Trento, la necropoli ritrovata con le sue 200 tombe si presenta

da | 29 Ago 2025 | Archeologia, Arte e Cultura, Conservazione e Tutela

Gli scavi riprenderanno a settembre

 

Presentata al pubblico la necropoli monumentale di epoca preromana portata alla luce dagli archeologi in via Santa Croce a Trento. Sono già state ritrovate oltre duecento tombe, ma a settembre riprenderanno gli scavi. La scoperta è stata approfondita mercoledì 27 agosto durante un incontro tenuto alla sala Gerola del Castello del Buonconsiglio, alla presenza fra gli altri dell’assessore alla cultura della Provincia autonoma di Trento – Francesca Gerosa – e dell’assessore all’urbanistica e rigenerazione urbana del Comune di Trento, Monica Baggia.

Il ritrovamento

Il ritrovamento della necropoli è avvenuto a seguito dell’attività di tutela preventiva condotta dall’Ufficio beni archeologici in occasione dei lavori di restauro e riqualificazione di un edifico storico. Si tratta di un contesto funerario monumentale rimasto perfettamente conservato attraverso i millenni grazie agli episodi alluvionali del torrente Fersina che hanno sigillato il deposito archeologico.

Il contesto storico

Nei primi secoli del I millennio a.C. il paesaggio di quest’area della città era caratterizzato dalla presenza dell’ampio alveo del torrente Fersina, solcato da una rete di canali torrentizi che si intrecciavano tra loro, separati da barre sabbiose o ghiaiose a carattere temporaneo. In un’area marginale dell’alveo soggetta a periodiche esondazioni è sorta la necropoli monumentale della quale sono state documentate più fasi di frequentazione nel corso della prima età del Ferro (IX-VI secolo a.C.). Il contesto funerario doveva essere posto tra due canali che si potevano attivare in caso di fenomeni di piena. Gli episodi esondativi, iniziati già nelle fasi di utilizzo della necropoli, hanno sigillato la stratificazione archeologica antica consentendo l’eccezionale conservazione del contesto funerario. Questa circostanza ha permesso di documentare in dettaglio i piani d’uso della necropoli e di ricostruire con precisione le pratiche funerarie della comunità che hanno occupato quest’area nella prima età del Ferro.

Duecento tombe

La necropoli è venuta in luce a una profondità di circa 8 metri rispetto all’attuale quota di via Santa Croce, al di sotto di livelli di frequentazione storica, medievale e di epoca romana. Le ricerche archeologiche, che riprenderanno a inizio settembre, hanno già consentito di mettere in luce duecento tombe, complete di prestigiosi corredi, caratterizzate dal rito della cremazione indiretta, che rappresentano soltanto una parte di quelle potenzialmente conservate nel sottosuolo ancora da indagare. Nel frattempo è già iniziato lo studio interdisciplinare del contesto funerario e il restauro dei materiali.

Stele funerarie di 2,40 metri di altezza

La caratteristica principale della necropoli è la presenza di stele funerarie infisse verticalmente con funzione di segnacolo che raggiungono i 2,40 metri di altezza, organizzate in file subparallele con direzione principale Nord-Sud. Ogni stele delimita a ovest la tomba principale in cassetta litica coperta da una struttura a tumulo, attorno alla quale si sviluppa nel corso del tempo una densa concentrazione di tombe satelliti.
La materia prima utilizzata per le stele funerarie proviene dall’area della collina est di Trento, zona più prossima di affioramento dei calcari nodulari giurassici del Rosso Ammonitico Veronese, mentre il calcare-marnoso rosato della Scaglia Rossa è stato impiegato per la realizzazione delle cassette litiche. Lo scavo delle strutture tombali ha consentito di ricostruire la complessità del rituale funerario. I dati acquisiti dovranno essere implementati da analisi interdisciplinari sui resti antropologici e archeobotanici oltre che dallo studio dei reperti deposti come corredo e offerta.

Reperti in metallo fra i corredi funerari

All’interno delle cassette litiche è presente la terra di rogo, una raccolta intenzionale di ossa calcinate poste entro contenitori in materiale deperibile, meno frequentemente in vasi ossuari. Si ipotizza che i resti combusti spesso collocati sopra il corredo personale, fossero avvolti in un tessuto – di cui in alcuni casi si sono conservate le fibre – chiuso con l’ausilio di spilloni o fibule. In alcune tombe la forma dell’accumulo suggerisce la presenza di cassette lignee quadrangolari. I corredi funerari messi in luce risultano particolarmente ricchi e rappresentano gli indicatori per definire identità, ruoli e funzioni del gruppo sociale di appartenenza. Particolarmente significativa è la presenza di reperti in metallo rappresentata da armi e elaborati oggetti di ornamento con inserzioni in ambra e pasta vitrea che attestano l’esistenza di influssi e strette relazioni culturali con gli ambienti italici.

Nuovi scenari

La scoperta apre nuovi scenari e suggestive ipotesi interpretative per la ricerca archeologica, considerata la sua collocazione nel centro storico di Trento e la rarità di questa tipologia di contesti nel territorio dell’arco alpino. Solleva inoltre articolate e complesse problematiche circa le modalità di autorappresentazione in ambito funerario del gruppo sociale di appartenenza di cui, al momento, resta ignoto il contesto insediativo.

Il team

Le indagini archeologiche sono dirette dalla dottoressa Elisabetta Mottes dell’Ufficio beni archeologici della Provincia autonoma di Trento e coordinate sul campo dal dottor Michele Bassetti e dalla dottoressa Ester Zanichelli di Cora Società Archeologica di Trento e dalla loro equipe di ricerca. Il coordinamento delle operazioni concernenti il restauro dei reperti mobili si deve a Susanna Fruet dell’Ufficio beni archeologici e alla dottoressa Chiara Maggioni di Cora Società Archeologica per l’attività di microscavo e recupero dei vasi ossuari.

Gerosa: “La necropoli rappresenta una rarità nell’arco alpino”

Ha commentato Francesca Gerosa: “È entusiasmante sapere come nel nostro passato ci siano ancora così tante meraviglie da scoprire. La monumentale necropoli di epoca preromana, recentemente rinvenuta in via Santa Croce, con le sue centinaia di tombe e preziosi corredi, rappresenta una rarità nell’arco alpino. Questo straordinario ritrovamento aprirà nuovi orizzonti di studio e approfondimento, dimostrando ancora una volta come l’archeologia sia una disciplina in continua evoluzione. Le informazioni che emergeranno da questo scavo, originale e ricco di rarità, in particolare per le tipologie funerarie giunte a noi praticamente intatte, porteranno senza dubbio a una nuova interpretazione dei vari quadri di civiltà, arricchendo la nostra comprensione sia del passato che del presente. Sostenere le iniziative di tutela è quindi importante, perché senza risorse è difficile mettere a terra gli interventi necessari affinché il patrimonio culturale si tramandi alle generazioni future. Abbiamo una grande responsabilità, ma poter destinare le risorse avendo alle spalle persone con una grande professionalità come il soprintendente Marzatico e lo staff dell’ufficio beni archeologici, fa sì che la cultura sia messa davvero al centro delle politiche d’investimento sul nostro patrimonio culturale”.

Marzatico: “Fino a questa scoperta a Trento vi erano stati solo ritrovamenti sporadici di epoca preromana”.

Con il suo intervento dal titolo ‘Oltre la vita, nel cuore delle Alpi’, Il dirigente generale dell’UMSt Soprintendenza per i beni e le attività culturali Franco Marzatico, nel suo ultimo giorno come soprintendente, ha spiegato al pubblico presente in sala il contesto storico e culturale nel quale si colloca il ritrovamento, con parallelismi anche a usi e miti che sono proseguiti fino all’età moderna e, per gli oggetti, con raffronti a reperti soprattutto di epoca villanoviana: “Fino a questa scoperta a Trento vi erano stati solo ritrovamenti sporadici di epoca preromana. Inizialmente le steli della necropoli ci hanno fatto pensare a quelle della Bretagna, come menhir e dolmen. Quando però ci avventuriamo nel campo delle interpretazioni dobbiamo fermarci alle evidenze dell’archeologia”.

Elisabetta Mottes: “Dobbiamo calarci su quello che era il paesaggio antico”

La sostituta direttrice dell’Ufficio beni archeologici provinciale e archeologa, Elisabetta Mottes ha illustrato le caratteristiche del sito: “Dobbiamo calarci su quello che era il paesaggio antico; la zona infatti è stata condizionata fortemente nella sua nascita dai corsi d’acqua, non solo l’Adige, ma tutto il Fersina. La città fu costruita nell’area più stabile e per l’età preromana i dati che stiamo recuperando grazie alla necropoli di Santa Croce ci aiutano a documentare alcune evidenze, perché con certezza adesso sappiamo che l’area anticamente era delimitata da due canali attivi. Le alluvioni hanno poi sigillato i depositi e questo ha permesso oggi questa scoperta”.