Foto: Maddalena penitente

“Mostra epocale, mostra evento”, le definizioni superlative non si contano per “Canova e l’antico” l’esposizione aperta fino 30 giugno 2019 al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, l’imponente ex Palazzo degli Studi ristrutturato da Ferdinando Fuga per ospitare le antichità emerse nelle campagne di scavi belle città vesuviane, diventata insufficiente la Villa Reale di Portici, e la collezione dei Farnese trasferita a Napoli a partire dal 1787. La mostra mette a fuoco il rapporto intenso e continuo che legava Antonio Canova al mondo classico e in particolare a Napoli, a Ercolano e Pompei che al suo tempo si andavano scoprendo. Così come non si lesinano gli appellativi con cui i contemporanei lo gratificavano “Novello Fidia”, “l’ultimo degli antichi e il primo dei moderni”. Canova (1757 – 1822) è l’artista sublime, che lavora per le corti di tutta Europa e per gli Stati Uniti, fedele al monito di Winkelmann, padre del neoclassicismo che sentenziava “imitare, non copiare gli antichi” per “diventare inimitabili”.

“Se la scoperta di Ercolano e Pompei sono alla base della nascita del Neoclassicismo la figura di Canova ne è, forse, la massima espressione artistica”, spiega Paolo Giulierini direttore dell’Archeologico di Napoli presentando la rassegna nella sala che ospita il Toro Farnese, uno dei pezzi più importanti della celebre collezione trasferita a Napoli da Ferdinando IV di Borbone figlio di Carlo, discendente di quell’Elisabetta, l’ultima della dinastia Farnese andata sposa a Filippo V di Spagna.

Curata da Giuseppe Pavanello, fra i massimi studiosi dell’artista e organizzata da Villaggio Globale International (catalogo Electa), presenta 110 lavori di Canova tra cui 12 eccezionali marmi, grandi modelli e calchi in gesso, bassorilievi, modellini in gesso e terracotta, disegni, dipinti monocromi e tempere distribuiti su due livelli, il grande atrio d’ingresso e la sala della Meridiana in un confronto continuo e serrato non solo fra le opere dell’artista di Possagno, ma anche e soprattutto con quelle di arte classica conservate nel MANN, le sculture della collezione Farnese e gli affreschi delle città sepolte dall’eruzione del Vesuvio del 79 d. C. Qualcosa che è raro vedere, un’esperienza unica per il numero e per la qualità dei prestiti canoviani internazionali. Dall’Ermitage di San Pietroburgo, che vanta la più ampia collezione di Canova al mondo, vengono ben sei sculture “L’Amorino Alato”, “L’Ebe”, “La Danzatrice con le mani sui fianchi”, “Amore e Psiche stanti”, la testa del “Genio della morte” e l’opera più famosa di tutte, celeberrima, “Le Tre Grazie” che torna in Italia a distanza di oltre vent’anni dopo l’esposizione al Museo Correr di Venezia e a Palazzo Ruspoli a Roma . Viene da Kiev la statua alta quasi tre metri che rappresenta “La Pace” e dal Getty Museum di Los Angeles “L’Apollo che s’incorona”. Più breve il tragitto per arrivare a Napoli, ma non minore il fascino di fronte alla bellissima “Maddalena penitente” dei Musei di Strada Nuova – Palazzo Bianco di Genova, al “Paride” del Museo Civico di Asolo o alla “Stele funeraria del conte Giambattista Mellerio” del Palazzo Ajutamicristo di Palermo.

Ai monumentali marmi si aggiungono, provenienti dalla Gypsoteca di Possagno, i delicatissimi grandi gessi che tanta importanza hanno nell’iter creativo del Maestro. Che per non affaticarsi inutilmente e perdere tempo, lascia agli aiutanti del suo studio l’esecuzione della parte più grezza del lavoro, verificando la qualità dei risultati e intervenendo alla fine. Si passa dal bozzetto in creta che fissava la prima intuizione, preceduta da disegni e dipinti, ai modellini in gesso, quindi alla realizzazione del modello in creta grande al vero, poi in gesso su cui venivano fissati i punti chiave. I lavoranti sbozzavano il marmo, Canova dava l’ultima mano, gli ultimi tocchi a lume di candela. Secondo quanto diceva Winkelmann “Abbozzare con fuoco ed eseguire con flemma”. Illuminante a questo proposito “Lo studio di Antonio Canova a Roma”di Francesco Chiarottini, un disegno acquarellato su carta azzurra dei Musei Civici di Udine in cui si vede come si lavorava nella bottega seguendo il metodo Canova applicato fin dal tempo del Monumento di Clemente XIV.

Il rapporto di Canova con Napoli fu molto intenso, dopo Venezia e Roma, dove visse dal 1780 fin quasi alla morte, Napoli è la città con cui ha avuto più relazioni. Del resto, nella seconda metà del Settecento era una meta ineludibile per ciascun artista, conoscere le antichità ercolanesi e di Paestum era quasi un obbligo. Canova giunse a Napoli nel 1780. La città gli appare “veramente situata in una delle più amene situazioni del mondo” e il giorno dopo l’arrivo scrive “per tutto sono situazioni di Paradiso”. Conosciamo tutto di quel soggiorno leggendo il suo secondo “Quaderno di viaggio”. Sappiamo che prende contatto con Gaspare Soderini ambasciatore della Repubblica di Venezia, che s’incontra con una delle donne più belle e celebri del tempo la veneziana Contarina Barbarigo, esiliata dalla Serenissima, che armato di guida visita la città, chiese, palazzi e Pozzuoli, l’antro della Sibilla, Baja, Cuma. Non potevano mancare la galleria di Capodimonte, il museo di Portici e l’escursione sul Vesuvio. Una città cosmopolita che gli offre nuovi stimoli e occasioni di lavoro. E’ per il marchese Francesco Berio, genovese residente a Napoli, che scolpirà il gruppo in marmo di “Adone e Venere” (costo duemila zecchini) esposto in un tempietto nel giardino del suo palazzo a Napoli in via Toeldo (ora nel Musée d’Art et d’Histoire di Ginevra). In mostra il gesso di collezione privata milanese. Il monumento funerario per il marchese Berio non fu mai completato per la scomparsa dello scultore nel 1822. Sarà utilizzato dal fratellastro dello scultore, Monsignor Giambattista Sartori Canova, come tomba per Canova e per se stesso nel Tempio di Possagno.

A Napoli il “Prassitele redivivo” inizia l’avventura dell’”Ercole e Lica” che propone a don Onorato Gaetani dell’Aquila d’Aragona. Una scultura dalle vicende travagliate che finirà nel palazzo romano del banchiere Giovanni Torlonia e ora troneggia alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. In mostra, da un originale di Canova, un piccolo bronzo, replica in dimensioni ridotte del marmo dell’artista, prestito dell’Ermitage a cui è giunto nel 1927.

Il percorso ha inizio nel grande atrio del Museo con alcune opere giovanili. Fra queste il “Teseo vincitore del Minotauro”, la prima grande scultura moderna di Canova, messo a confronto con il bronzo di ”Hermes in riposo” della Villa dei Papiri di Ercolano e con la statuetta sempre in bronzo di “Ercole Epitrapezios” di Pompei. Su bianche pedane, uno di fronte all’altro, i gessi di Possagno dei pugilatori, Creugante e Damosseno (che rimandano ai “Tirannicidi” della collezione Farnese), scolpiti da Canova senza commissione, poi acquistati da Pio VII per essere posti nel Cortile del Belvedere a rimpiazzare i marmi antichi trasferiti da Napoleone a Parigi (a seguito del Trattato di Tolentino), dove rimasero fino al loro rientro nel 1816, grazie al lavoro diplomatico dello stesso Canova. In primo piano un’incredibile terracotta che raffigura “Fauno e baccante abbracciati”. Può essere considerato il primo “pensiero” per il gruppo di Amore e Psiche. (che si richiama agli affreschi pompeiani), quasi un’esemplificazione di quel passare dal fuoco alla flemma di cui dice Winckelmann. Dalla concitata animazione del bozzetto al candido marmo della statua.

In fondo il modellino in gesso della statua di Ferdinando IV di Borbone che domina dall’alto dello scalone monumentale. Una statua colossale di oltre tre metri, per la quale Canova prende a modello l’”Ercole Farnese”, che ha avuto una storia complessa anche per l’avvento sul trono di Napoli per un decennio dei francesi. Si deve aspettare il 1815 e il ritorno del legittimo sovrano Ferdinando I re delle due Sicilie, poi Ferdinando IV, perché Canova riprenda il lavoro che termina nel 1819 quando la scultura viene inviata via mare a Napoli. Ma solo nel 1821 viene collocata nel Museo Borbonico (ex Palazzo degli Studi) in una nicchia dello scalone monumentale, indicata dallo stesso artista. Dove si trova di nuovo, dopo essere stata rimossa.

La mostra prosegue al primo piano nel Gran Salone della Meridiana, cosiddetta da quando alla fine del Settecento si pensò di installarvi un osservatorio astronomico. Di quel progetto rimane sul pavimento una meridiana lunga 27 metri su cui sono incastonati medaglioni dipinti con i segni zodiacali. E’ tuttora in funzione grazie a un raggio di luce che a mezzogiorno penetra nell’ambiente da un foro nell’angolo sud-occidentale. E’ in questa imponente aula affrescata, che ospita stabilmente l’Atlante Farnese, copia di età imperiale di un originale ellenistico del II sec. a. C., che tiene sulla testa l’intera volta celeste, che sono allestite alcune fra le creazioni più fascinose di Canova in un dialogo fra antico e moderno, fra mito e religiosità. A incantare il visitatore più delle opere singole è l’insieme, il colpo d’occhio. Alle pareti i quadri storici, in mezzo “Ilcavallo Mazzocchi” dal nome dell’erudito capuano a cui si deve. Un grande pastiche settecentesco formato dai frammenti di bronzo di una splendida quadriga rinvenuta a Ercolano ed esposto nel cortile del Museo Ercolanese, visto anche da Winkelmann che ne scrisse.

Al centro dell’attenzione ovviamente dall’Ermitage (dal 1901) “Le Tre Grazie” a grandezza naturale, dalle forme perfette, che si abbracciano come fossero sorelle, ricavate da un unico blocco di marmo, rappresentate di schiena, l’ultima committenza di Josephine Beauharnais. E variamente disposte dal Museo Civico di Asolo “Paride” che tiene nella mano destra il pomo d’oro, “Afrodite”cosiddetta Callipige del MANN, rinvenuta nella Domus Aurea, e da San Pietroburgo “La Danzatrice con le mani sui fianchi”, la prima di una serie di tre figure femminili danzanti, “Ebe” replicata dal maestro almeno quattro volte, il gesso da Possagno della “Paolina Borghese come Venere Vincitrice”, le “Urnette cinerarie” in alabastro dal Museo Guarnacci di Volterra segno dell’interesse di Canova per il mondo etrusco, “Apollo che s’incorona” commissionato dal senatore di Roma Abbondio Rezzonico del Getty Museum di Los Angeles, “Maddalena penitente”, uno dei pochi marmi canoviani di soggetto religioso, l’”Amorino alato” dell’Ermitage che nel 1926 si trovava nel Palazzo-Museo di Leningrado della famiglia Jusupov che lo aveva ordinato all’artista. E il gesso dell’”Amorino” della collezione Valsecchi, il gesso dell’”Endimione dormiente”, di “Adone e Venere”.

Alle sculture di Canova si alternano i pezzi antichi come il bronzo del “Satiro dormiente” rinvenuto nel peristilio della Villa dei Papiri ad Ercolano nel 1756, la statua di “Ermafrodito”, copia romana di originale greco del 155 a. C. dell’Ermitage, trovato a Villa Adriana.

E si potrebbe continuare in un susseguirsi di emozioni con i bassorilievi come quello del “Compianto” per il marchese Francesco Berio in cui Canova si richiama alla statuaria toscana del Quattrocento, con i monocromi del Museo Civico di Bassano del Grappa, dipinti a tecnica mista alcuni su tela grezza a cui si dedica per un paio d’anni, eccezionali. E’ il Canova “pittore” che raggiunge vertici di sublime fascino e qualità. E poi ci sono i disegni di nudi, gli studi, le figure femminili panneggiate. E le fotografie artistiche di Mimmo Jodice.

Museo Nazionale Archeologico Piazza Museo, 19 Napoli. Orario: tutti i giorni tranne il martedì dalle 9.oo alle 19.30. Fino al 30 giugno 2019. Informazioni: tel. o81- 4422149 e www.museoarcheologiconapoli.it