Ludwig Pollak archeologo e mercante d’arte

da | 14 Gen 2019 | Arte e Cultura, Mostre ed Eventi

Foto: 1)Werner F. Fritz, Ritratto di Ludwig Pollak; 2)Ricostruzione virtuale del gruppo di Mirone dell’Atena e Marsia; 3)L’Haggada del XIV secolo appartenuta a Pollak; 4)Il c.d. Vulneratus deficiens.jpg

E’ dedicata a Ludwig Pollak nato a Praga nel 1868, archeologo e mercante d’arte negli anni d’oro del collezionismo internazionale, la grande mostra aperta a Roma fino al 5 maggio, ospitata in due sedi, il Museo Barracco e il Museo Ebraico. Una vicenda che interessa l’uomo, la sua vita e la storia dell’archeologia e delle raccolte d’arte fra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento. Al centro un personaggio di grande spessore intellettuale, un protagonista della cultura apprezzato in tutto il mondo, che la notte del 16 ottobre 1943 sarà arrestato in quanto ebreo e con la sua famiglia caricato su un treno e condotto ad Auschwitz dove finirà i suoi giorni. Una fine preannunciata dall’espulsione nel ’35 dalla Biblioteca Hertziana a cui si era opposto con orgoglio, fidando nella risposta di “influenti circoli italiani”. Che non ci sarà. E così rallentando l’attività scientifica comincia a vendere le sue collezioni, tutto il vendibile cercando di mettere al sicuro quello che può. Inutilmente, anche il fatto che i figli siano naturalizzati italiani non sarà una salvezza. Si sa che venne avvertito della razzia della Gestapo da un giovane funzionario dell’ambasciata tedesca presso la Santa Sede, che monsignor Fioretti gli offrì ospitalità in Vaticano, che avrebbe mandato un auto a prelevarli in casa a piazza Santi Apostoli. Inutilmente. A 75 anni il grande archeologo declinava l’offerta di salvezza.

Conosciuto nell’ambiente della cultura alta, stimato per le sue doti, la sua capacità di distinguere le opere autentiche dai falsi, frequentatore del variegato mondo dei mercanti, degli eruditi, intesse rapporti con i più grandi collezionisti europei, russi e americani del suo tempo. Come Carl Jacobsen, il proprietario delle birrerie Carlsberg fondatore della Ny Carlberg Gliptotek e il magnate americano John Pierpont Morgan. Insieme con Antonio Muñoz realizza il grande catalogo della collezione del conte russo Gregorio Stroganoff che nel palazzetto di Via Gregoriana aveva “un museo dal piano terra alle soffitte”. E ancora con i curatori e agenti del Metropolitan di New York e con i grandi collezionisti privati come il banchiere Edmond de Rothschild. Inoltre per oltre venti anni è consigliere e amico del grande storico dell’arte Wilhem von Bode, fondatore del Kaiser Friedrich Museum e riordinatore dei musei di Berlino.

Nato in una laboriosa famiglia borghese di commercianti di tessuti a Praga, il secondo centro dell’impero austro-ungarico, una città di grandi tradizioni in cui la comunità ebraica costituiva un gruppo sociale ben inserito, il giovane Pollak frequenta il ginnasio tedesco, quindi l’università seguendo i corsi di archeologia e storia dell’arte, per poi approfondire le sue ricerche a Vienna, il luogo più importante per gli studi classici attorno alla mitica scuola di Eugen Bormann. In mostra un prezioso album fotografico di quegli anni conservato al Museo Barracco.

Come Goethe, sua grande passione, anche Pollak considera la cultura classica la radice della civiltà occidentale. E come per Goethe anche per lui il viaggio in Italia al seguito del maestro Bormann nel 1891 costituisce un incontro decisivo. Con l’Italia, che diventerà la sua seconda patria. E con “Roma che vuol dire Italia, la mia alfa e omega” (si firmava “Ludovicus Romanus”), dove arriva come borsista nel 1893 frequentando l’Istituto Archeologico Germanico, al tempo la più importante istituzione archeologica d’Europa di cui a trent’anni sarà corrispondente. E a Roma, raccomandato dal maestro praghese Klein, conosce il professor Emanuel Löwy, che ricopre la prima cattedra di archeologia a all’Università La Sapienza. Ben presto entra in rapporto con i maggiori cultori e collezionisti d’arte italiani e stranieri, viaggia in oriente, Egitto, Grecia, Turchia, bellissime le foto in mostra. Sono gli anni d’oro dei grandi ritrovamenti e dei contatti internazionali con collezionisti e archeologi di tutto il mondo.

Alla sua profonda dottrina, al suo intuito infallibile si deve la ricomposizione del gruppo di “Atena e Marsia” di Mirone. L’Atena che Pollak nota nel palazzetto del conte Stroganoff, trovata nel giardino di via Gregoriana e ritenuta un falso (è invece copia romana da un originale greco del V sec. a. C.), viene poi venduta alla Liebieghause di Monaco non senza polemiche per la concessione dell’espatrio. Solo nel 1909 l’Italia approva una norma che stabilisce il diritto di prelazione su tutti i beni d’interesse archeologico, storico e artistico. E’ Pollak che identifica il guerriero ferito di Kresilas oggi al Metropolitan, che riconosce la cosiddetta “Fanciulla di Anzio”, acquistata dall’Italia. Portano la sua firma i primi cataloghi scientifici dell’oreficeria greca antica per il collezionista russo Nelidow e il primo grande catalogo dei bronzi rinascimentali per la collezione di Alfredo Barsanti, oggi a Palazzo Venezia. Molte notizie si ricavano dai suoi “Diari”. Sono 25 volumi, importantissimi, di cui è in corso la traduzione in inglese, che vennero donati dalla cognata e unica erede Giulia Süssman Nicod insieme con una parte della collezioni, i cimeli e l’archivio al Comune di Roma.

Un discorso a sé merita l’incontro con Sigmund Freud a Vienna nel 1917, entrambi sensibili allo “scavo”, ai “reperti”, alla “stratificazione” della storia come della memoria e il sodalizio con il barone Giovanni Barracco a cui lo accomunava la passione per l’antico e la grande cultura classica. A questo si deve la creazione del Museo omonimo che dirige dopo la morte del fondatore. Intensi i rapporti con la Biblioteca Hertziana e con il Vaticano, particolari quelli con “Sua maestà il dollaro”, come lo chiama Pollak nei suoi diari. Si riferisce all’acquisto da parte di John Pierpont Morgan per il Metropolitan del “Tesoro di Vrap”, detto anche “Tesoro degli Avari”, 41 pezzi di varia grandezza, fra cui coppe d’oro e argento del peso di quattro chili, un unicum. Nel 1905 la sua più clamorosa scoperta, il braccio del Laocoonte trovato nel laboratorio di un artigiano non lontano da via Labicana ai piedi di Colle Oppio. Un ritrovamento che fece rumore, di cui parlò il mondo intero, che procurò al suo autore riconoscimenti e onori. Come la croce di Commendatore dell’Ordine di San Silvestro Papa conferitagli da Pio X, il primo ebreo non convertito a riceverla, che fa bella mostra di sé fra intere pagine di giornali d’epoca che raccontano l’avvenimento. Si trattava di un frammento di marmo, un braccio piegato con parte di una spira di serpente che Pollak pensa possa appartenere al sacerdote troiano che per essersi opposto allo strattagemma greco del cavallo venne ucciso con i figli dai serpenti marini inviati da Atena. Il gruppo scultoreo del Laocoonte ritrovato alle Sette Sale nel 1506, considerato l’origine dei Musei Vaticani, infatti era privo del braccio destro, rifatto nel restauro cinquecentesco ma volto verso l’alto. Donato ai Musei Vaticani, dopo infinite analisi e studi nel ’42 viene riconosciuto come l’originario e ricollocato al suo posto solo nel 1957.

Eppure di questo personaggio da romanzo, finito tragicamente ben poco si sa. Sulla sua avventura umana sembra calato l’oblio. Che questa rassegna, che giunge a 150 anni dalla nascita di Pollak e a ottanta anni dalla promulgazione delle leggi razziali, potrebbe contribuire a dissolvere. E’ curata da Orietta Rossini per la parte ospitata al Barracco, dove i reperti ritrovati o scoperti da Pollak si riconoscono per il colore rosso delle didascalie, e da Olga Melasecchi per la sezione con sede nel Museo Ebraico. Promossa da Roma Capitale e dalla Comunità Ebraica romana, organizzata da Museo Ebraico di Roma e da Zétema, presenta oltre cento opere fra sculture antiche, vasi greci, acquerelli, dipinti, libri rari, fotografie d’epoca e inediti documenti d’archivio che ricostruiscono la vita e l’opera del grande studioso e collezionista. Ed è accompagnata da un corposo e documentato catalogo Gangemi Editore,

Al Museo Ebraico la toccante ricostruzione del ghetto di Praga e delle origini boeme di Pollak. In mostra pagelle, certificati scolastici, diplomi, guide e foto di Praga e della sua vecchia casa. E oggetti d’arredo della residenza romana al secondo piano di Palazzo Odescalchi in Piazza Santi Apostoli. Oltre una ricca biblioteca, vi erano conservati reperti archeologici, molti dipinti, disegni antichi e cataloghi d’asta con annotazioni autografe. Manca la collezione di Judaica a cui Pollak aveva accennato nei suoi “Diari” perché consapevole del percolo che incombeva sugli ebrei, soprattutto dopo il ’38, comincia a mettere all’asta le sue collezione sperando di recuperarle alla fine della guerra. E’ del maggio ’42 un cataloghetto scolorito che annuncia la vendita di oggetti d’arte negli Studi Terreni di Via Margutta (Palazzo Patrizi). All’interno si legge che erano inclusi vari oggetti di proprietà del professor Pollak.

Roma – Museo Giovanni Barracco Corso Vittorio Emanuele 166/a – Museo Ebraico di Roma Via Catalana – Largo 16 Ottobre 1943. Orario: da martedì a domenica 10.00-16.00 (Barracco), da domenica a giovedì 9.30-16.30 (Ebraico), fino al 5 maggio. Informazioni: tel. 060608, www.museobarracco.it, tel. 06-68400661, www.museoebraico.roma.it