‘Le conseguenze dei conflitti armati sul Patrimonio Culturale’. Intervista al presidente del CUEBC Alfonso Andria

da | 17 Ott 2025 | Arte e Cultura, Conservazione e Tutela

‘Le conseguenze dei conflitti armati sul Patrimonio Culturale’ è il titolo dell’ultima pubblicazione del Centro Europeo per i Beni Culturali di Ravello (CUEBC). Un tema purtroppo attualissimo, promosso dal CUEBC istituzione prestigiosa in materia di Patrimonio Culturale, con la significativa competenza del curatore Pietro Graziani ed i contributi dai maggiori esperti del settore.
I contributi che compongono il volume aiutano a comprendere la storia e l’attualità delle vicende che nel corso di oltre 70 anni dalla Convenzione de L’Aia del 1954 si sono susseguiti fino ad oggi.
La constatazione oggi di essere davanti ad una evidente inefficacia e inapplicabilità degli strumenti di tutela internazionale, elaborati e condivisi in sede internazionale nella seconda metà del secolo scorso per contrastare gli attacchi al patrimonio culturale in caso di conflitto armato.
La speranza e l’auspicio – degli autori e del CUEBC che ha promosso la pubblicazione – è che l’attacco al diritto internazionale a cui stiamo assistendo possa trovare in questo volume un contributo di riflessione e proposta, nella convinzione che il patrimonio culturale rappresenti sempre più un ponte simbolico di vicinanza tra i popoli.
La disponibilità del senatore Alfonso Andria presidente del CUEBC, a rispondere ad alcune domande, ci consente di conoscere meglio i temi trattati nel libro.

D. Presidente Andria, perché oggi è urgente parlare di patrimonio culturale e conflitti armati?
Fino a qualche anno fa il problema si poneva per effetto  di conflitti regionali variamente diffusi che mietevano vittime e distruzioni. Voglio dire che già si registravano gravi ripercussioni innanzitutto a danno delle comunità locali ma anche del patrimonio abitativo e culturale. Il che poneva la necessità di correre ai ripari pianificando azioni di sostegno ai territori interessati. Anche noi nel nostro piccolo, come Centro Universitario Europeo per i Beni Culturali,  abbiamo promosso iniziative di carattere formativo e ampliato l’incidenza di strumenti già esistenti nel tentativo di concorrere in qualche modo agli aiuti. Vorrei ricordare che a metà degli anni Ottanta proprio a Ravello – ad opera del Consiglio d’Europa con gli ‘Auspici’ del quale il Centro fu istituito nel 1983 – furono gettate le basi dell’Accordo Parziale Aperto (APO) in tema di ’Rischi Maggiori’ tra alcuni Paesi del bacino mediterraneo. Pochi mesi dopo fu sottoscritto a Istanbul.
Nulla lasciava presagire che ai nostri giorni potessimo trovarci la guerra alle porte di casa! Dapprima, oltre tre anni e mezzo fa, l’invasione da parte della Russia dei territori ucraini che tutt’oggi prosegue inesorabilmente; poi la ripresa del conflitto israelo-palestinese, certamente dovuta ad un’iniziativa sconsiderata di Hamas, che però ormai da due anni produce un’escalation spropositata e di una spietatezza senza pari per volontà del Primo Ministro Netanyahu. C’è da dire che, però, la recente firma degli accordi di pace tra le parti ci riporta la speranza in un futuro più roseo.
D. Qual è la principale minaccia ai beni culturali in tempo di guerra?
Non soltanto la gravissima inaccettabile devastazione del patrimonio culturale materiale, ma la cancellazione delle radici identitarie dei territori e dei cittadini che li abitano, cioè il patrimonio immateriale: chi resta, al di là delle sofferenze, delle privazioni, della fame, dei pericoli continui che mettono ogni giorno a repentaglio la propria vita, qualora riuscisse a sopravvivere porterà dentro di sé anche i segni dello smarrimento di valori e della perdita d’identità cui accennavo.

D. Un esempio recente che ci fa capire la gravità del problema?
Già qualche anno prima vi era stato il gravissimo attentato al Museo del Bardo a Tunisi e, sia chiaro, un fatto di tale gravità non può passare in secondo piano. E nessun evento che provochi la perdita anche di una sola vita umana può essere derubricato o addirittura dimenticato! Ma un esempio, sebbene non recentissimo, è il sacrificio di Khaled Al-Asad, il martire di Palmira brutalmente trucidato per aver tentato di difendere il sito archeologico – cioè la storia del suo popolo – di cui era custode. Al suo nome la Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico – che si appresta a celebrare la 27a edizione – su iniziativa del suo Direttore Ugo Picarelli, ha intitolato un Premio che, appena istituito, fu consegnato nelle mani dei figli presenti per la circostanza a Paestum.

D. La Convenzione dell’Aja del 1954 funziona ancora? Le normative esistenti stanno rispondendo (o non rispondendo) alle sfide?
Onestamente direi di no, ma non per la natura e le finalità di quel Trattato Internazionale (attraverso cui peraltro venne introdotta la denominazione “bene culturale”), né degli altri che seguirono, ma perché le vicende di oggi sono connotate da metodologie e da strumenti – come ho già detto – di fronte ai quali le indicazioni di settanta, cinquanta e anche dieci o cinque anni fa sono del tutto inefficaci, fatti salvi i sacrosanti concetti, ma in astratto!

D. Cosa può fare concretamente un museo per proteggersi?
Poco, pochissimo, al di là dei normali dispositivi di sicurezza che furono resi obbligatori in epoca diversa, quando oggettivamente non era dato preconizzare le drammatiche emergenze del tempo che viviamo attualmente. I fenomeni e le problematiche sono talmente differenti e imprevedibili da poter talvolta sfuggire anche all’osservazione di sofisticati sistemi di controllo e di attività di intelligence. E in ogni caso la governance di un museo, di un àmbito archeologico o monumentale, così come gli stessi Enti Locali, al riguardo, possono semplicemente assecondare e favorire le iniziative delle forze dell’ordine.

D. Cosa si può fare per rilanciare una politica internazionale rivolta alla salvaguardia dei BB.BB. nelle aree di conflitto armato?
Il tempo che viviamo non lascia grandi spazi ad una condivisa politica di salvaguardia dei beni culturali nelle aree di crisi. Noi del Centro di Ravello abbiamo aderito alla Associazione “SCUDO BLU ITALIA” accreditata fin dal settembre 2023 al “BLUE SHIELD international”, che, anche nel suo simbolo della croce di S. Andrea, trova ispirazione dalla già citata Convenzione Unesco firmata all’Aja nel 1954. Attraverso tale adesione intenderemmo valutare la necessità di una puntuale mappatura dei siti ‘scudati’ attraverso parametri certi, eventualmente ricorrendo a una documentazione digitale. La ricerca si propone anche di ricercare forme di collaborazione con il Comando  Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale, con la Croce Rossa e con tutte le istituzioni pubbliche e private che perseguano analoghe finalità. È un piccolo segno che aiuta a mantenere accesa la speranza!