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“Romamor” una dichiarazione d’amore a Roma in mostra a Villa Medici

da | 1 Mar 2019 | Arte e Cultura, Mostre ed Eventi

E’ un’esplicita dichiarazione d’amore a Roma non solo per il nome “ROMAMOR” la prima monografica in Italia di Anne e Patrick Poirier appena inaugurata a Villa Medici (aperta fino al 5 maggio, catalogo trilingue Electa). Curata da Chiara Parisi chiude l’ambizioso programma espositivo di Muriel Mayette-Holtz, direttrice della Villa dal ’15 al’18, che ha visto passare grandi nomi come Annette Messager, Yoko Ono e Claire Tabouret, Elisabeth Peyton e Camille Claudel, Tatiana Trouvé e Katharina Grosse e artisti internazionali nelle mostre dei giardini, oltre le grandi esposizioni dedicate ai “pensionnaires”. Ed è un omaggio e un riconoscimento ai due artisti che formano una fra le coppie francesi più celebri e longeve della scena internazionale che proprio a Villa Medici cinquant’anni fa prese avvio. Per tre anni e mezzo, dal’68 al ’72, tanto durava il soggiorno all’Accademia di Francia allora, i due vincitori del “Grand Prix de Rome” nel’72, soggiornarono a Villa Medici, durante gli anni della direzione Balthus. Già si conoscevano, ma fu a Roma che decisero di unire la loro visione artistica firmando insieme i loro lavori e iniziando una vita di coppia. “E’ a Roma che tutto ha avuto inizio”, dicono. Lui di Nantes, lei marsigliese, mediterranea, affamati entrambi di vedere, sapere, capire il mondo che li circonda dopo aver conosciuto Roma dai libri, si buttano a capofitto nelle sue strade, nei suoi vicoli, nei suoi palazzi, nei suoi giardini, nelle sue chiese, nelle sue vestigia, lei armata di taccuino, lui di macchina fotografica, archeologa e architetto. Quello che la colpisce di più, dice Anne, è “la giustapposizione e la stratificazione piuttosto anarchica della Storia e del Tempo”, una mescolanza dei temi della Storia , che in tal modo diventa viva, una memoria vivente. Roma come una metafora della memoria. E il primo lavoro a ricordo delle tante peregrinazioni nell’antico porto romano sarà il plastico in terracotta di Ostia Antica (’69), poi studi su Isola Sacra, la Domus Aurea, Villa Adriana per ritrovare le architetture perdute, le tracce della storia remota, l’eredità delle civiltà. E accanto ai siti archeologici, all’interesse per l’architettura antica, la scoperta del vivace ambiente artistico romano, da Kounellis a Ceroli, Pascali, Schifano e delle sue gallerie, l’Attico, la Tartaruga, l’Arco d’Alibert, la Salita. E a Roma, grazie a Balthus, possono rimanere ancora un po’ dopo la tempesta del ’68, racconta Anne. Attraverso le parole di testimoni eccellenti come i coniugi Poirier che avevano il privilegio di vivere a Villa Medici, un posto meraviglioso, fuori dalla città, ma nel cuore stesso della città, un “giardino paradisiaco” lo definisce Patrick, emerge il ritratto di una Roma amica, gratificante, prodiga di emozioni.

La mostra, nutrita di memorie, che dalle sale espositive si estende al giardino e all’atelier Balthus presenta il lavoro dei due artisti dal ’76 a oggi per nuclei essenziali, ma con riferimento costante all’antico, alle rovine, all’oblio, alla fragilità umana, alla riflessione su ciò che accade ora e su quello che può accadere in futuro. Un viaggio nella memoria che è uno scavo nel profondo dell’individuo e della collettività, ma che non si appiattisce sul negativo. Lo sguardo è rivolto anche ai momenti giocosi. “In mostra – dice Anne – passiamo dall’ombra alla luce, dal nero al bianco, dall’ordine al caos, dalla rovina alla costruzione utopica, dal passato al futuro”. La prima tappa è nella cisterna romana, un luogo oscuro, con l’installazione “Finis Terrae”, la fine del mondo, guerre e rovine, su cui incombe la scritta “Un mondo che distrugge se stesso non vale la pena di essere ritratto”. Nella prima sala è il mondo al contrario. Un lampadario di Versailles rovesciato che fa cadere sulla terra gocce di sangue e punte di coltelli. A terra tre tappeti scuri, uno dei quali richiama l’immagine di Palmira prima che fosse aggredita dalla follia dell’Isis. La tragedia della memoria perduta si consuma nella sala successiva con l’ “Incendio della grande biblioteca”, un’installazione di carbone immersa nel buio. Sulle pareti ricoperte di carta stropicciata spiccano scritte in foglia d’oro e carboncino che richiamano la Domus Aurea.

Dalla luce all’ombra. Varcando la soglia della grande rampa si viene investiti da una sorta di disco volante chiamato “Ouranopolis”, una biblioteca ideale, una città del cielo in partenza per nuovi mondi di cui si può vedere l’interno tramite piccoli spioncini. E ancora luce con il “Sogno di Giacobbe”, una scala luminosa, scritte, serpenti sospesi e le piume degli angeli sul pavimento. Tra le vertigini dello spazio e le vestigia del passato trovano posto plastici bianchi di architetture essenziali, forme primarie come il cerchio, il quadrato, il triangolo. Lavori che rimandano alla Villa di Adriano che fu costruttore e architetto. Sulla sommità incombe una grande croce reliquiario che non conserva memoria di santi ma che testimonia la duplice natura della nostra civiltà, politeista e monoteista.

Dall’interno all’esterno, dalle sale al giardino che porta come tutta Roma le cicatrici del vento. Di un pino di fianco alla facciata rimane solo il tronco mutilo e in fondo verso il Muro Torto un altro pino, gigantesco, abbattuto è disteso sul prato. Nel piazzale attorno alla fontana “Il labirinto del cervello”, i due emisferi realizzati con ciottoli bianchi di marmo di Carrara a simulare la simbiosi fra i due artisti e l’albero della vita. E nella vasca della fontana dell’obelisco, deformati dall’acqua che li copre gli occhi in gesso delle Erme che ci guardano anche se noi non ce ne accorgiamo. E’ lo sguardo delle statue, l’occhio del ricordo e dell’oblio, della storia e della violenza. Un richiamo a quelle Erme che popolano il giardino, che i due artisti incrociavano tutte le mattine per recarsi nel loro atelier e da cui erano affascinati al loro arrivo a Roma. Il loro primo lavoro sulle Erme è ospitato nell’atelier di Balthus. Superando il portico illuminato dalla scritta in rosso “ROMAMOR” si entra nella stanza dei ricordi. Da un lato le stele di carta costruite dai calchi delle Erme, dall’altro i libri – erbari, quaderni che recano annotazioni personali sullo stato delle piante, foglie secche, disegni e medaglioni delle Erme in porcellana.

Accademia di Francia a Roma – Villa Medici – Viale Trinità dei Monti, 1 – Roma. Orario: da martedì a domenica, dalle 10.00 alle 19.oo. Fino al 5 maggio 2019. Informazioni: tel.06 – 67611 e www.villamedici.it

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