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Ritrovato in Egitto il libro illustrato più antico al mondo

da | 7 Gen 2020 | Arte e Cultura, Conservazione e Tutela

In Egitto è stata scoperta la copia più antica di quello che viene considerato il primo testo illustrato al mondo: un’edizione del Libro delle due vie risalente a 4mila anni fa.

Gli scavi, che hanno portato al ritrovamento, sono stati ripresi nella primavera del 2012, interessando il complesso funerario di Dayr al-Barsha, vicino alla città di Minya, sulla riva orientale del Nilo. Il sito conserva la necropoli principale dei governatori della regione durante il Medio Regno e vanta numerose tombe riccamente decorate. il Progetto, guidato da Harco Willems, archeologo belga dell’Università di Lovanio – tra i maggiori esperti di testi dei sarcofagi – ha portato alla luce i resti del sarcofago di una donna di nome Ankh, sulle cui pareti sono riportati i versi della prima versione de Il Libro delle due vie, una sorta di mappa che racconta il percorso mistico dell’anima nel Duat, l’aldilà secondo la mitologia dell’antico Egitto.

Si tratta di un testo funebre, una guida topografica che mostra i due percorsi, ricchi di ostacoli, uno via terra e l’altro via fiume, che lo spirito del defunto doveva intraprendere per approdare al cospetto di Osiride, sovrano e giudice supremo del regno dei morti. Il testo è inciso sulle pareti di legno del sarcofago per essere letto dal defunto durante il suo viaggio. Possiede una duplice natura storico-ritualistica, non serviva solo a condurre il defunto nell’aldilà, ma a proteggerlo da ogni sorta di minaccia presente negli inferi. Insomma, un misto tra racconto d’avventura e “formula magica” rituale.

Gli antichi egizi erano ossessionati dalla vita in tutte le sue fasi (e la morte era nuova vita), non c’è da stupirsi dunque della necessità di una guida, come questo libro, per attraversare l’odissea purgatoria che li avrebbe attesi dopo la morte terrena.

In aiuto alla scoperta è intervenuta la tecnologia: le immagini ritrovate sui due pannelli di cedro sono state elaborate con DStretch, un potente software per l’arte rupestre in grado di restituire immagini ad alta definizione; grazie al programma è stato possibile rivelare incisioni preziose con figure e geroglifici, segni che risultavano eccessivamente sbiaditi a occhio nudo.

L’attribuzione del sarcofago è stata difficile da individuare, come ha spiegato Willelmsnella sua ricerca pubblicata sul “Journal of Egyptian Archaeology”: nelle iscrizioni si fa riferimento al governatore egiziano Djehutynakht, inoltre nel testo viene utilizzato il pronome “lui” per indicare il defunto, ma grazie ad un’attenta analisi si è scoperto che la bara originariamente conteneva i resti di una donna di nome Ankh, imparentata con un alto funzionario della provincia. Come ha spiegato l’egittologo, non c’è da stupirsi visto che spesso le defunte venivano chiamate con pronomi maschili, per assomigliare di più a Osiride.

Gli antichi frammenti del sarcofago erano stati ritrovati già nel 2012 all’interno di un lungo un pozzo, nella tomba del governatore provinciale egiziano Ahanakhtin I, ma lo stato precario dei manufatti (dovuti soprattutto all’attacco di funghi del legno), e i ripetuti saccheggiamenti avvenuti nel corso dei millenni, hanno impedito agli studiosi di effettuare ricerche e verifiche, fino ad oggi.

Secondo Willelms, l’esemplare del “Libro delle Due Vie” è anteriore di circa 40 anni rispetto a quello finora considerato il più antico.

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