“Robert Mapplethorpe. L’obiettivo sensibile”

da | 21 Mag 2019 | Arte e Cultura, Mostre ed Eventi

A trent’anni dalla scomparsa le Gallerie Nazionali di Arte Antica di Palazzo Barberini e Palazzo Corsini, in collaborazione con la “Robert Mapplethorpe Foundation” di New York creata dallo stesso artista prima di morire, presenta una mostra curata da Flaminia Gennari Santori, responsabile delle Gallerie Nazionali, dedicata al grande maestro della fotografia del Novecento, che s’iscrive in una serie di iniziative che hanno interessato il Guggenheim Museum di New York e il Museo Madre di Napoli.

Un artista controverso Robert Mapplethorpe (1946 -1989) che ha raggiunto una fama internazionale per ragioni che solo in parte hanno a che fare con la sua arte. Per le immagini di sesso esplicito e, fra le persone celebri colpite dall’AIDS, per aver parlato pubblicamente della sua malattia. Un’attenzione eccessiva a due temi che ha contribuito a etichettare il personaggio deviando l’attenzione dall’artista maestro della composizione fotografica in cui niente è lasciato al caso. Siano perfetti nudi quasi tutti maschili, fiori accuratamente recisi, ritratti di personaggi importanti, pratiche sadomaso, donne culturiste, tutti i modelli sono fotografati quasi sempre frontalmente, mettendoli a fuoco, illuminandoli senza ricorrere a filtri, lenti o esposizioni multiple. Foto che danno l’illusione di restituire la verità. E’ questo il suo modo di operare a partire dal ’75 quando il suo mentore e compagno di vita Sam Wagstaff gli regala una Hasselblad 500, una macchina di alta precisione, completamente manuale che lo costringe a lavorare senza fretta, a governare la composizione. E lascia la polaroid usata nei primi anni.

Ammiratore dell’arte del Rinascimento e di Michelangelo di cui conosceva le sculture fin dal suo primo viaggio in Europa nel ‘70, comincia a fotografare la statuaria classica, confessando che se fosse vissuto qualche secolo prima sarebbe stato scultore e che la fotografia era il mezzo più veloce per scolpire. Per lui “tutto è scultura, le persone che ritrae, i fiori, i nudi, gli atti sadomasochisti che orchestra come gruppi scultorei”, scrive Gennari Santori. E ammira la formalità e l’intensità dei pionieri della fotografia che non colgono un evento, ma lo creano e di Nadar che diventa il suo punto di riferimento. “Cerco la perfezione della forma. Lo faccio con i ritratti, lo faccio con i peni, lo faccio con i fiori. Un soggetto piuttosto che un altro non fa differenza”, diceva Mapplethorpe. E ancora: “Cerco di catturare quello che mi appare scultoreo”.

Avido collezionista di foto storiche, di ceramiche scandinave, vetri italiani, stampe di maestri antichi e mobilio “arts and crafts”, morto di AIDS a 43 anni, in un’intervista del 74 dichiarava di lavorare allo stesso tempo con pittura, scultura e fotografia. “Il mio obiettivo – diceva – è realizzare qualcosa che non ho mai visto”, ossessionato dall’idea di elaborare un’estetica del tutto nuova. Ma, come scrisse Joan Didion alla sua morte, “l’origine della sua potenza derivava non tanto dallo shock del nuovo, ma dallo shock dell’antico, [dalla] rischiosa imposizione dell’ordine sul caos, del classico su immagini impensabili. Alla fine l’oggetto del suo lavoro era quella stessa simmetria con cui disponeva ogni cosa”.

Le 45 foto della mostra sono ospitate fino al 30 giugno per la prima volta nelle sale di una quadreria settecentesca, il Palazzo Corsini a Via della Lungara, fra dipinti, bronzetti e consolles, vanitas e sculture. Una scelta di campo legata al gioco di somiglianze e assonanze che si determinano fra le opere della raccolta del cardinale Neri Corsini disposte secondo criteri di simmetria e varietà compositiva e le foto dell’artista americano della fine del Novecento controverso e “profondamente classico”. Un confronto “intenzionalmente” spericolato, precisa la curatrice.

Anche se la maggior parte delle opere collezionate dal Cardinale Corsini non erano conosciute dal fotografo, anche se non ci sono rimandi diretti né una sorta di rapporto generazionale, l’impressione entrando, dopo un attimo di smarrimento, è quella di essere di fronte a foto moderne che sono in sintonia con l’antico, che ad esso s’ispirano in qualche modo per analogia o per contrasto.

Impressionante nella Prima Galleria l’”Autoritratto”dell’88, morirà poco dopo, in cui l’artista, che impugna vigorosamente un bastone da passeggio con un teschio, ci guarda negli occhi. Nello stesso ambiente “Ken and Lydia and Tyler”, un gruppo scultoreo che rimanda alle Tre Grazie in cui maschile e femminile si confondono, così come il colore della pelle.

Disposte lungo la Grande Galleria, le Camere e le Sale fin dall’Anticamera le foto occupano anche la Camera dell’Alcova di Cristina di Svezia in cui una lapide ricorda “Nacqui libera, vissi libera e morirò liberata”. Sotto il soffitto affrescato, accanto al ritratto di Alessandro VII Chigi in terracotta di Bernini c’è “Bernine” del ’78 che ricorda i ritratti di Lorenzo Lotto. Nella Camera Verde “Apple and Urn” dell’87 che rimanda alle nature morte di Christian Berenz. Nella Sala Rossa accanto al ritratto di “Holly Solomon” (la gallerista che nel ’77 ospitò una sua mostra), ispirato all’estasi di Santa Teresa d’Avila del Bernini, alcune foto dedicate ai temi della scultura classica in un rinvio continuo fra antico e moderno. Nella Camera del Camino tre opere fra le più significative della rassegna “Samia” del ’78 ritratta in un interno che ricorda vagamente le sale della Corsini, il ritratto di “Catherine Olim”, a fianco le opere simbolo della collezione “Salomè con la testa di Giovanni Battista” di Guido Reni e la “Testa di vecchio” di Rubens. Affiancato dai bronzetti di “Adone” e “Diana Cacciatrice” di Antonio Montauti, “Marcus Leatherdale” di ritorno dalla caccia, lo splendido giovane sicuro di sé e della sua perfetta bellezza che apre gli occhi sul futuro. E infine in una saletta appartata (forse la cappella del cardinale), un gruppo di foto che hanno alimentato la fama scandalistica dell’artista Mapplethorpe.

ORARIO: dal mercoledì al lunedì dalle 8.30 alle 19.00. Fino al 30 giugno 2019.

Informazioni: www.barberinicorsini.org