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L’archeologia italiana protagonista delle scoperte sui nomadi dell’Alto Egitto

da | 28 Mar 2019 | Flash News

L’antico Egitto, quello piu’ profondo, non e’ fatto solo di piramidi e ieratici faraoni ma anche di semi-misteriose popolazioni nomadi che, come i migranti attuali, premevano alle porte meridionali del regno e sono state poi inghiottite dalla storia lasciando pero’ tracce che permettono di ricostruire parte della loro cultura e addirittura singole tragedie personali. E’ quanto emerso al Cairo in una conferenza tenuta da una nota archeologa italiana, Maria Carmela Gatto, sulle piu’ recenti scoperte fatte in cimiteri e insediamenti di nomadi transitati nell’area di Assuan durante il Secondo Periodo Intermedio, fra i 1.800 e i 1.500 anni fa. Si tratta di popolazioni della cultura detta “della tomba a padella” (pan-grave, in inglese), appellativo molto prosaico creato alla fine dell’800 da Flinders Petrie, il padre dell’archeologia egizia, sulla base delle forme circolari e basse dei tumuli in pietra che sormontavano le loro tombe. Gatto, condirettrice insieme a Antonio Curci del progetto “Aswan-Kom Ombo Archaeological Project-AKAP” delle Universita’ di Bologna e Yale in corso dal 2005, parlando al Centro archeologico dell’Istituto italiano di cultura del Cairo domenica sera ha ricordato che quello del Secondo Periodo Intermedio e’ stato un periodo della storia egizia “molto complicato e caotico”. “L’Egitto era diviso” in “piccole unita’ politiche” e invaso dagli Hyksos dal nord e con il regno di Kush che spingeva verso i suoi confini da sud: un assenza di controllo del territorio che probabilmente ha consentito di infiltrarsi ai nomadi provenienti da Nubia, Deserto orientale e dalla regione della “quarta cataratta” del Nilo. La specialista di archeologia nubiana, nota per la scoperta della piu’ antica rappresentazione di un faraone fatta nel 2008 in graffiti rupestri risalenti a 3.000-3.100 anni fa a nord di Assuan, sempre nell’Alto Egitto (il sud del Paese), ha illustrato reperti rinvenuti in tre cimiteri, altrettanti insediamenti e due punti di osservazione di nemici e armenti sulla sponda occidentale del Nilo e minacciati di scomparsa dall’espansione edilizia. Con i suoi “scavi di salvataggio”, come ha sottolineato il titolo della conferenza, la missione sovvenzionata dalla fondazione tedesca Gerda Henkel e dal MAE sta impedendo che le tracce “a rischio” di questi nomadi vengano ulteriormente cancellate. Illustrando tombe circolari evolutesi in rettangolari, anfore seminterrate, braccialetti con monili in madreperla quadrati, manufatti in cuoio e corna di bovini dipinte, l’archeologa che ha lavorato anche per il British Museum ha sottolineato che si tratta delle “piu’ antiche prove” della cultura pan-grave, le quali offrono una “diversa prospettiva” della storia dell’antico Egitto. Insomma non solo “re” ed “elites” ma “povera gente”, “nomadi che venivano dal deserto”, molto arido in quel periodo, e che percio’ “spingevano, voleva entrare” riuscendo a diventare mercenari sotto la dinastia tebana che poi riuni’ il paese nel Nuovo Regno, ha ricostruito Gatto. Alla presenza di alti funzionari del ministero delle Antichita’ egiziano e del museo egizio del Cairo attirati da una ripresa delle conferenze del Centro archeologico italiano dopo qualche mese di pausa, la visiting professor all’Universita’ americana del Cairo ha anche dimostrato come l’archeologia possa far rivivere quasi nel dettaglio un passato remoto ed altrimenti oscuro: la tomba di una giovane nomade ha permesso di ricostruire che la ventenne era incinta di un feto di 38 settimane ma probabilmente era morta per una frattura scomposta del bacino che ha impedito la buona riuscita del parto. Per il suo ultimo ‘viaggio’ le era stato posto accanto un vaso che l’usura lascia presumere fosse preziosa eredita’ di qualche suo avo. (ANSA)

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