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Giuditta e Oloferne tornano protagonisti a Palazzo Vecchio

da | 7 Giu 2024 | Arte e Cultura

Svelato il celebre bronzo di Donatello dopo il restauro

Il bronzo di Donatello raffigurante Giuditta e Oloferne torna protagonista della Sala dei Gigli di Palazzo Vecchio dopo l’intervento di restauro conservativo realizzato grazie al sostegno di Friends of Florence.
Il gruppo bronzeo è stato svelato alla presenza, tra gli altri, della Vicesindaca e Assessora alla Cultura del Comune di Firenze, della Console Generale degli Stati Uniti d’America Daniela Ballard e di Simonetta Brandolini d’Adda, Presidente di Friends of Florence: “Siamo molto felici di aver sostenuto il restauro della scultura di Giuditta e Oloferne di Donatello, un’opera fondamentale non soltanto per la storia fiorentina, ma per l’arte e la cultura mondiale – ha spiegato Brandolini d’Adda -. In questo modo essa potrà continuare a mostrarsi alle generazioni presenti e future in tutta la sua potente bellezza”.

Giuditta e Oloferne

Giuditta e Oloferne (1457-1464) è una delle opere più note e celebrate di Donatello, per la sua potenza espressiva, per la maestria e la raffinatezza della tecnica di esecuzione, nonché per l‘avvincente storia delle vicissitudini che lo portarono a diventare un vessillo della libertà di Firenze.
Secondo l’ipotesi più accredita venne commissionata a Donatello da Piero de’ Medici intorno al 1457. Rimase interrotta a causa della partenza per Siena del suo autore, che con alcuni collaboratori la portò a termine tra il 1461 e il 1464.
Tema centrale dell’opera è la storia dell’eroina biblica Giuditta che salvò la città di Betulia uccidendo Oloferne, il generale dell’esercito assiro che aveva assediato la città.
Il celebre bronzo di Donatello coglie l’azione nel suo svolgimento e raffigura la giovane ebrea in una salda e fiera posizione eretta, proprio mentre impugna la spada, pronta a decapitare Oloferne. Il corpo esangue del tiranno è incastrato tra le gambe di Giuditta, con gli arti che pendono vilmente dal basamento bronzeo, dove tre rilievi bacchici rimandano alla sua lussuria.
L’opera, che reca la firma del suo autore incisa nel cuscino sul quale poggiano i due personaggi, rileggeva in chiave laica e politica il racconto biblico della giovane eroina, come attestavano due iscrizioni andate perdute: la prima la qualificava come simbolo del trionfo dell’umiltà sulla superbia e della virtù sulla lussuria; la seconda conteneva la dedica di Piero de’ Medici, che le attribuiva la funzione di modello di forza e libertà, incitando i cittadini a seguire l’esempio di Giuditta per la difesa della Repubblica fiorentina.

Il bronzo simbolo della libertà fiorentina

Il bronzo fu collocato nel giardino dell’antica residenza medicea di via Larga, l’attuale Palazzo Medici Riccardi, a fare da contrappunto al David bronzeo del medesimo scultore che già si trovava nel vicino cortile (oggi nel Museo Nazionale del Bargello).
Nel 1495, a un anno di distanza dalla cacciata dei Medici e dalla proclamazione della nuova Repubblica di ispirazione savonaroliana, la Signoria di Firenze deliberò di confiscare questa opera, insieme ad altre che si trovavano nella residenza medicea e di trasferirla nella propria sede di governo. Le due epigrafi del basamento vennero sostituite con quella odierna che reca la data del trasferimento e che ha fatto assurgere il bronzo a simbolo della libertà fiorentina.
L’opera venne posta in bella vista sull’arengario del Palazzo della Signoria, dove rimase finché nel 1504 dovette lasciare il posto al David di Michelangelo. Due anni più tardi era di nuovo in piazza, sotto la Loggia della Signoria, ma solo nel 1919, dopo essere stata messa in sicurezza durante la guerra, venne ricollocata, in posizione centrale, sull’arengario di Palazzo Vecchio. Da lì non venne più rimossa, se non per ragioni di sicurezza durante la Seconda Guerra Mondiale (1940-1946), quando venne anche restaurata da Bruno Bearzi, per conto delle fonderie Marinelli, finché dopo le celebrazioni medicee del 1980, essendo stato constatato un avanzato stato di degrado del bronzo, fu deciso di sostituirla in esterno con una copia e di trasferirla nella Sala dei Gigli di Palazzo Vecchio.

Il restauro

L’opera venne sottoposta, per la prima volta, a un accurato restauro scientifico, eseguito dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze in Palazzo Vecchio, tra il 1986 e il 1988.
Il successivo intervento di manutenzione eseguito nel 2004 non è bastato a preservare il bronzo che appariva “gravemente offuscato da uno strato copioso di pulviscolo atmosferico che nel corso degli anni si era depositato sulle sue superfici per effetto dell’attrazione elettrostatica e della proprietà adesiva del protettivo”.
Pertanto, si è reso necessario un ulteriore restauro, articolato in due fasi, della durata totale di circa 10 mesi, con esecuzione delle opere affidata direttamente dal donatore dei fondi.
Scopo del progetto era quello di ripristinare e migliorare la leggibilità dell’opera, perfezionando gli interventi eseguiti negli anni Ottanta attraverso l’applicazione delle nuove strumentazioni e conoscenze nel frattempo acquisite, nonché di approfondire l’analisi degli aspetti tecnici del gruppo bronzeo e, dunque, delle peculiari modalità di lavoro del suo eccezionale autore.
Durante la prima fase del restauro, si è proceduto a eseguire un’accurata osservazione e documentazione ravvicinata dell’opera e a replicare la spolveratura intrapresa nel 2004, necessaria per poter valutare lo stato di conservazione del bronzo.
Una volta ottenuti tutti i risultati diagnostici, si è passati alla seconda fase dell’intervento, che ha richiesto una generale revisione conservativa dell’opera.
Con il recente restauro sono state rimosse tutte le problematiche conservative del metallo che si sono generate in questi decenni e che continuano a progredire, sebbene più lentamente, grazie al ricovero all’interno del museo. Sono inoltre stati ‘ritrattati’ alcuni bruschi passaggi cromatici indotti da diverse patine di alterazione più o meno stabili, mediante la rimozione o l’assottigliamento dei prodotti di corrosione dannosi.

I risultati conseguiti

Il risanamento conservativo ha permesso agli studiosi di integrare la conoscenza della tecnica esecutiva dell’opera con nuove informazioni, mai rilevate in precedenza.
Grazie al recente intervento sono state rintracciate più dorature di quante se ne conoscessero fino a quel momento.
Questa tecnica, frequente nella scultura fiorentina di quel periodo e ricorrente nelle opere di Donatello, era stata già riscontrata con la spolveratura del 2004 ma, all’epoca, furono individuate solo tre piccolissime tracce di doratura a foglia.
Una più accurata osservazione di tutta la superfice, condotta al microscopio, centimetro per centimetro, ha portato a supporre che potessero esserci molti più residui di rivestimento aureo, ipotesi poi confermata dalle successive analisi.
Il restauro ha, dunque, permesso di riportare alla luce diversi nuovi frammenti aurei conservati in più aree, per un totale di circa 13 cmq, in alcuni casi, individuando anche gli andamenti e i confini delle campiture e, quindi, di chiarire quali parti del bronzo fossero originariamente impreziosite da dorature.
I risultati conseguiti sulle superfici del bronzo hanno portato anche a riconsiderare i materiali da utilizzare per la sua protezione finale.

 

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