Per 365 giorni all’anno c’è gente che fa la fila davanti al buco della serratura del solenne portale dei Cavalieri di Malta all’Aventino da cui si scorge, inquadrata nel viale dei lauri, la cupola di San Pietro, dimentica di tutto ciò che c’è intorno. Una piazza che non ha uguali alle cui pareti si alternano fastigi di pace e di guerra, impressi nel marmo e nello stucco, steli, obelischi, scudi e spade, simboli che rimandano all’iconografia navale e militare dell’Ordine dei Cavalieri, elementi decorativi tratti dal repertorio etrusco e romano caro a Giovanni Battista Piranesi incaricato nel 1764 dal Cardinale Giovanni Battista Rezzonico della sistemazione del complesso sull’Aventino, piazza compresa. Piranesi si occupa della Villa Magistrale con la caratteristica torretta su cui sventola la bianca croce ottagona, del giardino e della Chiesa di Santa Maria del Priorato o in Aventino. E’ l’unica opera architettonica firmata da Piranesi, il genio che si definiva “architetto veneziano”. La sua facciata che ora appare ancora più luminosa e bellissima, dopo un restauro conservativo iniziato nel 2017, si scorge percorrendo il Lungotevere del San Michele guardando in alto.

Una storia lunga oltre dieci secoli quella dei Cavalieri di Malta sull’Aventino. Risale infatti al X secolo la donazione del territorio dove sorge la Villa da parte di Alberico II all’Abate Oddone de Cluny perché diffondesse la regola cluniacense, fondando un monastero benedettino fortificato. Il complesso passò all’Ordine dei Templari e dopo il loro scioglimento nel 1312 all’Ordine dei Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme detti Ospedalieri, l’attuale Ordine di Malta che vi ha stabilito il Gran Priorato di Roma nel 1556. Sul bordo di un pozzo in giardino una scritta ricorda la presenza dei Templari. Il luogo gode del regime di extraterritorialità ed è sede dell’ambasciata dell’Ordine presso lo Stato italiano.

La chiesa, chiamata “Santa Maria de Aventinae” perché lì era stata trovata un’icona della Madonna, fu costruita nel 936 da Oddone e all’epoca era una delle più importanti della città se fra le venti abbazie più belle occupava il terzo posto. Ma la sua fama è legata a Piranesi, giunto a Roma a vent’anni nel 1740 che in due anni, dal 1764 al 1766, ne cambia totalmente il volto. A incaricare Piranesi dell’intervento che interessa tutto il complesso, i giardini, la Villa Magistrale, la piazza antistante e il “rinfresco” della Chiesa è il cardinale Rezzonico, nipote di Papa Clemente XIII, nominato Gran Priore nel 1763 a 23 anni. Quel Piranesi che aveva dedicato alla nobile famiglia “della Torre di Rezzonico” suo mecenate il trattato “Della magnificenza ed Architettura dei romani”. “Ha formazione di vedutista canalettiano ma preferisce l’incisione alla pittura, è architetto ma costruisce una sola chiesa piccola e stupenda”, scriveva Giulio Carl Argan. Piranesi concentra nella chiesa sull’Aventino il suo estro visionario, usando il linguaggio del barocco e del neoclassico. “Come il Palladio per le sue ville, poste tra acqua e cielo, egli pose la chiesa fra terra e cielo, sganciata dunque dalla storia, in una atemporalità che è quintessenza della modernità”, ha precisato alla presentazione del restauro l’architetto Francesco Moschini, segretario generale dell’Accademia di San Luca.

Una chiesa che ancora pochi conoscono, ma che si apre alle visite dei gruppi il venerdì mattina. Col FAI anno scorso è stata vista da oltre settemila persone. E’ un’invenzione originalissima che mescola abilmente l’iconografia funeraria del mondo egizio con quella etrusca e romana, in cui dominano “ordine ed eccentricità” con rappresentazioni di crani simbolo di morte e vanità, di palme, alloro, corone allusive alle vittorie contro i maomettani e richiami navali a ricordo della vocazione marinara dell’Ordine e dell’eroica difesa di Rodi. Ricorrenti gli elementi dello stemma gentilizio dei Rezzonico, torri e aquile bicipiti e i serpenti che rimandano ad Esculapio dio della medicina e ricordo della tradizione assistenziale e ospedaliera dell’Ordine. La chiesa che è frutto della collaborazione fra un artista “con non particolari competenze architettoniche e un committente contestato” crea l’unicum, il capolavoro che ha avuto la fortuna di aver avuto pochissimi interventi di restauro, fra cui quello riguardante le fondazioni negli anni Sessanta del ‘900.

I lavori di Piranesi durarono due anni, come si legge nel ”Libro dei conti” conservato alla Columbia University di New York e riguardano le fondazioni, i terrapieni del giardino, i muri laterali, i decori della volta e degli interni in cui dà libero sfogo alla sua fantasia, al gioco delle contaminazioni e citazioni dall’antico. Interviene anche nell’accesso alla chiesa reso più agevole. La volumetria non viene modificata ma ripensata la distribuzione degli spazi interni tanto che alla fine l’immagine che ne risulta appare profondamente mutata. E Piranesi preferisce usare rispetto ai marmi colorati e alle dorature tanto in voga nelle chiese barocche lo stucco bianco e ocra.

L’interno a navata unica si presenta come una vera e propria camera sepolcrale in onore dei Gran Priori e Maestri dell’ Ordine. Lungo le pareti quattro coppie di nicchie in cui sono ospitati sarcofagi romani, sepolcri, busti, altaroli. Nella seconda nicchia a destra, riservata al committente il cardinale Rezzonico, sono accolte le ceneri dello stesso Piranesi morto di febbre nel 1778 di ritorno da Paestum. L’altare maggiore rappresenta l’apoteosi di San Basilio, padre della Chiesa e vescovo di Cappadocia, famoso per avere investito tutti i beni della sua ricca famiglia in ospizi e ospedali per l’accoglienza ai bisognosi in Turchia e considerato il precursore della missione degli Ospedalieri in Terra Santa. Ricordo anche della prima sede del Priorato di Roma, la Casa dei Cavalieri di Rodi ai Fori Imperiali che era attigua a un monastero basiliano oggi scomparso. Sulle pareti e sulla volta i trofei, le memorie e le variopinte bandiere delle otto Lingue nelle quali erano riuniti i membri dell’Ordine nel XV secolo, Provenza, Alvernia, Francia, Italia, Aragona, Inghilterra, Alemagna, Castiglia e Leon. E al di sopra i tondi dei dodici apostoli.

Una chiesa originalissima che suscitò molte perplessità fra i contemporanei in Italia e criticata da Vanvitelli. .ì Fu giudicata poco coerente, non armoniosa, frutto di una fantasia eccessiva, prodotta dalla “testa di un matto”, si disse. Ma che invece ebbe successo in Europa influendo su architetti come Sir John Soane e Robert Adam in Inghilterra, Etienne -Louis Boullée in Francia e Karl Friedrich Schinkel in Germania. A Piranesi fruttò la nomina a Cavaliere dello Speron d’oro, lo stesso titolo dato a Mozart, tanto che Piranesi è chiamato anche il Mozart delle rovine.

Il restauro, a due secoli e mezzo dall’intervento piranesiano, progettato e diretto dall’architetto Giorgio Ferreri, sotto la supervisione della Soprintendenza, eseguito dalla Acanto Restauri, una squadra di sedici persone fra restauratori e maestranze, possibile anche grazie al sostegno della Fondazione Roma che ha sponsorizzato il restauro degli interni, ha restituito alla chiesa l’aspetto che doveva avere in origine. A ottobre ’17 è iniziato il restauro dell’interno. Verifiche degli intonaci e degli stucchi, pulizia e consolidamento delle superfici dei soffitti, delle pareti dell’abside e del transetto mediante l’impiego di una metodologia che è propria delle pitture murali. Con un ponteggio di oltre 900 mq, costituito da otto ponti, per arrivare a 12 metri di altezza, è stato possibile studiare da vicino i dettagli delle figure, le incisioni millimetriche, i decori e le impercettibili ombre che danno la profondità dell’insieme frutto del lavoro di esperti decoratori veneziani. Per togliere lo sporco accumulatosi nel tempo sono stati usati impacchi di carta giapponese imbevuta di acqua distillata, pennelli asciutti e bisturi. Sono state eliminate vecchie stuccature, consolidati gli elementi che si stavano staccando e ripristinate le piccole parti mancanti, là dove c’erano delle lacune. Ma con la tecnica del sottosquadro che fa in modo che siano visibili a un occhio esperto. Massima attenzione al colore che sia all’interno che all’esterno è l’ ocra, calce e terre naturali.

Terminati gli interventi all’interno, ad agosto dell’anno scorso sono iniziati i lavori della copertura e della facciata con il montaggio del ponteggio sul prospetto principale e lato Tevere dove più grave era la situazione, per poi passare alle facciate posteriori. Un lavoro importante ha riguardato il consolidamento di tutte le facciate e la messa in sicurezza dei bassorilievi presenti sul frontone che avevano subito gravi distacchi. Velatura con latte di calce e terre la scelta cromatica.

La Villa Magistrale e la Chiesa di Santa Maria in Aventino sono aperte al pubblico tutti i venerdì mattina. Per informazioni: visitorscentre@orderofmalta.it