In queste ultime settimane torna d’attualità la vicenda dello sfratto del Caffe Greco di Roma che, da oltre duecento anni, è un testimone vivo della storia letteraria e artistica. Il Caffe Greco, al pari dunque di altri storici locali, penso al Pedrocchi a Padova, ai Caffè degli Specchi e al Tommaseo di Trieste al Florian di Venezia, rappresenta una pagina di storia del nostro Paese che riesce difficile solo immaginare che possa chiudere per sfratto determinando una lesione della storia che lo contraddistingue, non più storia in se ma storia della cultura di Roma e non solo.
Resta tuttavia, in punta di diritto, l’aspettativa della proprietà – l’Ospedale israelita di Roma – per le proprie finalità istituzionali di massimizzare i proventi. La proprietà riguarda le mura, e qui sorge una prima considerazione il locale è sottoposto a vincolo di interesse storico-artistico da parte del ministero della cultura con Decreti che risalgono al 1953 ai sensi della legge 1089 del 1939, il vincolo di tutela attiene anche alla attività commerciale, il che porterebbe a concludere che laddove lo sfratto fosse effettivamente posto in essere nei confronti degli attuali conduttori, l’attività commerciale non potrebbe subire una diversa destinazione d’uso, ma sorge anche un altro delicato problema, il vincolo di tutela infatti, attiene anche ai beni mobili, arredi, dipinti ed altro, spesso di rilevante pregio che sono parte integrante dello storico locale, la cui proprietà non è dell’Ospedale israelita, ma della Società antico Caffe Greco che attualmente lo conduce in locazione; certo la proprietà potrebbe acquisire i beni, pagandone il corrispondente valore ma non sfugge tuttavia, che in tal caso occorre una puntuale ricognizione e inventariazione degli stessi e, soprattutto, la stima del loro valore. E’ facilmente intuibile come si aprirebbe una ulteriore delicata fase di scontro sul valore da attribuire ai beni mobili che in buona parte la proprietà ha provveduto al loro trasferimento per esigenze di tutela e conservazione.
Insomma apparentemente sembra non esservi una via di uscita e qui gli attori non sono più solo l’Ospedale israelita e la Società antico Caffe Greco, ma inevitabilmente va coinvolto il ministero della cultura e le sue competenze territoriali (Direzione Generale e Soprintendenza) che doverosamente hanno a suo tempo posto i vincoli ( destinazione d’uso e inamovibilità dei beni mobili, ndr).
Il prossimo 22 settembre tornerà l’ufficiale giudiziario per riprendere la procedure di sfratto e forse non sarà ancora l’ultima volta nonostante un offerta dell’attuale gestore che aumenterebbe a 800.000 euro il canone annuo di locazione.
Un ruolo della politica e dei vertici ministeriali, primo fra tutti il ministro Giuli, dovrebbe accompagnare una mediazione che contemperi i tre interessi, primo fra tutti quello della tutela, poi quello della proprietà e quello del gestore attuale.
Non ho volutamente affrontato i vari aspetti giuridico-istituzionali nel dettaglio, nella convinzione che una equilibrata soluzione sia ancora possibile, per garantire al Paese e a Roma la permanenza di una così rilevante testimonianza di civiltà e di storia.
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