gli anni Trenta, circa 100 tra stampe, disegni e acquarelli di Maria Barosso sono posti in dialogo con i lavori di altri artisti a lei contemporanei, con fotografie, documenti e manufatti storici. Complessivamente 137 opere – alcune inedite come le rappresentazioni del Compitum Ailium – svelano una Roma in profonda trasformazione. L’idea della mostra è nata da un nucleo di 80 acquarelli dell’artista, provenienti dai depositi della Sovrintendenza Capitolina, a cui si sono aggiunte altre opere per raccontare Roma ma anche la storia poco conosciuta di una vera pioniera della tutela dei beni culturali, una donna torinese di fine Ottocento che, giunta nella Capitale nel 1905, ha partecipato come tecnica ai grandi cantieri e demolizioni, illustrandoli a colori con un tratto elegante e personale.
L’arte di Maria Barosso
Barosso dipingeva fedelmente, con spessore e una rara capacità interpretativa, nei cantieri archeologici e urbanistici. A chiamarla nella capitale fu uno dei più illustri archeologi del tempo, Giacomo Boni (Venezia, 1859-Roma, 1925). Per Boni, Maria Barosso sarà interprete del metodo stratigrafico da lui adottato, ma lavorerà anche al fianco del noto architetto soprintendente Antonio Muñoz (Roma, 1884-1960). Il primo grande scavo documentato in mostra, al quale Maria Barosso parteciperà ritraendone i preziosi affreschi, fu quello della Chiesa altomedioevale di Santa Maria Antiqua. Ancora oggi, alcuni dipinti di Barosso sono serviti a riconoscere parti delle opere deteriorate dal tempo. Una delle committenze private più importanti per l’artista giunse dal duca Gelasio Caetani, che la incaricò di realizzare acquerelli e disegni nelle sue proprietà del Lazio: il Castello di Sermoneta, le rovine e la Grotta di San Michele Arcangelo a Ninfa, il cosiddetto Palazzo di Bonifacio VIII ad Anagni. Una citazione a parte merita la presenza, in un’ampia sala, dei resti del Compitum Acilium: il santuario, risalente al V secolo a.C., è stato ritratto ancora integro da Maria Barosso, durante lo sbancamento della collina della Velia, nel 1932. I blocchi del monumento, che erano rimasti in due diversi depositi, sono stati ricomposti ed esposti per la prima volta. E ancora il nome di Maria Barosso è legato agli scavi della Basilica di Massenzio e agli Horrea Piperataria, all’Area Sacra di largo Argentina, alle demolizioni del ventennio per far posto a Via dell’Impero.
Le parole di Ilaria Miarielli Mariani
Queste le parole di Ilaria Miarielli Mariani, direttrice Musei Civici di Roma, alla presentazione della mostra monografica: “La mostra vuole celebrare l’importante contributo storico-documentario che Maria Barosso ci ha lasciato attraverso l’esposizione delle sue opere più significative e ripercorrere il suo rapporto sia con la città di Roma, che tanto amava, sia con personaggi e istituzioni di caratura nazionale e internazionale”. E poi continua: “Maria Barosso è stata la prima donna funzionaria e unica disegnatrice presso la Direzione Generale Antichità e Belle Arti del ministero della Pubblica Istruzione. Durante la stagione delle grandi trasformazioni edilizie di Roma nei primi decenni del XX secolo l’archeologa svolse un ruolo cruciale nella documentazione ad acquerello dei monumenti e degli scavi della Soprintendenza di Roma e del Lazio attraverso riproduzioni a colori, distinguendosi per una combinazione unica di accuratezza filologica e interpretazione artistica”.


