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Biennale arte 2019 “May You Live In Interesting Times”

da | 15 Mag 2019 | Arte e Cultura

di Maria Grazia Tolomeo

Forse siamo in un tempo complicato e il titolo della 58° Biennale di Venezia “May You Live in Interesting Times” invita addirittura a viverlo senza porsi una direzione precisa o come ci suggerisce il titolo del Padiglione italiano, “Né altra né questa: la sfida del Labirinto”, riferito a un saggio di Italo Calvino, ad infilarci senza paura nel vortice della vita. La metafora del Labirinto rappresenta la complessità contemporanea dove regnano il dubbio, l’incertezza, l’indeterminatezza. Viene individuato uno spiraglio nell’assegnazione del Leone d’oro al miglior padiglione nazionale, alla Lituania, che ci consegna una visione del mondo malinconica e pacata, fuori dal caos e dal muoversi iperattivo che caratterizza il vivere odierno. Una spiaggia vera con bagnanti che prendono il sole, un sole ricreato ad arte, e che cantano dolci motivi che raccontano piccole storie quotidiane. Uno spettacolo, una coreografia, viste dal punto di vista del sole, anzi degli spettatori, sempre più protagonisti del processo creativo. Con il mercato un po’ più lontano e lasciato a sfide tra competitori d’assalto mentre la poesia irrompe tra le pieghe di artisti sparsi alle periferie del mondo. Alla poesia, anzi alla natura in tutti i suoi aspetti guarda Jimmie Durham, premiato con il Leone d’oro alla carriera. Era stato a Roma nel 1997, tra i protagonisti della mostra “Città Natura” e già allora aveva utilizzato spazzatura e scarti delle attività cittadine, materiali edili, tubi, fili elettrici, vecchi libri, abiti, plastiche colorate a creare una montagna simile alle odierne e oggi famose discariche mostrandoci come gli scarti della città fossero più naturali del suo ordine programmato. Durham, di origine Cherokee, ha da sempre avuto una attenzione ossessiva a celebrare la natura in tutte le sue trasformazioni, dalla grandezza degli animali alla deperibilità del vivere, dal logorio del tempo alla fine degli oggetti di consumo rappresentando, con immagini potenti, la vita nel suo scorrere.

La presenza italiana nell’ambito di questa Biennale si limita alle due artiste Lara Favaretto e Laura Corbetta lasciando volutamente spazio ad africani, cinesi, indonesiani, giapponesi, baltici, che sottolineano quanto le visioni narcisistiche occidentali anche se evolute, consapevoli e armoniche siano ininfluenti alla lettura del mondo odierno.

Il padiglione italiano, a cura di Milovan Farronato, riassume in modo poetico l’incertezza, il dubbio, l’incapacità di trovare, tutti, (artisti e non) una strada innovativa e personale e consegna all’arte e alle sue immagini il compito di proporcela. Gli artisti scelti, coinvolti nel progetto dal curatore sono Enrico David (1966), Liliana Moro (1978) e Chiara Fumai (1978, prematuramente scomparsa nel 2017) a delineare un Labirinto, una apertura, una deriva, di debordiana memoria, della mente e dello sguardo. Il visitatore entra in questo percorso multiforme e inquietante, parte e ritorna nello stesso luogo, riparte nuovamente e si perde in un gioco di specchi che lo costringono a incontrare i lavori che gli artisti hanno posto qui e lì, nel percorso. Le opere di Enrico David colloquiano con quelle della Liliana Moro e di Chiara Fumai. Ci si imbatte in grandi vetrine destinate a ospitare i lavori scelti da David, materiali di ricerca, oggetti sacri e profani, anche strane creature che si muovono nello spazio in rapporto tra loro e con ciò che le circonda, e ancora cariatidi, figure ibride, per poi trovarsi, inaspettatamente, davanti alla camera da letto dell’artista che ci rivela storie personali e immagini delle sue ossessioni di riferimento. Si incontrano nel percorso i lavori della Fumai e si è coinvolti nelle sue interviste immaginarie che parlano di body art e di automutilazioni, di pratiche sadomaso e questioni di genere. Della Fumai ci appare anche un murale, ricostruito nei dettagli dopo la morte, che abbraccia lo spazio con simboli, sigilli, dei pagani, utili a disperdere gli incubi. Nel continuo girare si arriva ad uno spazio di discussione, di riflessione che la Moro ha realizzato con ombrelloni, sedie forse per invitarci a parlare, a confrontarci, mentre una lunga parete di gommapiuma che respinge il suono, la luce e la polvere favorisce l’ immaginazione. Emergono riferimenti psicologici, filosofici, letterari e sentimentali che ognuno può seguire per ritrovare parte di sé e della sua formazione. Non c’è una sola strada, c’è una realtà multiforme e imprevedibile, ambigua, tutta da percorrere. Nella mutevolezza di questo padiglione si è definitivamente esaurita la critica al pensiero moderno con la sua vecchia pretesa di razionalizzare, regolare, chiarire. L’arte si apre, qui più che altrove, ad esplorare tutti i territori del sapere e del fare portandoci ad una felice incertezza.

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