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“Poesia e destino. La fortuna italiana del Werher”. La storia del romanzo in una mostra

da | 17 Giu 2019 | Arte e Cultura, Mostre ed Eventi

“I dolori del giovane Werther”, il romanzo epistolare scritto in poche settimane dal venticinquenne Johann Wolfgang Goethe, apparso anonimo alla Fiera del libro di Lipsia nel 1774, ebbe un successo inaspettato, travolgente, suscitando una valanga di reazioni. E fece epoca diventando un vero e proprio best seller, il primo della storia della letteratura. Al successo del libro che aveva colto lo spirito del tempo, alle ripercussioni che ebbe in particolare in Italia, la Casa di Goethe di via del Corso, dove il poeta fu ospite dell’amico pittore Johann Wilhelm Tischbein durante il suo viaggio in Italia (1786-1788), dedica un’originale e documentata mostra, curata da Maria Gazzetti, direttrice dell’unico museo tedesco fuori della Germania.

La mostra “Poesia e destino. La fortuna italiana del Werher”, aperta alla Casa di Goethe fino al 20 settembre, accompagnata da un agevole catalogo bilingue con il contributo del professor Roberto Venuti, passa in rassegna in modo chiaro ed esauriente la storia editoriale del romanzo attraverso la presentazione di rare edizioni dell’opera, non limitandosi all’aspetto storico-critico, ma ampliando lo sguardo all’impatto che ebbe sulla narrativa, il teatro, la musica e perfino sul costume e la moda. Successo, ma anche scandalo soprattutto nei paesi cattolici per il suicidio del protagonista, un giovane “dotato di vera penetrazione e di un sentire puro e profondo” che “si perde in folli sogni e si distrugge con le sue elucubrazioni finché, per il sopraggiungere di una passione infelice e in particolare di un amore senza limiti, si spara una pallottola in testa”.

Come è noto Goethe elabora a livello letterario la storia del suo amore infelice per Charlotte Buff, fidanzata con Johann Christian Kestner e il suicidio del suo amico Karl Wilhelm Jerusalem, segretario di legazione a Wetzlar. Non un semplice romanzo ma una sorta di “confessione generale”, come dichiarerà Goethe in “Poesia e verità”. “Il Werther è una creatura che, come un pellicano, ho nutrito con il sangue del mio cuore – scrive – C’è così tanto di intimamente mio, uscitomi dal petto, così tanti sentimenti e pensieri da riempire un romanzo dieci volte più lungo”.

“Il Werther, vero e proprio manifesto di un’intera generazione – scrive la curatrice – riscuote un enorme successo, che si spinge ben oltre i confini dell’area linguistica tedesca. I giovani si vestono nello stile di Werther e non pochi arrivano al suicidio con il romanzo in tasca. Ma si formano ben presto anche due partiti contrapposti, ai lettori entusiasti che si identificano col giovane protagonista, si contrappongono gli oppositori che considerano l’opera un “pernicioso prodotto del sentimentalismo”. Di “inaudita carica di sentimento esplosivo”, scrive Thomas Mann. “Il suo successo ebbe, in parte, persino, un carattere di scandalo”, il sentimentalismo snervante chiama in causa i guardiani del buon costume, i moralisti che vedono in quei fogli l’esaltazione del suicidio e la seduzione a cadervi.

Il processo di imitazione e identificazione avendo provocato anche degli eccessi suscitò perplessità anche presso gli illuministi e critiche severe nei confronti di un’opera ritenuta immorale e sconveniente. Agli inizi del 1775 la Facoltà Teologica di Lipsia lo condanna perché rappresenta “un’apologia e un’istigazione al suicidio”. Le autorità cittadine ne vietano la diffusione pena un’ammenda. Ma il libro sull’onda del successo viene ristampato più volte dall’editore Weygand. Stesso divieto ad Amburgo dove il pastore Goeze detrattore di Lessing definisce il libro “un’esca di Satana” e a Francoforte la città natale del poeta. Ma nonostante le polemiche il libro si diffonde in Europa. Fra il 1776 e il 1777 circolano in francese, la lingua dominante a livello culturale, tre versioni, mentre in Inghilterra la prima traduzione è del 1779.

Più tormentata la recezione del romanzo in Italia. E’ del 1782 di Gaetano Grassi, un commerciante milanese, la prima traduzione in italiano dal francese che viene stampata a Poschiavo in Svizzera nella stamperia del barone massone Tommaso de Bassus. Il Grassi affronta il delicatissimo tema del suicidio, attribuendogli un’origine organica innata. “Il suicida porta dalla nascita… una certa proclività all’eccesso” e parla di “sconvolgimento nelle idee”. Non si tratta di un atto di libertà dunque. Ma la cattolica Lombardia non gradisce e attua una particolare forma di censura. L’arcivescovo della Curia Giuseppe Pozzobonelli fa comprare dai parroci tutte le copie. Nemmeno da parte laica il “Werther opera di sentimento del dottor Goethe” viene molto apprezzata. Nel 1788 esce la seconda versione in italiano scritta da un medico ebreo di origine padovana, anche lui massone, Michiel Salom che compare sul frontespizio solo con le iniziali, D M S. Per ovviare all’occhiuta censura veneziana Salom omette gran parte della lettera del 12 agosto in cui Werther ammette la liceità del suicidio. A questa seguirà nello stesso anno a Londra la terza versione italiana, ricca di toscanismi, opera di Corrado Ludger, forse un’identità di facciata.

Una storia appassionante che non provocò suicidi in Italia e che conosciamo grazie al saggio del professor Venuti e ai numerosi documenti in mostra, ma che doveva infastidire molto il poeta. “Qui mi importunano con le traduzioni del mio Werther, me le mostrano e chiedono quale sia la migliore e se la storia sia vera! E’ una sciagura che mi perseguiterebbe anche in India”, scrive nel “Viaggio in Italia” quando il suo soggiorno nel “paese dove fioriscono i limoni” volgeva al termine.

La mostra ripercorre la storia editoriale del romanzo. Il libro viene tradotto, interpretato, illustrato, parodiato. Alla prima preziosa edizione stampata a Lipsia nel 1774 seguono molte ristampe non autorizzate e testi che lo imitano. E nascono circoli di lettura, come si vede nell’acquerello con cinque ragazze che insieme leggono piangendo il Werther. In un altro compare la duchessa Anna Amalia e il suo seguito che leggono il Werther nel Parco di Villa d’Este a Tivoli. S’inventano oggetti diartigianato, souvenir ispirati al romanzo. Dai medaglioni ai ventagli con la scena di Lotte presso la tomba di Werther, a tazze e piattini di porcellana di Meissen, all’abbigliamento alla Werther, vestito bianco con nastri rosa pallido per lei, l’abito che indossava la prima volta che l’ha vista, panciotto giallo, marsina celeste, stivaloni di cuoio per lui. Così vestito appare Goethe nell’acquerello di Tischbein sullo sfondo del Golfo di Napoli. Esposto il libro in ceramica realizzato per l’occasione da Luigi Ontani come omaggio a Werther. In mostra dall’Archivio di Stato di Venezia l’originale del “Registro delle opere rivedute per la stampa 1765-1792 ” aperto al foglio in cui compare la censura. La parte che conteneva le difese del suicidio fu purgata con questo segno….. e così fu approvata per le stampe”.

“Leggere e amare il Werther nel primo Ottocento era il segno, se non di una scelta politica, almeno la prova di un’ansia di rinnovamento”, ricorda Maria Fancelli. Quel rinnovamento che attraversa il romanticismo italiano. Di grande interesse storico e letterario la sala dedicata a Foscolo e Leopardi. Il romanzo epistolare “Ultime lettere di Jacopo Ortis” di Ugo Foscolo esce a Milano nel 1802. Molti i contatti col modello goethiano, quasi gli stessi i personaggi, simile l’atmosfera poetica impetuosa, stessa la fine. In mostra dal “Goethe und Schiller Archiv” l’originale della lettera che Foscolo scrisse a Goethe cercando di minimizzare il debito dell’Ortis nei confronti del Wether, presentandosi come giovane scrittore e annunciandogli l’invio di un suo “primo volumetto”. Foscolo sottolinea gli aspetti autobiografici della sua opera rivendicando di aver “tratto tutto dal vero”. In mostra il bozzetto in terracotta della morte di Jacopo Ortis di Ettore Ferrari. Di fronte un altro cimelio poetico. Dalla Casa Leopardi di Recanati l’esemplare del Werther trasportato in italiano da Michiel Salom letto dal poeta che nello Zibaldone confessa di aver letto recentemente il “Verter” e scrive di disperazione, di desiderio di uccidersi.

La fama del Werther non si arresta col Romanticismo, ma prosegue in età moderna con altre traduzioni e prefazioni, suscitando l’interesse di intellettuali di oggi, da Benedetto Croce a Dacia Maraini, Aldo Busi, Paola Capriolo, Emanuele Trevi. Ed ecco le foto in bianco e nero del Werther di Massenet messo in scena al Costanzi di Roma negli anni ’30 -’40 con Tito Schipa nel ruolo di Werther e Gianna Pederzini in quello di Lotte. Quindi le ultime edizioni del libro, le foto della giovane artista Maria di Stefano, le letture di Neri Marcoré.

Casa di Goethe, Via del Corso 18 Roma. Orario: 10.00 – 18.00, chiuso il lunedì. Fino al 20 settembre 2019. Informazioni: tel. 06 – 32650412 e www.casadigoethe.it

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