Nella foto: il Papiro di Artemidoro
Pochi giorni prima di andare in pensione, il procuratore di Torino Armando Spataro rende ufficiale lesito della sua indagine sul falso rappresentato dal Papiro di Artemidoro. Scrive così: la certezza del falso è abbondantemente provata, sulla base di elementi indiziari gravi, precisi e concordanti. Nonostante i fatti fossero già prescritti allepoca dellavvio dellindagine, rimane tuttavia linnegabile valore storico-culturale della verità che corona anni di battibecchi tra studiosi di opinioni differenti.
Il Papiro di Artemidoro, lungo due metri e mezzo ma frammentario, contiene un testo geografico con una mappa e diversi disegni. Era stato attribuito al geografo greco Artemidoro di Efeso vissuto nel I secolo a. C. grazie alla somiglianza di un brano contenuto nel papiro con un passaggio del trattato di geografia di Artemidoro noto come “Geographoùmena” e purtroppo non giunto a noi in modo integrale ma soprattutto attraverso le citazioni di ampi stralci negli altri autori e tuttavia in maniera sufficiente da farsi un’idea dell’opera e autore.
Grazie allesposto del 2013 del filologo dellUniversità di Bari Luciano Canfora circa la falsità del papiro di Artemidoro lindagine ha avuto una svolta decisiva, dichiarando fin dal 2006 trattarsi con forti probabilità del falsario greco Costantino Simonidis vissuto nellOttocento. Infatti, secondo gli accertamenti disposti dal ministero dei Beni culturali sugli inchiostri utilizzati nella pergamena, i disegni sono di epoca certamente successiva al I secolo a.C.
Si è trattato, come riporta la Repubblica, di truffa ordita dal mercante darte dorigine armena, nato in Egitto e residente in Germania, Serop Simonian, consumatasi grazie alla leggerezza dei suoi interlocutori, che portò la Fondazione per larte della Compagnia di San Paolo ad acquistarlo come autentico nel 2004, al prezzo di 2 milioni e 750 mila euro per esporlo al Museo Egizio.
In particolare un elemento dellinfelice vicenda lascia perplessi, sottolinea la Repubblica: cioè che tra i documenti allegati allacquisto del papiro (che si trovava in Germania) – che la procura ha acquisito nel corso della lunga indagine – cè una lettera del 2 marzo 2004 con cui il delegato del governo federale per lIstruzione e la Comunicazione di Bonn, Rosa Schmitt-Neubauer, conferma che non è necessaria alcuna autorizzazione allesportazione del documento che in effetti non appartiene ai beni artistici di valore per la storia tedesca. Non è considerato, insomma, patrimonio culturale da tutelare nonostante si trovi in territorio tedesco.
Inoltre, vi è poi allegata listanza per la concessione dellautorizzazione allesportazione di oggetti antichi presentata allIstituto per la Cultura nazionale del Museo dEgitto, nellaprile 1971, con cui sarebbe stato esportato dallEgitto, e nella traduzione si legge che il materiale è descritto come sacco di carta in parte con immagini in oro senza altri particolari. Vi si precisa anche che il suo valore è di 20 lire egiziane.
A prescindere dallamarezza a proposito dellintera vicenda legata al falso papiro la Compagnia di San Paolo stessa ha espresso la sua volontà di chiarire quale fosse il reale valore del documento chiedendo di sottoporlo a un test definitivo sulla composizione degli inchiostri e su alcuni frammenti selezionati.
Piero Gastaldo poco prima di lasciare la presidenza della Fondazione così commenta: Si annunciano ulteriori approfondimenti, ma diciamo che, pur non essendo di fronte alla pistola fumante, le evidenze preliminari sembrano supportare la tesi del falso più di quella dellautenticità. Per quanto riguarda gli inchiostri la composizione appare decisamente diversa da quelli usati nei papiri egiziani del periodo dal I al VI secolo e i frammenti sembrano far emergere lipotesi che il papiro sia stato posizionato su una rete metallica zincata e sottoposto ad azione di acidi, un trattamento che ha determinato il trasferimento dello zinco alla rete metallica.
Allepoca la direttrice del Museo Egizio, Eleni Vassilika nutriva dubbi sul documento donato dalla Fondazione, conoscendo loperato del mercante Simonian che aveva già truffato il museo di Hildesheim, che lei dirigeva prima di arrivare a Torino.
Tuttavia cera anche chi difendeva il valore dellopera, come Salvatore Settis e il papirologo dellUniversità Statale di Milano Claudio Gallazzi, insieme a Barbel Kramer dellUniversità di Treviri, tanto da segnare la scientifica attribuzione dei contenuti del papiro ad Artemidoro di Efeso.
Finalmente, la disputa sullautenticità del papiro può essere considerata ufficialmente chiusa con una richiesta di archiviazione per prescrizione riguardo allestinzione del reato di truffa. Spataro conclude gli atti dellindagine, dicendo: ferma restando lopacità assoluta dellintera vicenda/trappola in cui la fondazione stessa è intercorsa e che sarebbe stata verosimilmente evitabile attraverso accertamenti, studi e consulenze affidabili prima dellacquisto del cosiddetto papiro di Artemidoro.






