La “Deposizione di Santa Trinita” di Beato Angelico, emblema del Rinascimento fiorentino, torna a splendere grazie a un restauro supportato dai Friends of Florence e il lavoro della restauratrice Lucia Biondi.
L’opera “Deposizione di Santa Trinita”, custodita nel Museo di San Marco, ora può essere ammirata dai visitatori, che potranno godere dei risultati di un certosino lavoro di restauro ai fini di una risoluzione ottimale dell’opera e del suo valore storico e artistico inestimabile. Il restauro è stato realizzato soprattutto in previsione di una mostra: l’opera infatti sarà esposta nella Sala del Beato Angelico fino a settembre 2025, prima di diventare uno dei protagonisti della grande mostra “Angelico”, che segna il ritorno dell’artista a Firenze dopo oltre settant’anni. Curata da Carl Brandon Strehlke, Angelo Tartuferi e Stefano Casciu, questa esposizione rappresenterà un’occasione unica per ammirare i capolavori di Angelico, con prestiti provenienti dai più prestigiosi musei mondiali. A proposito dell’iniziativa, queste sono le parole di Stefano Casciu, Direttore regionale Musei: “Questo intervento ci consente di salvaguardare un patrimonio inestimabile e di restituire alla pubblica ammirazione un’opera che è parte integrante della storia dell’arte”.
L’opera e la sua storia
La “Deposizione” segna una tappa fondamentale nell’evoluzione artistica del Beato Angelico. Con quest’opera, l’artista rivoluzionò il tradizionale modello delle pale d’altare medievali, dando vita a una scena teatrale di straordinaria intensità e prospettiva. Si sa da un documento che nel 1432 la pala si doveva già trovare nella Sagrestia di Santa Trinita. Secondo alcuni studiosi, Angelico vi lavorò verso il 1432, prima che nel 1434 Palla Strozzi venisse espulso dalla città. Secondo altri, basandosi anche su dati stilistici che farebbero pensare a un’opera degli anni più maturi dell’artista, la parte centrale era stata completata da Lorenzo Monaco (Darrel Davisson), ma danneggiata dopo l’esilio dello Strozzi e restaurata quindi da Angelico solo verso il 1440. Secondo John Spike è verosimile che Lorenzo Monaco avesse completato o quasi la commissione, ma che poi l’opera venne sostituita tra il 1429 e il 1432 per aggiornarla al gusto allora dominante.
I ventotto personaggi che popolano il dipinto si affollano in primo piano, creando un’atmosfera monumentale e drammatica. Tra questi, una figura inginocchiata sembra svolgere il ruolo di intermediario tra l’evento sacro e lo spettatore, probabilmente identificabile nel Beato Alessio Strozzi. La scena del Cristo deposto dalla croce è emblematica e si svolge tutta in primo piano. Qui vi si trova una delle caratteristiche più tipiche dell’Angelico: l’uso di colori limpidi, luminosi e brillanti, accordati in una delicata armonia tonale, che richiama il concetto di san Tommaso d’Aquino della luce terrena quale riflesso del “lumen” ordinatore divino. Un’altra caratteristica innovativa dell’opera è il paesaggio sullo sfondo, che evoca una fusione tra la Gerusalemme biblica e il paesaggio toscano, illuminato da una luce intensa che abbraccia ogni figura e valorizza le vesti dorate dei personaggi.







