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Il sistema archivistico nazionale. Metafora di una Cenerentola

da | 23 Set 2019 | Arte e Cultura, Conservazione e Tutela

Nell’ambito delle reiterate riforme/riorganizzazioni del dicastero che si occupa di Beni Culturali (oggi tornato ad essere Ministero per i beni, le attività culturali e il turismo – MIBACT), il sistema archivistico è sempre stato considerato un qualcosa da trattare con sufficienza se non con qualche fastidio. Questo vale sul piano degli interventi organizzativi quanto su quelli delle dotazioni economiche e del personale, tecnico in particolare.

Solo nel 1975, con la legge n. 5 del gennaio, di conversione in legge del decreto istitutivo del ministero per i beni culturali e ambientali, il settore archivistico transiterà, dal dicastero degli Interni al nuovo ministero, questa spinta, fortemente voluta tra gli altri, da Renato Grispo, vedeva nel nuovo dicastero una speranza di nuova dignità e di un futuro migliore, va ricordato che Giovanni Spadolini, come storico, fu particolarmente sensibile alle pressioni che venivano dal mondo degli Archivi e non solo. Fino ad allora, va ricordato, la Direzione Generale degli Archivi di Stato era diretta da un Prefetto e la sola figura apicale (dirigente Generale) era data dal Sovrintendente all’Archivio Centrale dello Stato.

La presenza degli Archivi di Stato in ogni Capoluogo di Provincia, oltre a quaranta Sezioni di Archivio di Stato in realtà comunali particolarmente rilevanti per la storia (Spoleto, Orvieto ad esempio) a cui si aggiungevano le Sovrintendenze Archivistiche presenti in ogni Regione, rappresentava storicamente un tessuto organizzativo completo; Gli Archivi di Stato ricevono le carte prodotte dalle Amministrazioni statali con il compito di conservare e studiare, attraverso processi complessi, anche la Storia della penisola, le carte prodotte dagli Stati pre-unitari e le fonti archivistiche prodotte da soggetti che hanno svolto attività ad evidenza pubblica (i Notai ad esempio) e le carte depositate volontariamente da soggetti terzi, le Sovrintendenze archivistiche hanno il compito della vigilanza e tutela sui fondi archivistici degli Enti locali e di qualli privati vincolati. Questo il quadro come delineato con il DPR 1409 del 30 settembre 1963, recante: “Norme relative all’ordinamento ed al personale degli Archivi di Stato”.

La storia del sistema archivistico nazionale si completa con le Scuole di Archivistica, Paleografia e Diplomatica, vere università per la formazione degli operatori e di quanti, per passione od interesse, ritengono di dotarsi di strumenti di conoscenza di una disciplina, così ricca, vera palestra per lo studio e la ricerca a corredo della storia. Chi ha avuto modo per ragioni di lavoro o studio di frequentarle, sa bene come il rigoroso percorso biennale e la qualità dei docenti sia in grado di appassionare ad una disciplina che merita un ben maggiore riguardo e attenzione. Da giovane, per curiosità ed interesse, ho frequentato e mi sono diplomato presso la Scuola di Roma (Archivio di Stato – Corso Rinascimento) ed ho avuto il privilegio di docenti di assoluto rilievo, tra questi Marcello del Piazzo ed Elio Lodolini, percorso utilissimo anche per il percorso degli studi universitari, sia per il metodo della ricerca sia per gli approfondimenti.

Completo il panorama con un richiamo ad uno storico istituto, voluto nel 1963, il Centro di Fotoriproduzione legatoria e restauro degli Archivi di Stato, oggi confuso con il patrimonio librario, diventando Istituto centrale per il restauro e la conservazione del patrimonio librario ed archivistico, nato dalla fusione appunto dell’Istituto per la Patologia del Libro con il Centro di fotoriproduzione legatoria e restauro degli Archivi di Stato, la mia personale convinzione e che nel “confondere le due prestigiose realtà”, si sia solo ragionato in termini di risparmio economico (di posti di funzione dirigenziale e di spesa).

Oggi la situazione è particolarmente critica sia dal punto di vista organizzativo, si confonde il mondo archivistico con quello bibliotecario, altrettanto nobile ma oggettivamente diverso, oltre a non considerare il grave danno alla ricerca con le mancate assunzioni accompagnate da una sempre più difficile situazione economica, anche per la semplice gestione ordinaria; è forse maturo il tempo perché il mondo accademico, quello degli Enti storici, tornino a far sentire la loro voce, evidenziando in modo semplice ed efficace quali sono i rischi di perdita di un patrimonio tanto immenso quanto in gran parte da conoscere.

Il responsabile del Collegio Romano, non può non guardare con l’attenzione del caso ad un settore per troppo tempo tanto trascurato quanto sottovalutato.

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