Foto: 1) Francesco Furini, Giuditta e Oloferne; 2) sala; 3) Guido Cagnacci, Maddalena svenuta; 4) Gian Lorenzo Bernini, busto di papa Clemente X Altieri

A maggio dell’anno scorso con la mostra “Eco e Narciso” riapriva l’ala sud del piano nobile di Palazzo Barberini. Dopo una querelle durata decenni con il Circolo Ufficiali delle forze armate che occupava l’edificio dal 1934, tornavano di competenza della Galleria Nazionale di Arte Antica 750 mq di spazio, l’ultima porzione rimasta in mano ai militari e restaurata da loro. Si tratta di nove sale più la cappella seicentesca in cui sono esposte, collocate su un solo registro, 87 opere del seicento – settecento, fra cui due marmi, il busto di Clemente X di Bernini e quello di un anonimo gentiluomo scolpito dal francese Jean-Jacques Caffieri. Un riallestimento voluto da Flaminia Gennari Santoni, che dirige la Galleria dal 2015, secondo un nuovo progetto, un nuovo impianto di illuminazione, una nuova grafica e nuovi pannelli e didascalie. In questo modo il nucleo permanente del museo è tutto al piano terra e al piano nobile e il percorso anulare è raggiungibile sia dalla scala del Bernini che dalla rampa elicoidale del Borromini. Un numero di opere piuttosto ridotto frutto di una sapiente selezione, ma molto significativo, con la novità di una rotazione ogni sei mesi. Il percorso, suddiviso in sale tematiche, monografiche, singole individualità, scuole, risulta così più agevole e leggibile per il visitatore. Le cinque sale del secondo piano della Galleria, lasciate libere dal trasferimento delle opere al piano nobile, saranno destinate a “museo laboratorio”, sale specifiche per connoisseur, problemi attributivi, bozzetti, oltre a ospitare ciò che resta del Museo Industriale.

L’ala meridionale del palazzo costituiva il cosiddetto “Appartamento nuovo” destinato ai cardinali della famiglia, il cardinale Francesco e poi Antonio e gli altri, noto anche come “Appartamento di Sua Eminenza”. Gli spazi erano distribuiti in due quartieri distinti: quello estivo rivolto a est, verso il giardino, chiamato “de damaschi cremesini”, per via delle tappezzerie di damasco rosso cremisi veneziano che foderavano le stanze, e quello invernale, più favorevolmente esposto a ovest, verso via delle Quattro Fontane.

I due appartamenti erano separati dalla vasta anticamera, chiamata Sala del Trono, si legge nel pannello della Sala 33. Quella da cui può iniziare il nuovo percorso, dominata da un imponente lampadario e da tre enormi quadri “li più grandi che siano in Roma”, ripetevano le guide della città. Una sala che si apre all’esterno sul giardino del Palazzo, detta anche “del Ponte”, per via del famoso ponte “che minaccia ruina per cascare, ma è fatto dal Cavalier Lorenzo Bernini di una architettura molto curiosa” era scritto ne “Il Mercurio errante delle grandezze di Roma” specie di guida della città eterna del 1693.

E’ il primo dei pannelli che guidano il visitatore lungo le nuove sale in un racconto che è quello degli artisti e delle loro opere, del palazzo, dei suoi illustri ospiti e di Roma stessa. Una cura per l’informazione corretta, ma non fredda e sterile, che si ritrova nelle didascalie. Per chi non si limita ai dati essenziali e vuole saperne di più. Insomma “Un museo parlante”, spiega Michele Di Monte braccio destro della Gennari Santori.

Ed ecco le opere in mostra nelle grandi sala illuminate anche dalla luce naturale. Vanno dal Seicento napoletano alla collezione settecentesca, con i ritratti, le vedute, i pittori del Grand Tour e i dipinti della donazione Lemme. Un’occasione per scoprire quadri che non si vedevano da tempo, alcuni vengono dai depositi, altri sono stati appena restaurati.

Dopo la Sala del Trono si passa alla pittura seicentesca in cui dominano teatralità e sensualità. Nella prima metà del XVII secolo a primeggiare sono Lanfranco “Venere che suona l’arpa”, Guido Cagnacci “Maria Maddalena”, Francesco Furini “Giuditta e Oloferne”, quindi è la volta della pittura napoletana con Luca Giordano “Filosofo”, Jusepe de Ribera “San giacomo Maggiore”, Battistello Caracciolo “Sant’Onofrio”, Francesco Solimena “La cacciata di Eliodoro dal Tempio”. Una sala è dedicata a Mattia Preti, figura chiave della pittura seicentesca italiana, un’altra alla Roma fra 1650 e 1750, segnata dalla varietà polifonica dei linguaggi, da Carlo Maratti a Marco Benefial. Ecco il ritratto “istoriato” come si diceva allora, di Abbondio Rezzonico di Pompeo Batoni, il ritrattista della grande nobiltà, ricercato in tutta Europa, un ritratto d’occasione del senatore di Roma con tutti i simboli e le prerogative del caso. Si confronta per contrasto col “Nudo femminile di schiena” di Pierre Subleyras, provocatorio e rivoluzionario. Si passa alle sale tematiche che mettono al centro la pittura di veduta di Canaletto, Bellotto e Guardi a Venezia e a Roma di van Wittel, “Gaspare dagli occhiali” italianizzato in Vanvitelli, e Panini di cui è esposto un “Capriccio con i più celebri monumenti dell’antichità”, prestato da un collezionista privato. Il pittore mette in scena tutti i principali monumenti di Roma antica ed anche il Tempio della Sibilla di Tivoli. E poi il tema sempre affascinante del Grand Tour, quando nella seconda metà del Settecento il genio italiano conquista l’Europa. “Intendendo il genio del luogo, della storia e dell’arte che aspira però a una dimensione universale”. Un soggetto immancabile la “Cascata di Tivoli” questa volta del tedesco Jacob Philipp Hackert e opere di Vernet, Kauffmann, von Maron. Raccona una vicenda particolare, che rimanda alla storia dell’arte, l’affresco staccato riportato su tela che rappresenta Giove che bacia un giovanissimo Ganimede. Winkelmann lo considera antico, autentico, e lo cita nel 1864 nella sua Storia dell’arte dell’antichità. Invece è un falso, una beffa. Fu realizzato da Anton Raphael Mengs o da Giovan Battista Casanova, fratello del più famoso Giacomo. Disegnatore, incisore, copista e falsario che diventò direttore dell’Accademia di Belle Arti di Dresda.

L’ultima stanza, la cappella seicentesca dell’ala nuova, si presta in modo particolare ad ospitare tutti i 21 bozzetti della Collezione Lemme, donata nel ’98 a Palazzo Barberini da Fabrizio e Fiammetta Lemme. Molto importanti perché venivano realizzati con particolare cura in quanto dovevano convincere il committente della bontà dell’impresa. Fra questi ci sono i progetti decorativi di alcune chiese. Come le nove tele per il ciclo del soffitto della Basilica di San Clemente, voluto da papa Clemente XI che vide impegnati maestri della pittura romana come Giuseppe Chiari, Sebastiano Conca e Pier Leone Ghezzi, i bozzetti preparatori di Antonio Cavallucci per i santi carmelitani della chiesa di San Martino ai Monti e quelli per la cappella dell’Addolorata di San Marcello al Corso commissionati a Domenico Corvi.

Palazzo Barberini, Via Quattro Fontane 13 Roma Orario 8.30 – 19.00, chiuso il lunedì. Informazioni: tel. 06-4814591 e www.barberinicorsini.org