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“La Roma dei Re. Il racconto dell’archeologia” e “Il primo Re”. La mostra ed il film un’accoppiata inedita

da | 20 Feb 2019 | Arte e Cultura, Mostre ed Eventi

Foto:1) Athena da Sant’Omobono; 2) Scudo di bronzo tomba 94; 3) Anfora d’impasto bruno; 4) AC 12079b. Necropoli dell’Esquilino, Gruppo 125, Kotyle protocorinzia con decorazione a rosette a punti e scacchiera, 680-650 a.C. (Protocorinzio Medio)

Forse il caso, una fortunata coincidenza o qualche cosa d’altro, certo è che in questo periodo per gli appassionati della storia e della leggenda di Roma due sono gli appuntamenti da non perdere. Da un lato la mostra “La Roma dei Re. Il racconto dell’archeologia” aperta ai Musei Capitolini il 27 luglio scorso e prorogata fino al 5 maggio di quest’anno (avrebbe dovuto chiudere il 24 gennaio), e dall’altro il film “Il primo re” di Matteo Rovere uscito nelle sale il 31 gennaio costato 9 milioni di euro, protagonisti Alessandro Borghi e Alessio Lapice. Un’accoppiata inedita e stimolante. Se la rassegna dei Capitolini, promossa dalla Soprintendenza, curata da Isabella Damiani e Claudio Parisi Presicce, con l’apporto del Mibac, dell’Università La Sapienza, prende il via dai dati archeologici (800 i reperti in mostra, in gran parte inediti e provenienti dall’Antiquarium Comunale), indaga la fase più antica della storia di Roma, illustrandone gli aspetti salienti e mettendo in luce i costumi, le ideologie, le capacità tecniche, i contatti con altri ambiti culturali, le trasformazioni sociali e culturali della comunità che, secondo le fonti storiche, era governata dai re, il film affronta il mito di fondazione, spurgato degli elementi accessori, uno dei temi più intriganti a cui il cinema ha dedicato ben poca attenzione avendo puntato invece sul “peplum” alla “Ben-Hur”. Si tratta di una complessa stratificazione di storie, leggende e presunti avvenimenti di cui non parla la storia. Il film lascia da parte la dinastia dei fratelli Amulio e Numitore, di “Rea”Silvia sepolta viva e la mitica nascita dei gemelli Romolo e Remo, abbandonati nel Tevere in una cesta che si arena ai piedi del Palatino sotto un albero di fico, allattati da una lupa nella grotta del Lupercale. E la leggenda del porcaro Faustolo, della moglie Acca Larenzia e così via. Piuttosto racconta la fondazione dell’impero partendo dal mito come se fosse vero. Un film d’avventura che si cala nel Lazio dell’VIII sec. a. C., dai toni forti, con scene raccapriccianti, con combattimenti veritieri in cui i perdenti sono spogliati di tutto, girato in un latino arcaico (con la consulenza di un gruppo di semiologi dell’Università La Sapienza di Roma) e sottotitoli in italiano. Un film epico con riferimenti a Caino e Abele e un profondo senso del sacro. Il regista dichiara di essere partito dalle narrazioni degli storici classici, Tito Livio e Plutarco in primis e dal mito di Romolo e Remo, due persone che devono proteggersi l’un l’altro in un mondo duro e pericolosissimo, che la natura e il sangue legano in maniera indissolubile nell’avventura di Alba Longa, l’uccisione di Amulio, l’esodo verso una terra dove nasce una nuova società edificata sull’inclusione di tutti. Una società che trasforma tribù bellicose in una comunità retta da norme sociali, politiche e religiose. La fondazione di Roma il 21 aprile del 753 a. C. sul guado del Tevere dove i gemelli erano stati allevati dalla lupa, poco più a valle dell’Isola Tiberina ai piedi dell’Aventino. E in un giorno particolare, un capodanno pastorale, la festa dei “Parilia” (da “parere” partorire), volta a propiziare il parto delle capre. Quando gli uomini si purificano saltando su due fuochi.

Il film si discosta dalla tradizione leggendaria, non menziona mai i personaggi di contorno, ma cerca di rimanere fedele all’archeologia, al contesto, ai compagni d’avventura e ai cavalieri che combattono sotto le insegne di Alba Longa, a cui facevano capo i popoli latini che abitavano i colli del Lazio, con un’attenzione particolare all’ambiente incontaminato in cui l’azione si svolge, un luogo reale e immaginario, le aree naturalistiche del Lazio, Farfa e Manziana in specie. Una natura ostile, piena di pericoli, a cominciare dalla prima scena in cui i nostri eroi combattono con tutte le loro forze contro il fiume Tevere in piena che rischia di travolgerli. Prima dell’inizio del film una frase di William Somerset Maugham a sugello “Un Dio che può essere compreso non è un Dio”. Le origini mitiche formulate in un mondo di pastori e contadini nel VI secolo a. C. verranno nobilitate con l’arrivo degli eroi troiani, di Enea e di Ascanio (Iulo) antenato della gens Julia e quindi di Cesare e Augusto e cantate nei poemi virgiliani.

Di questa comunità nuova “La Roma dei Re”, retta da norme sociali, politiche e religiose tratta in modo scientifico la mostra dei Capitolini, prendendo le mosse dalla fase più antica della storia della città, con un percorso a ritroso, ne “Il racconto dell’archeologia”. Al centro della rassegna è la ricerca archeologica, si parte dal VI sec. a. C. e si arriva al X sec. a. C attraverso diverse sezioni. Dai santuari e i palazzi della Roma regia con reperti provenienti dall’area sacra di Sant’Omobono nel Foro Boario, nodo del commercio e del traffico fluviale, scoperta negli anni Trenta del Novecento e scavata a più riprese anche recentemente dall’Università di Calabria e del Michigan che hanno messo in luce una lunga sequenza di strati archeologici, ai riti sepolcrali a Roma fra il 1000 e il 500 a. C. con corredi che provengono dalle aree successivamente occupate dai Fori di Cesare e di Augusto e dal Foro Romano. La prima in mostra a colpire è la proposta di ricostruzione dell’apparato decorativo del frontone del tempio di Sant’Omobono con i gruppi scultorei di Eracle e Atena e di Dioniso e Arianna che rimanda all’ambito greco e magno-greco.

I santuari e i palazzi della Roma erano localizzati nella zona compresa fra Foro Romano, pendici del Palatino, Campidoglio e aree circostanti, distrutti e sepolti da nuove costruzioni, a sei – dieci metri sotto il piano attuale. E’ per questo che il percorso espositivo che si conclude nell’area del Tempio di Giove presenta contesti oggetto di studi recenti e quelli solitamente non esposti. Come i pozzi della Velia, il deposito votivo di Santa Maria della Vittoria, le nuove scoperte poco note al grande pubblico quali il Santuario delle “Curiae Veteres” e il Santuario Veliense o quelle di altissimo valore storico dell’area del Comizio e il Lapis Niger.

La mostra è la prima di una serie dedicata, come dice il sottotitolo, al racconto dell’archeologia – precisa Claudio Parisi Presicce – in cui si espongono per la prima volta materiali mai visti frutto di un lungo lavoro di ricomposizione e restauro insieme ad altri scoperti di recente in due aree fondamentali della città, l’area sacra con abitazioni ai piedi del Palatino e i nuovi scavi presso il santuario di Sant’Omobono nel Foro Boario presso l’antico approdo sul Tevere. Una delle sezioni più interessanti in quanto viene presentata una nuova letture delle lastre dell’area sacra di Sant’Omobono. Molto interessanti i resti conservati nelle abitazioni che documentano il rapporto con la divinità e la maniera di organizzare la vita all’interno della propria residenza.

A metà del percorso un plastico illustra il modo in cui in città nel periodo finale dell’epoca regia occupavano il territorio, a seguire gli scambi, i commerci fra età del bronzo e età orientalizzante con oggetti rinvenuti in gran parte sull’Esquilino, che era uno dei complessi più significativi della Roma arcaica. Notevoli le relazioni con la Grecia testimoniate da materiali preziosi rinvenuti soprattutto nelle necropoli dell’Etruria, espressione del gusto dell’epoca. Non mancano le sezioni dedicate al ruolo degli uomini e delle donne e agli oggetti di prestigio e di lusso. Fra i corredi di maggior prestigio in mostra, ricorda la curatrice Isabella Damiani, la sepoltura di un capo di. cui è stato ricostruito lo scudo. Viene proposta anche la ricostruzione di un carro e dell’elmo. Si tratta di un aristocratico di alto rango dell’VIII sec. a. C.

Chiude la rassegna una sezione didattica in cui i visitatori possono toccare e prendere in mano gli oggetti esposti copie esatte di reperti autentici in ceramica e in bronzo.

Musei Capitolini, Palazzo Caffarelli e Area del Tempio di Giove di Palazzo dei Conservatori. Piazza del Campidoglio 1 Roma. Orario: tutti i giorni 9.30 – 19.30, prorogata al 5 maggio 2019. Informazioni: tel. 060608 e ww.museicapitolini.org

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