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Dal Mibact al Mibac tornando al Mibact. La vulnerabilità della tutela

da | 17 Set 2019 | Arte e Cultura

Dopo sette organizzazioni, riorganizzazioni, trasferimenti e acquisizioni di competenze il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, di Spadoliniana memoria, nella sua breve vita (nato nel 1974/75 consulae il Governo Moro – La Malfa) ha vissuto un ennesimo Regolamento di organizzazione, quando ancora era “convalescente” della complessa riforma del 2014. Infatti, nella Gazzetta Ufficiale di Mercoledì 7 Agosto 2019 è stato pubblicato il DPCM 19 giugno 2019, n. 76, recante: “Regolamento di organizzazione del Ministero per i beni e le attività culturali….”, frutto del lavoro di una Commissione istituita dal Ministro pro tempore, nel gennaio di quest’anno, con la formula “Sviluppo e assestamento organizzativo del Mibac”; i risultati e le scelte sono apparse agli addetti ai lavori, ampiamente ripresi dagli organi di informazione e sottolineati con forza dal mondo delle Associazioni, come scelte tutt’altro che di sviluppo e assestamento quanto, piuttosto, di accentramento e disarticolazione organizzativa.

Va anche ancora una volta ricordato come sempre in una logica, tutt’altro che comprensibile, le competenze di indirizzo in materia di Turismo (va sempre ricordato che, a mente del dettato costituzionale, la materia turismo è competenza esclusiva dell’ Ente Regione), furono trasferite, non senza problematicità rilevata dagli organi consultivi e di controllo, al Ministero che si occupa delle politiche agricole e forestali, nell’agosto 2018 e ancora oggi non pienamente operative, da qui il nome MIBACT, perde la “T” diventando MIBAC.

Con la crisi governativa apertasi, di fatto, il giorno successivo alla pubblicazione del DPCM del 7 Agosto, anche questa organizzazione resta una incompiuta, con tutte le oggettive difficoltà operative degli uffici ministeriali che ne conseguono. Il Governo che si è insediato il 5 settembre 2019, ha inserito in uno specifico punto programmatico, come la materia Turismo debba tornare al MIBAC, che acquisisce nuovamente la “T” che aveva perso da non molti mesi tornando ad essere MIBACT.

Il prossimo Consiglio dei Ministri, si occuperà, molto probabilmente, di ripristinare l’assetto precedente, con la emanazione di un provvedimento legislativo d’urgenza per ricondurre il Turismo nel panorama del Ministero per i beni e le attività culturali; sarà il primo necessario passaggio per avviare, unitamente al ritiro dei DM attuativi della riforma, quella fase di “riassetto” della riforma del 2014, come evolverà è difficile da prevedere.

Una fase di riflessione appare più che necessaria, sia per monitorare lo stato di attuazione della riorganizzazione, sia per registrarne tutte le criticità; solo in questo modo di procedere si potranno porre in essere tutte quelle fasi correttive che restituiscano un “sistema beni culturali” pienamente armonizzato con le esigenze della tutela e con l’effettiva capacità e operatività del suo corpo vitale, quello dei funzionari che operano sul territorio.

Una analisi che va certamente percorsa è quella della autonomia museale che deve essere, senza pregiudizi ideologici, esaminata attentamente verificata. La Commissione d’indagine, istituita nel 1964 con la legge 310 del 26 aprile con il titolo “Per la Salvezza dei Beni Culturali in Italia” Atti e documenti della Commissione d’indagine per la tutela e valorizzazione del Patrimonio storico, archeologico, artistico e del paesaggio, meglio conosciuta dal nome del suo Presidente Francesco Franceschini. I lavori che si sono protratti per lunghi mesi, vedranno la luce con la pubblicazione di tre poderosi volumi nel 1967. Il IV Gruppo di studio affrontò il tema dei Musei e delle Collezioni, la dichiarazione LXXIII Musei, già prevedeva come: “Alla direzione dei maggiori musei sarà da riconoscere, nell’ambito delle Soprintendenze, la qualità di uffici autonomi……” cfr pag. 111 del Vol. primo. Nel dibattito che è seguito alla riforma del 2014, viene dai più sottolineato come l’aver creato una autonomia, di livello dirigenziale diverso (prima e seconda fascia), totalmente sottratta dal rapporto con le Soprintendenze e quindi con il territorio sia una delle più rilevanti anomalie della riforma, anomalia che appare ancora più significativa per i beni archeologici. Il tema autonomia museale spesso lo si paragona alle esperienze di altre realtà, francesi, britanniche, statunitensi, dove grandi complessi museali, si pongono nei primi posti per affluenza, introiti, rapporti internazionali (scambi e mostre, acquisti) piena autonomia, talvolta nella forma di realtà quali Fondazioni. Alla domanda, perché anche in Italia non si guarda a quelle esperienze come modelli cui riferirsi, Antonio Paolucci rispose, durante il suo mandato ministeriale, che quelle realtà a cui molti guardano con sempre maggiore interesse, sono da considerare delle “Astronavi della Storia” sono cioè delle realtà totalmente estranee al territorio che le ospita mentre, le nostre realtà i nostri musei sono la storia, è in questo semplice enunciato che possiamo allora capire perché alla sentita esigenza di autonomia museale, la Commissione Franceschini, aggiungeva “nell’ambito delle Soprintendenze”.

Nel mese di ottobre del 1957, Antonio Cederna lancia un j’accuse fortissimo, sul n. 27 della rivista Ulisse, che già nel titolo rappresenta lo stato dell’arte che lui legge nella mancata tutela, cita l’Appia antica e altre realtà che vede come esempi della mala gestione del sistema (allora il ministero non c’era e le competenze in materia delle c.d. Cose di interesse storico-artistico, come declinate dalla legge 1089/1939, afferivano al dicastero della allora Pubblica Istruzione); Antonio Cederna titola il sua articolato e dettagliato intervento con: “La fortuna dei vandali responsabilità dei funzionari e dei tecnici”, leggere quell’articolo, assolutamente attuale ad oltre sessanta anni, ci aiuta a porre l’accento su un altro tema, quello della formazione.

Mentre non discutiamo della eccellenza tecnico-scientifica del corpo dei funzionari, non possiamo non sottolineare come sia mancata e manchi una formazione permanente che consenta a chi ha la responsabilità della tutela di porsi in termini competenti anche dal punto di vista, si direbbe oggi, manageriale o se volete gestionale, ovviamente affiancato da un corpo di tecnici di altre necessarie discipline (cambiano le norme, il contesto e il quadro operativo nazionale ed internazionale, la comunicazione), vengono introdotti nuovi ambiti di tutela, sia materiale che immateriale, occorre quindi rinnovare un forte e consolidato rapporto con il sistema universitario, il coinvolgimento delle realtà regionali e comunali, non in una logica rivendicativa di poteri ma con una visione di leale e fattiva collaborazione, peraltro disegnata dalla Carta Costituzionale. Insomma il dicastero che si occupa di beni, attività culturali e turismo deve trovare un nuovo equilibrio ed una visone unitaria che accompagni il primato della tutela, sia dei beni che del paesaggio, con le esigenze di crescita sociale ed economica del Paese, è una sfida che fino ad oggi è rimasta senza risposte condivise.

Vorrei infine toccare un tema di grande attualità e rilievo, quello di Roma Capitale, che va letta nella duplice veste di municipalità e nella veste di essere Capitale del Paese, con un patrimonio di testimonianze di civiltà uniche al mondo. In passato si pose mano ad un grande intervento sui beni archeologici (la legge Biasini) a cui seguirono altri provvedimenti mirati. Oggi occorre un sistema binario, uno per il quotidiano, che spetta all’amministrazione capitolina ed uno, sempre ordinario che deve occuparsi del tessuto storico artistico, monumentale della città, un unicum tra Sovrintendenza Capitolina e Soprintendenza statale con omogenei poteri certi e, ovviamente, finanziamenti coerenti con gli obbiettivi da perseguire.

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