All’Osservatorio Fondazione Prada di Milano è possibile visitare la mostra sul cinema dello Storyboard fino all’8 settembre.
Dopo due anni di ricerca è nata “A Kind of Language: Storyboards and Other Renderings for Cinema!”, mostra in programma fino all’8 settembre all’Osservatorio della Fondazione Prada, la sede sopra Galleria Vittorio Emanuele a Milano, dedicata ad esplorare i linguaggi visivi e le possibili. L’ispirazione originaria era nata da Martin Scorsese, in quanto è stato vedendo gli schizzi realizzati dal regista che Melissa Harris ha avuto l’idea di un progetto sul linguaggio degli storyboard, i “copioni” illustrati realizzati prima che i film vengano girati. E da questo sommario progetto Fondazione Prada ha accolto l’idea di realizzarne un’esposizione organica e vivace. Il senso della mostra può essere racchiuso nelle parole di Pablo Buratti, storyboard artist che ha lavorato con registi come Pedro Almodóvar, Terry Gilliam e Álex de la Iglesia, ovvero: “Il valore dello storyboard non sta nella sua estetica, ma nelle decisioni narrative e tecniche intrinseche all’inquadratura”.
Cenni di storyboard
Lo storyboard è la rappresentazione grafica, sotto forma di sequenze disegnate, delle inquadrature di un fumetto o di un film. Letteralmente significa “tavola della storia”, ma in italiano potrebbe essere più precisamente tradotto come “sceneggiatura disegnata” (o “illustrata”). Il primo regista ad usare gli storyboard fu Georges Méliès, e il processo di storyboarding, nella forma in cui è conosciuta oggi, è stato sviluppato da Walt Disney per i suoi cartoni animati, infatti verso l’inizio degli anni Trenta quasi tutti i film prodotti dagli studios utilizzavano lo storyboard. Per fare una differenziazione tra fumetto e cinema,nel settore dei fumetti, lo storyboard è la prima e approssimativa visualizzazione grafica delle vignette che comporranno ogni singola tavola della storia finale, mentre in campo cinematografico si tratta di una serie di disegni, in genere diverse centinaia, che illustrano, inquadratura per inquadratura, ciò che verrà poi girato sul set. Una forma più avanzata di storyboard, in pratica il passo successivo in qualsiasi processo d’animazione, è lo story reel (detto anche “animatic”): si tratta di storyboard montati in sequenza ai quali si aggiunge una traccia sonora temporanea (con musica e voci dei personaggi), in modo da creare un filmato. C’è da dire comunque che lo storyboard è utilizzato nella maggior parte dei film americani e inglesi, soprattutto quelli d’azione, molto raramente nei film italiani e francesi. Alcuni esempi sono Alfred Hitchcock, che ne fu un cultore, oppure Martin Scorsese, che realizzava i suoi film prima sulla carta e poi sul set, o ancora Steven Spielberg che, non sapendo disegnare, assoldava schiere di storyboard-artist per i suoi film.
Come è strutturata l’esposizione
Sono oltre 800 gli elementi presenti: storyboard che dagli anni ’20 arrivano al 2024, ma anche video, foto, documentari, installazioni: si va dalla visione realizzata per Dune da Alejandro Jodorowsky, che poi non ha mai girato la pellicola, al Piccolo Buddha di Bernardo Bertolucci, da Interstellar a Train to Busan di San-ho Yeon, alla scena della doccia di Psycho, capolavoro di Hitchcock. Nell’allestimento curato da Andrea Faraguna, dello studio architettonico Sub di Berlino, ogni storyboard è sistemato su un tecnografo pensato appositamente per le caratteristiche dei documenti: le miriadi di foto realizzate da Agnès Varda per il film del 1961 Salut les Cubains, sono poggiate ad esempio su una base di cartone, gli schizzi di Incontri ravvicinati del terzo tipo (Close Encounters of the Third Kind) ha accanto una minipianola su cui i visitatori possono suonare le prime cinque indimenticabili note della colonna sonora di John Williams, mentre lo storyboard di Grand Budapest Hotel è in realtà una versione animata visibile su un tablet. Queste versioni disegnate sono servite ai registi a rendere la loro visione, ma anche, spesso, a risolvere problemi di inquadrature a chiarire come realizzare tecnicamente le pellicole: a volte sono disegnate da loro stessi, a volte da artisti come Pablo Buratti, che ha anche firmato lo ‘storyboard’ della mostra, oltre ad aver collaborato con maestri come Almodóvar, a volte da sconosciuti. Per dare coerenza alla successione, si è cercato di tenere uniti per temi i lavori, che non riguardano solo il cinema e la tv (in mostra anche opere di Walt Disney, Miyazaki ma anche Mr. Magoo e Popeye) ma la danza (con note di coreografia) senza dimenticare le opere di artisti contemporanei come la videoinstallazione di Carrie Mae Weems Leave, Leave Now!.







